Queste persone hanno rischiato di pulire bagni gratis per non aver letto i termini di un servizio wi-fi

Queste persone hanno rischiato di pulire bagni gratis per non aver letto i termini di un servizio wi-fi

Quante volte hai cliccato “Accetta e continua” senza leggere le condizioni che stavi accettando? Per più di 22mila abitanti di Manchester, l’ultima volta è stata quella di troppo. Sicuri di dare l’ok ai termini innocui di un servizio wi-fi pubblico gratuito, gli sventurati hanno invece sottoscritto, senza leggerla, una “Clausola di lavoro socialmente utile” inserita dalla compagnia Purple, che offriva il servizio internet.

Questa clausola prevedeva che gli utenti svolgessero 1000 ore di lavoro gratuito in cambio del Wi-Fi. Lavori da scegliere, a discrezione della Purple, tra: ripulire i parchi dagli escrementi degli animali, pulire bagni e wc pubblici, ripulire le strade da gomme da masticare usate, accarezzare cani e gatti randagi, dipingere i gusci delle lumache “per illuminarne l’esistenza”. È stato insomma un brutto risveglio per questi abitanti della città che ha dato i natali a Oasis, The Smiths e Joy Divison.

L’importanza di leggere i termini di un servizio

La storia è stata riportata dal sito di tecnologia Gizmodo, che ha anche rivelato la strategia di sensibilizzazione dietro l’operazione della Purple. La portavoce della compagnia, Hailey Stephenson, infatti ha scritto: “la vera ragione dietro il nostro esperimento è quella di mettere in luce la mancanza di consapevolezza dei consumatori, quando si iscrivono a un servizio Wi-Fi gratuito.

A tutti gli utenti abbiamo offerto la possibilità di segnalare la clausola in cambio di un premio, ma sorprendentemente solo una persona, cioè lo 0.000045% di chi ha usato il Wi-Fi nel corso di due settimane, se ne è accorta”. Il Ceo della compagnia, Gavin Wheeldon, ha commentato: “Gli utenti devono leggere attentamente i termini di accesso quando si iscrivono a un network. A che cosa danno il loro consenso, quanti dati stanno condividendo, che tipo di autorizzazioni danno ai fornitori del servizio? Il nostro esperimento dimostra che è sin troppo semplice spuntare una casella e dare l’ok a qualcosa di ingiusto”.

wi-fi bagni

Le preoccupazioni dell’inventore del web

Ancora di recente Tim Berners-Lee, il “padre” del Web, in una recente intervista al The Guardian aveva citato i labirintici termini di servizio delle tecnologie private che usiamo online come uno dei principali fattori che determinano la nostra “perdita di controllo sui dati personali”, da lui citato come il primo e più preoccupante problema di internet oggi.

“Molti di noi accettano questi servizi, perché fondamentalmente non ci preoccupiamo delle informazioni che stiamo offrendo in cambio di servizi gratuiti”. Ma, continuava Berners-Lee, “Mentre i nostri dati sono conservati in silos privati, fuori dalla nostra vita, perdiamo i benefici che potremmo realizzare se avessimo diretto controllo di questi dati e se potessimo scegliere quando e con chi condividerli”.

Per alleviare questo problema, oggi Berners-Lee sta lavorando con il MIT e il Qatar Computing Research Institute a un progetto chiamato “SOLID” (social linked data) che punta a creare “capsule di dati personali” (data pods) non commercializzabili da parte di compagnie private senza un espresso e puntuale consenso dell’utente, che ne rimarrebbe sempre proprietario.

In attesa di regole chiare a protezione del consumatore

Con una brillante mossa di marketing, la Purple ha dato notizia del suo esperimento annunciando anche di essere il primo provider di Wi-Fi in Europa a mettere in atto il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) voluto dalla Commissione Europea, quasi un anno in anticipo rispetto al 25 maggio 2018, il momento in cui questo regolamento dovrebbe entrare in vigore nel continente.

Il GDPR modificherà a fondo il modo in cui le organizzazioni private approcciano la privacy in Europa, con l’obiettivo di offrire agli utenti più accesso alle informazioni circa i dati raccolti su di loro. Uno dei principali punti del nuovo regolamento riguarda l’introduzione del “consenso non ambiguo”, che gli utenti dovranno esprimere prima che le compagnie possano utilizzare i loro dati personali o di comportamento per ragioni di pubblicità.

La Purple ha così deciso di ridurre da 1600 a 260 parole il documento che introduce la loro privacy policy, con l’obiettivo di renderne più semplice e chiara la lettura. Anche per questo, Purple ha dichiarato che non chiederà davvero ai suoi utenti di svolgere le 1000 ore di lavoro, “ma se qualcuno vorrà fare lo stesso un po’ di carezze a qualche cane randagio allora saremo tutti felici”.

Immagini | Copertina di Roberto Taddeo via Flickr|Foto 1 via Unsplash