Il futuro dell’economia? Piantare alberi

Il futuro dell’economia? Piantare alberi

Al festival musicale Rock in Rio 2017, le centinaia di appassionati di musica riunitisi nella capitale brasiliana hanno ricevuto una notizia inaspettata. E non era il nuovo disco dei Red Hot Chili Peppers: l’organizzazione Conservation International ha scelto l’importante evento per annunciare un mastodontico progetto di riforestazione, che ha l’obiettivo di piantare 73 milioni di alberi in Amazzonia entro il 2023.

Piantare alberi in Amazzonia

La non-profit statunitense è una delle più note per la tutela dell’ambiente e da quasi 30 anni, con sedi in altrettanti Paesi, è impegnata nella salvaguardia della biodiversità coinvolgendo le popolazioni locali. Il nuovo progetto è senza dubbio tra i più ambiziosi mai tentati ed è il primo passo per rispettare gli impegni presi dal Brasile a Parigi, in occasione di COP21: riforestare 12 milioni di ettari entro il 2030.

Secondo M. Sanjayan, CEO di Conservation International, il destino dell’Amazzonia, delle sue specie e dei 25 milioni di persone che vi abitano dipende dal successo di questa impresa e dell’Amazonia Sustainable Landscapes Project di cui fa parte.

Ma a beneficiarne sarà anche il resto del pianeta, per il quale le foreste pluviali amazzoniche—che assorbono circa un quarto dell’anidride carbonica atmosferica—sono il simbolo iconico di un paradiso verde che pulisce l’aria, che sequestra CO2 e la converte in biomassa, rallentando gli effetti del riscaldamento globale e riducendo l’effetto serra.

Eppure le foreste non sono spugne senza limiti: già nel biennio 2015-16, con le condizioni climatiche estreme legate a El Niño, l’Amazzonia ha subito siccità e calo delle precipitazioni in un’area del 20% più ampia rispetto a fenomeni analoghi degli anni precedenti. E quando gli alberi muoiono o non crescono, ne risente la loro capacità di fornire servizi ecosistemici come l’accumulo di CO2 tramite fotosintesi.

Gli scienziati, infatti, avvertono che a partire dai primi anni Ottanta queste foreste hanno gradualmente perso la capacità di assorbire anidride carbonica e si è innescato un meccanismo deleterio: gli alberi investono troppa energia nell’accrescimento ma non altrettanta nel depositare legno più denso o innalzare difese contro patogeni e malattie. Così crescono più velocemente, ma muoiono prima.

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Quanto costa la cattiva gestione ambientale

Arrivati al 2017 il dato è ancora più grave e non riguarda solo l’Amazzonia. Un gruppo di ricerca congiunto tra Woods Hole Research e l’Università di Boston ha appena mostrato che le foreste di Sud America, Africa e Asia emettono più anidride carbonica di quanta ne riescano ad assorbirne, arrivando annualmente a superare in emissioni il traffico degli interi Stati Uniti.

Si tratta di un vero e proprio allarme e dimostra “che non possiamo solo stare a guardare. La foresta non sta facendo quello che pensavamo stesse facendo”, ha commentato al Guardian Alessandro Baccini, primo autore dello studio uscito su Science. “Gli alberi, come sempre, rimuovono il carbonio dall’atmosfera, ma il volume della foresta non è più tale da compensare per le perdite. La regione non è più un carbon sink”.

La distruzione degli ecosistemi di foresta, insieme alla loro frammentazione che riduce anche la ricchezza genetica delle specie che vi abitano, ha conseguenze anche sociali ed economiche. I terreni degradati e a volte condannati alla desertificazione sono sottratti alla biodiversità ma anche alla produzione alimentare, e si uniscono alla sempre più difficile sfida di garantire cibo a tutti su un pianeta che conta oltre sette miliardi di abitanti. Se tra il 1997 e il 2001 la gestione scorretta del suolo e le pratiche che lo degradano costavano ogni anno tra i quattro e i 20 miliardi di dollari, arrivati al 2016 la cifra toccava i 300.

Se non corriamo ai ripari subito, dicono i ricercatori dell’International Food Policy Research Institute (IFPRI), entro 20 anni la produzione di cibo potrebbe crollare del 12% e il costo di alcune merci potrebbe impennarsi anche del 30%. Il tema è più attuale che mai e se ne è discusso anche a Bonn durante la recente conferenza COP23. Proprio l’IFPRI, insieme all’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, ha presentato un discussion paper al riguardo e ribadito che la soluzione è un approccio integrato in cui tutela della natura e politiche agricole si parlano.

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E l’Italia?

In Italia la situazione è complessa, ma ben fotografata dalle ultime indagini sul territorio. Insieme all’Unità di ricerca per il monitoraggio e la pianificazione forestale del CREA, il Corpo Forestale dello Stato (oggi Carabinieri) ha portato online la banca dati dell’INFC—ovvero  l’Inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di carbonio.

Secondo i dati del 2014, negli ultimi decenni le foreste italiane sono cresciute del 5,8% rispetto al 2005 arrivando a una copertura di quasi 11 milioni di ettari—ai quali vanno tolti i 75.000 tragicamente andati a fuoco con gli incendi dell’estate 2017. Non si tratta però di un rimboschimento pianificato, né di maggior sensibilità ambientale degli italiani o buona gestione del territorio, sottolinea il CREA.

È invece una “espansione naturale, dovuta al progressivo abbandono delle attività agro-pastorali, soprattutto nelle aree rurali e montane”. Numeri che ci portano al sesto posto in Europa per copertura forestale, ma nella stessa posizione su una classifica meno nobile: quella del consumo di suolo. Il 7% del territorio giace sotto copertura artificiale e “mangiamo” circa 35 ettari al giorno.

Non tutti i costi legati alla cementificazione sono sotto ai nostri occhi, ma di certo stiamo imparando a conoscerli: la spesa media per i cosiddetti “costi occulti” è intorno ai 55mila euro annui per ogni ettaro, ma varia molto in base al tipo di servizio ecosistemico (servizi ambientali che oggi possono essere considerati beni di mercato) soffocato sotto al cemento. Non solo lo stoccaggio di carbonio degli alberi abbattuti e la protezione che ci offrono dall’erosione, ma anche l’impollinazione degli insetti e non ultima la disponibilità di terreni coltivabili.

Ma a volte lo sforzo per contrastare questi trend deleteri parte dal basso, come è successo con il crowdfunding di Andrea Valenziani e Justyna Podiaska. Lui siciliano, lei originaria della Polonia, vogliono ripopolare di alberi le colline di Carlentini (Siracusa), nella Sicilia orientale, facendo “rinascere” un ettaro all’anno per 10 anni e così “restituire vitalità al territorio attraverso una risorsa localmente ormai trascurata: il bosco”, spiegano i due giovani.

Come accennavamo, tutto è iniziato con una raccolta fondi su BuonaCausa che prevedeva il raggiungimento di 5mila euro per acquistare i primi alberi, offrire vitto e alloggio ai volontari che volessero dare una mano piantando alberi con loro e acquistare le waterbox, cuore del progetto. Si tratta di piccole “scatole” a forma di ciambella che raccolgono acqua piovana e condensa, proteggendo le giovani piantine dalla desertificazione, stimolandole a cercare acqua in profondità negli ambienti aridi e poco ospitali e garantendone la crescita senza necessità di innaffiature.

La raccolta fondi è andata ben oltre i risultati sperati e al momento tocca quasi gli 8mila euro: il sogno di piantare 250 alberi ogni anno tra querce, mimose e acacie sta diventando realtà. Andrea e Justyna hanno grande fiducia nel loro progetto, vi vedono un’occasione di rinascita per il territorio e sperano di ispirare altri a fare lo stesso, cercando ricchezza negli alberi. Per la Sicilia, che come e più del resto d’Italia ha bruciato per un’estate intera, è una piccola boccata d’aria fresca. Perché, per usare le parole di Andrea, “un terreno abbandonato e soggetto agli incendi non offre nulla alla comunità, un bosco offre tanto.”

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