Oltre il PIL: come misurare il benessere di una società?

Oltre il PIL: come misurare il benessere di una società?

Il Pil (prodotto interno lordo) sembra non bastare più. L’indice, comunemente usato per misurare la ricchezza di un Paese, secondo diversi economisti e organizzazioni internazionali sembra ormai debole e limitato per valutare lo stato di salute di una Nazione.

La somma dei beni e dei servizi prodotti in un Paese in un certo periodo (solitamente un anno) di tempo quantifica la capacità produttiva di un’economia ma non considera alcuni elementi fondamentali per misurare il reale livello di benessere. Ecco perché si sono diffuse varie misure “concorrenti” al Pil, o che in un certo senso lo completano.

I limiti del prodotto interno lordo non sono pochi. La misurazione non tiene conto ad esempio del lavoro domestico, del volontariato, del costo della criminalità e dei costi ambientali di produzione. Non solo. Il Pil non misura la distribuzione della ricchezza in un Paese, importante per valutare lo stato delle diseguaglianze e del benessere individuale.

Tra gli indicatori alternativi proposti, troviamo lo Human Development IndexIsu, Indice di sviluppo umanocreato nel 1990 dalle Nazioni Unite per misurare “lo sviluppo di un Paese, non solo la crescita economica”. Si misura tenendo conto di tre dimensioni: l’aspettativa di vita, il livello di istruzione e il reddito nazionale lordo pro capite. Vengono fuori così alcuni contrasti: due Paesi con lo stesso livello di reddito nazionale pro capite, ad esempio, possono avere risultati diversi per quanto riguarda l’Indice di sviluppo umano.

Per tenere conto, poi, della valutazione generale del benessere l’Ocse, (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha lanciato nel 2015 il Better Life Index, composto da 11 indicatori che misurano diverse dimensioni del benessere: le condizioni abitative, il lavoro, il reddito, l’istruzione, le relazioni sociali, l’ambiente, la salute, la sicurezza, la soddisfazioni di vita, l’impegno civico e l’equilibrio vita-lavoro. La posizione dei Paesi nella classifica cambia a seconda del peso dato a ciascuna dimensione.

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Se si considera il Better Life Index per l’Italia, ad esempio, si vede che il nostro Paese ottiene risultati positivi sul fronte della conciliazione vita-lavoro e sul reddito e ricchezza delle famiglie, superiori alla media Ocse. Istruzione e lavoro invece sono al di sotto della media. E raggiungiamo risultati insufficienti anche sulla qualità dell’ambiente, gli aspetti abitativi e la soddisfazione personale.

Presentando il Better Life Index, il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria ha dichiarato: “In risposta agli interrogativi sollevati dalla crisi, dobbiamo colmare il divario tra bisogni dei cittadini, le loro aspirazioni e le agende dei governi. Per questo è necessario capire meglio cosa vuole la gente. È questa l’essenza della democrazia. Il Better Life Index può esserci d’aiuto in questo compito”.

Ma si può misurare davvero la felicità di una popolazione? C’è chi ha provato a fare anche questo con la Fil (Felicità interna lorda), coniata all’inizio degli anni Settanta dall’allora re del Butan Jigme Singye Wangchuck come alternativa al Pil. Un criterio che ancora oggi guida le politiche di sviluppo dello Stato asiatico, tanto da essere stato formalizzato anche nella Costituzione.

La Fil viene calcolata attraverso censimenti periodici nei venti distretti del Paese, tenendo conto di 33 indicatori e 124 variabili che fanno riferimento a nove aree: benessere psicologico, salute, uso del tempo, istruzione, multiculturalità, buon governo, vitalità sociale, tutela della biodiversità e qualità della vita. Ma gli indicatori non hanno tutti lo stesso peso statistico: il tempo dedicato al sonno, ad esempio, conta 1/18 del punteggio totale, il reddito pro-capite e la casa “valgono” 1/27.

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Perché ricchezza e felicità, Pil e Fil, non vanno di pari passo. Nel 1974 l’economista e demografo americano Richard Easterlin parlò di paradosso della felicità. Secondo la teoria di Easterlin, la felicità umana cresce con l’aumentare del reddito ma fino a certi livelli, oltre i quali inizia a diminuire.

Se è vero che l’aumentare del reddito contribuisce alla felicità soprattutto nelle fasce basse, dopo aver superato una certa soglia l’effetto può diventare negativo perché l’impegno per aumentare il reddito può produrre effetti negativi sulle relazioni, riducendo la felicità.

Non solo: se il mio reddito individuale aumenta ma quello del mio “vicino” aumenta di più, la mia utilità diminuisce anche se il mio reddito e il consumo sono aumentati. Ecco perché, allora, probabilmente non basta calcolare quanti beni vengano prodotti o quanti soldi si guadagnano mensilmente per capire quale sia davvero il livello di ricchezza e benessere della popolazione di un Paese.

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