Il potenziale delle persone con autismo

Il potenziale delle persone con autismo

Sull’autismo, in Italia, non esistono neanche dati certi. “Non è mai stato fatto un calcolo epidemiologico”, dice a Hello!Money Benedetta Demartis, presidente di Angsa, Associazione nazionale genitori soggetti autistici. “Possiamo fare riferimento solo alle cifre raccolte da due regioni, Piemonte ed Emilia Romagna, che però sono datate. La letteratura internazionale parla di un soggetto autistico ogni 68 nati. Nel nostro Paese si parla di uno su cento”. Su una popolazione come quella italiana, questo significherebbe almeno 600mila casi di autismo.

Seicentomila persone che però spesso sono dimenticate: tra i banchi di scuola prima, e nel mondo del lavoro poi. Un enorme potenziale inespresso, visto che i disturbi dello spettro autistico possono essere diversi. Dai casi più gravi, con problemi cognitivi e di aggressività, che hanno difficoltà a scuola e non sono in grado di lavorare. Fino ai soggetti “ad alto funzionamento”, o affetti dalla sindrome di Asperger, con carenze relazionali e comunicative, ma spesso con un’intelligenza sopra la media.

Secondo alcuni calcoli fatti sull’economia americana, e riportati dall’Economist, solo negli Stati Uniti il mancato collocamento lavorativo delle persone autistiche ha un costo sociale pari al 2% del Pil. E in Italia una ricerca condotta da Confcooperative dell’Emilia Romagna su 203 cooperative sociali evidenzia anche il risparmio economico-finanziario che la pubblica amministrazione trae dall’inserimento di diverse categorie fragili, inclusi gli autistici: su 1.940 lavoratori svantaggiati assunti, il risparmio è di 9 milioni di euro.

Dati che fanno riflettere, soprattutto se si considera che le diagnosi di autismo sono in aumento. “Negli ultimi anni si registrano molti più casi, spiega la presidente di Angsa. “E non perché ci sia un’epidemia. Dalla letteratura internazionale viene fuori che più si alzano le diagnosi di autismo più si abbassano le altre diagnosi di psicosi e altre diagnosi fantasiose. Per cui è ipotizzabile che ci sia un aumento di casi proprio per la precisione nella diagnosi”.

La legge italiana

Proprio su stimolo di Angsa, nel 2015 l’Italia ha varato una prima legge organica (la 134) per la cura e l’inserimento sociale delle persone affette da autismo. “Questa legge ha fatto chiarezza su che cos’è l’autismo e cosa serve”, dice Demartis, “ma non ha avuto fondi economici in più e quindi il sistema sanitario nazionale non riesce ancora a trovare le risorse per mettere in atto ciò che dice la legge”.

I reparti di neuropsichiatria, che dalla diagnosi in poi dovrebbero farsi carico di questi bambini, non hanno né personale né formazione adeguata per attuare progetti individuali e seguirli. “Nell’autismo ancora è tutto molto legato a ciò che la famiglia riesce a trovare girando per l’Italia per capire cosa fare”, dice Demartis.

La scuola

I primi ostacoli cominciano a scuola. Ogni anno, a settembre, molti bambini con diagnosi di autismo si trovano di fronte un insegnante di sostegno diverso da quello dell’anno prima, e senza nessuna formazione specifica. “La legge 134 diceva che dopo la presa in carico della sanità l’intervento doveva continuare attraverso il percorso scolastico con insegnanti di sostegno formati, specializzati nell’autismo, che assicurassero la continuità del rapporto”, spiega Demartis. “Al momento questa nuova legge della scuola non sta rispettando quella che era l’idea iniziale, per cui i nostri bambini a scuola hanno insegnanti di sostegno che continuano a cambiare durante l’anno e che non sanno nulla di autismo. È come mettere un bambino cieco con un insegnante che non conosce il metodo Braille”.

I cambiamenti continui sono contrari all’autismo stesso. “I nostri ragazzi fanno tanta fatica nelle relazioni, quindi avrebbero bisogno di una relazione stabile, di potersi fidare della persona che hanno davanti”, dice la presidente di Angsa. “Hanno anche delle routine ferme, che bisogna che la persona che sta con loro sia in grado di cambiare e migliorare con competenza, rendendole proficue. Altrimenti le ore a scuola sono ore perse.

La partecipazione scolastica dei soggetti autisti in Italia è alta. La scuola italiana garantisce un inserimento obbligatorio fino a 16 anni. E, se i casi non sono molto complicati, si può restare tra i banchi anche fino ai 20-22 anni. Il problema è la qualità, e quello li aspetta dopo. “Ci sono famiglie che fanno bocciare i figli perché oltre la scuola poi non c’è più nulla”, dice Demartis. “Ma intanto la scuola non sta preparando i nostri ragazzi all’uscita. Non c’è un progetto di vita per questi ragazzi, un progetto per lavorare sulle abilità che hanno alcuni per poterli inserire poi nel mondo del lavoro”.

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E il lavoro?

Qui arrivano gli ostacoli più grandi. Ad aspettare i ragazzi autistici dopo il diploma, c’è poco o nulla. Per i casi più gravi, quelli con deficit cognitivi, ci sono i centri diurni convenzionati. “Ma sono luoghi senza una formazione in autismo, dove questi ragazzi gravi vengono messi in mezzo ad altre diversità allo sbaraglio, con pochi educatori rispetto al numero di utenti. Spesso in questi luoghi i nostri ragazzi peggiorano, perdono le competenze acquisite e vengono sedati perché non disturbino”, racconta Demartis. Mentre quelli che hanno un livello cognitivo un po’ più alto, i cosiddetti “altamente funzionali”, o quelli con la sindrome di Asperger, si ritrovano senza nessun centro diurno adatto a loro. Per cui spesso restano a casa con i genitori.

“Per le famiglie è un percorso faticoso”, ammette Demartis. “Magari, dopo aver investito tanto, arrivano alla fine della scuola scoprendo che dopo c’è il nulla assoluto. Per molti genitori significa anche rinunciare al lavoro per rimanere a casa e fare compagnia a un figlio pieno di energia con un corpo sano che potrebbe spendere in tante attività”.

Eppure le persone affette da autismo rientrano nelle categorie protette. In base a una legge del 1999, le aziende sopra i 15 dipendenti sono obbligate ad assumere un certo numero di lavoratori da queste categorie. Ma meno della metà delle aziende rispetta gli obblighi di legge. Dal 1 gennaio 2018, però, entreranno in vigore le assunzioni obbligatorie di lavoratori disabili per le aziende con più di 14 dipendenti, senza più la finestra di tolleranza che permetteva ai datori di lavoro di non effettuare le assunzioni fino al raggiungimento delle 16 unità. Si prevedono sanzioni pesanti per chi non rispetterà l’obbligo, già previsto per il 2017 ma slittato di un anno per effetto del decreto Milleproroghe 2017.

La resistenza delle aziende è alta. “La difficoltà maggiore di una persona affetta da autismo è nelle relazioni umane, non nel lavoro in sé”, spiega la presidente di Angsa. “I ragazzi autistici avrebbero bisogno che anche nelle aziende ci fosse qualcuno di competente, che li possa accogliere e gestire dall’interno. Altrimenti bisognerebbe creare degli operatori che siano i tutor di questi ragazzi nelle aziende. Ma se non c’è una copertura economica, non se ne farà carico nessuno”.  

Il risultato è che oggi, secondo i dati delle Nazioni Unite, in media l’80% degli autistici non lavora. E in Italia, secondo l’Angsa, “dire che il 5% degli autistici lavora è già un numero alto”. “Abbiamo ragazzi abili, esperti in molte materie, persone che magari conoscono quattro lingue ma non riescono a spendere nulla nella vita lavorativa perché sono goffi, impacciati, o perché non capiscono le regole sociali. E se non c’è un ambiente protetto o capace di accogliere questa diversità, sono comunque destinati a non lavorare”, racconta Demartis. “Poi ci sono gli Asperger, così bravi a camuffarsi nella folla, di cui non si sa che hanno l’autismo. Magari spendono tutte le loro energie per imparare a stare al mondo insieme agli altri, ma con uno stress elevatissimo. Che a volte arriva alla depressione o addirittura al suicidio”.

C’è chi ci prova

Le poche esperienze positive che esistono in Italia nascono o dalla volontà dei genitori, o di alcuni centri esperti, o per merito di qualche azienda molto motivata. Il gruppo francese L’Oréal, per esempio, nel 2014 ha avviato un progetto sperimentale per l’inserimento di persone autistiche nello stabilimento di Settimo Torinese. Undici ragazzi sono stati inseriti tramite un tirocinio, e due di loro sono stati confermati. La scuola Cottolengo, con il progetto Chicco Cotto, in collaborazione con la Lavazza, forma i ragazzi con autismo e altre disabilità per poterli collocare nel settore del vending. E in Abruzzo, tramite il fondo sociale europeo, la regione ha creato il Piano operativo Start Autismo per costruire percorsi lavorativi personalizzati con i ragazzi autistici. C’è chi lavora in biblioteca, chi in un ristorante, chi è stato inserito all’interno delle cooperative sociali. E per formarli è stata identificata la figura del Tap, Tecnico dell’abilitazione professionale di persone con autismo.

“Sono tutte realtà a macchia di leopardo”, sottolinea Demartis. Senza un piano strutturale nazionale. Esperienze spesso frutto di iniziative locali o individuali.

Come il centro fiorentino Casadasé, che ospita 40 ragazzi, gestito dal 2011 dall’associazione Autismo Firenze in convenzione con l’Usl. “Si tratta di un centro di riabilitazione dedicato ad adulti e adolescenti con autismo”, spiega a Hello!Money Maria Carla Morganti, presidente di Autismo Firenze. La logica è quella di sviluppare un progetto educativo individuale per ciascun ragazzo, in modo da prepararli al possibile ingresso nel mondo del lavoro. È come una scuola in cui, con un approccio cognitivo-comportamentale, si punta a raggiungere alcuni obiettivi in vista di un progetto di vita adulta”.

Si lavora ad esempio sulla comunicazione, sulla comprensione del linguaggio o l’incremento del lessico. O anche sulla cura quotidiana, le attività domestiche, la gestione delle relazioni e il rapporto con l’esterno. Dipende da caso a caso, e anche i tempi di lavorano variano da persona a persona. “Una volta raggiunti gli obiettivi, cerchiamo di varare i ragazzi”, dice Morganti. Prima con attività pre-lavorative, e poi si tenta l’ingresso nel mondo del lavoro cercando le aziende disposte ad accogliere questi ragazzi.

Una volta trovata l’azienda, Casadasé forma i datori di lavoro, adegua gli uffici e le postazioni, adattandole alle esigenze del lavoratore autistico. E affianca un educatore a ogni ragazzo inserito in azienda per tutto il tempo necessario. Così sono partiti diversi tirocini, e sono stati firmati pure ben tre contratti a tempo indeterminato in un grande ristorante di Firenze, in una pasticceria e in un ufficio. Ma bisogna fare un distinguo. “Ci sono ragazzi che possono lavorare in ambiente naturale, altri no, e per loro si pensa a un inserimento socio-psicoterapeutico. Ecco perché, ad esempio, tre ragazzi sono stati inseriti proprio a lavorare nella nostra struttura”, spiega Morganti.

È quello che fa anche, a molti chilometri di distanza, Giovanni Marino, papà di due ragazzi autistici e fondatore della Fondazione Marino a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria. Qui è stata creata una struttura che accoglie dieci ragazzi autistici in condizioni gravi. E nel 2008 accanto alla residenza è nata una mensa solidale destinata alle categorie svantaggiate, dove tre dei ragazzi autistici ospiti della struttura lavorano quotidianamente.

“Il luogo di lavoro ce lo siamo costruiti noi”, dice a Hello!Money Giovanni Marino. “In una terra come la Calabria in cui le aziende scarseggiano, trovare quelle disponibili ad assumere i nostri ragazzi sarebbe stato ancora più difficile”. La mensa si sostiene con il 5 per mille, da cui lo scorso anno sono arrivati 30mila euro. E i ragazzi servono i pasti a una quindicina di persone al giorno. Gli altri sette ospiti della struttura, che non sono in grado di lavorare, sono impegnati a curare l’orto e il vivaio che circondano la residenza, e nei laboratori di pasticceria e cucina organizzati dalla fondazione.

Serve un salto di qualità, dice Marino, che sta collaborando anche con il ministero della Salute a stilare le nuove linee guida per l’autismo. “Il percorso dell’inserimento lavorativo deve diventare obbligatorio. Altrimenti siamo davanti a una perdita della qualità di vita di queste persone. Tutti, dopo che andiamo a scuola, abbiamo bisogno di mettere a frutto il nostro bagaglio. Anche per i ragazzi autistici deve essere così”.

Quando sono le aziende a cercarli

Ma a volte sono le aziende stesse a cercare i ragazzi autistici ad alto funzionamento o con la sindrome di Asperger. “Alcuni di loro, quelli con un buon funzionamento cognitivo, sembrano avere propensione per competenze di informatica, scienze, ingegneria, perché amano il dettaglio, amano approfondire in modo ossessivo i loro interessi. E quindi possono diventare davvero abili in certi ambiti. L’informatica è uno di questi, ma anche l’ingegneria, la chimica. Sembrerebbero tutte quelle cose che non hanno bisogno di relazioni”, dice Benedetta Demartis.

La concentrazione e la rapidità di calcolo li renderebbero molto adatti alla programmazione e al controllo dei software. È per questo che grandi gruppi industriali, dal colosso tedesco Sap a Microsoft, hanno dimostrato interesse ad assumerli. Gli esempi italiani non mancano. La startup livornese Arnia, ad esempio, si occupa di gestione di grandi moli di dati, documenti e informazioni, promuovendo per questi lavori l’inserimento delle persone affette da autismo. In Lombardia, invece, ci sta provando l’azienda informatica danese Everis tramite l’iniziativa Specialisterne. A giugno 2017 ha aperto le porte a 14 giovani autistici per uno stage. E uno di loro è già stato assunto.

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