Quando il prezzo di un hamburger spiega le diseguaglianze globali

Quando il prezzo di un hamburger spiega le diseguaglianze globali

A prima vista, sembrerebbe che un chilo di carne di manzo in Svizzera costi un occhio della testa. O, più esattamente, 49,68 dollari: il prezzo più alto al mondo, secondo il Meat Price Index 2017 realizzato da Caterwings, portale online che mette in contatto clienti e fornitori di catering.

Ma, a guardare meglio i dati, il prezzo per uno svizzero non è così elevato. Basta dare un’occhiata—come fa lo studio di Caterwings—a quante ore di lavoro con un salario minimo servono a chi voglia mettere un buon hamburger nel piatto.

E, magicamente, la classifica si ribalta. L’Indonesia passa al primo posto, con 23,60 ore di lavoro necessarie per comprare un chilo di carne di manzo: è questo il Paese in cui un piatto di proteine di origine animale costa più al mondo. La Svizzera, invece, scende al 36esimo posto: nella Confederazione Elvetica bastano 3,10 ore lavorate con un salario minimo per ottenere un chilo di carne. E questo accade nonostante lo stesso taglio in Indonesia costi ben 16 dollari di meno che in Svizzera.

La ricerca di Caterwings analizza non solo i prezzi della carne, ma anche il tipo del taglio. Il prezzo al chilo, poi, viene messo in rapporto al salario minimo di ciascun Paese per capire quante ore bisogna lavorare per mangiare una coscia di pollo o una costoletta di agnello. E così vengono fuori grandi disparità nell’accesso ai pasti a base di proteine animali: ecco come un hamburger può riflettere le diseguaglianze a livello globale.

A guardare solo i prezzi di manzo, pollo, pesce, maiale e agnello, la Svizzera svetta sul podio con costi del 142% più alti rispetto al costo medio globale, seguita da Norvegia (+63,7%) e Hong Kong (+61%). Lo scontrino più basso per preparare un barbecue si trova invece in Ucraina, Malesia, Colombia, Brasile e India.

In India, però, nonostante il prezzo basso della carne, è necessario lavorare quasi un’intera settimana per mangiare una costoletta di maiale. In Norvegia, per la stessa quantità, basta meno di un’ora dietro la scrivania o alla catena di montaggio. Per comprare un chilo di pollo, un operaio indiano deve lavorare dieci ore e mezzo, a uno svedese basta mezz’ora. Nella classifica, non a caso, quelli che consumano meno carne al mondo sono proprio gli indiani, con soli 4,4 chili ciascuno l’anno. Una distanza siderale dai primi in classifica, gli australiani, che arrivano a mangiare in media 111,5 chilogrammi di carne a persona in un anno.

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Per quanto riguarda il pesce, l’Egitto è il Paese che richiede la maggiore fatica. Prima di potersi fermare in una pescheria al Cairo sono addirittura richieste 44,2 ore di lavoro con salario minimo, nonostante il prezzo sia in media più basso del 10%. Non va meglio in Russia, dove si deve lavorare invece 40 ore per lo stesso quantitativo di pesce. Dall’altra parte della classifica si piazzano Svezia e Danimarca, dove bastano 70-80 minuti di lavoro per comprare del pesce fresco, a un prezzo ovviamente più alto di quello egiziano e russo.

“Quella che era partita come una semplice ricerca di mercato ha sollevato poi alcune importanti domande”, spiega Susannah Belcher, managing director di Caterwings. “È chiaro che la disuguaglianza esiste a livello internazionale. E questo studio dimostra chiaramente che i prezzi dei prodotti alimentari dovrebbero essere al centro dell’agenda mondialeInfatti, lo scarso accesso alle proteine nei Paesi in via di sviluppo economico è stata identificata come una delle principali cause della malnutrizione a livello globale, mettendo a repentaglio la salute di 1,2 miliardi di persone.

Secondo Carlos Sere, ex direttore generale dell’International Livestock Research Institute, “mentre le persone nei Paesi ricchi si ammalano per mangiare troppa carne rossa grassa e troppo formaggio, molte persone nelle città e nelle aree rurali di Africa, Asia e America Latina, in particolare bambini e giovani donne, sono malnutrite perché non stanno consumando abbastanza uova, carne e latte”.

Tuttavia, secondo un rapporto della FAO, l’allevamento di animali è responsabile del 18% di tutte le emissioni inquinanti globali. Non sono dunque in pochi a domandarsi se un aumento globale del consumo di carne sia sostenibile per il nostro Pianeta, o se non sia invece sempre più necessario trovare fonti alternative e più sostenibili di proteine—come ad esempio la spirulina o gli insetti.

E l’Italia? In questa classifica, il Belpaese si piazza al 21esimo posto nella classifica del prezzo di carne e pesce e al 30esimo per le ore lavorate necessarie a comprare una bistecca o un branzino. Per il manzo servono 4,10 ore di lavoro, per il pesce 3,60. E per quanto riguarda i consumi, occupiamo il decimo posto con 90,70 chilogrammi pro capite all’anno. Ma se confrontiamo il nostro potere d’acquisto con quello dei vicini europei, nonostante i prezzi italiani siano più bassi, non siamo messi poi così bene. Per comprare un chilo di carne di manzo, un italiano con un salario minimo deve lavorare almeno mezza giornata, quando invece a francesi e tedeschi bastano solo poco più di due ore e ai portoghesi tre.

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