I progetti per ripulire i nostri oceani dai rifiuti

I progetti per ripulire i nostri oceani dai rifiuti

L’umanità ne produce almeno 300 milioni di tonnellate all’anno. Parliamo della plastica. Un dato, che tradotto, significa che l’umanità ha pompato nell’ecosistema marino dai 453 miliardi ai 127mila miliardi di chili di plastica. Ovvero quasi una volta e mezza il peso della piramide di Giza, in Egitto.

È nata così la Great Pacific Garbage Patch (GPGP): una vera e propria isola di plastica nel Pacifico centrale, dove si sono accumulati, spinte da venti e correnti, infinite particelle di rifiuti. Le reali dimensioni sono sconosciute ma è ragionevole pensare che la GPGP possa raccogliere una buona dose dei 500 miliardi di bottiglie di plastica che disperdiamo in giro per il pianeta e che sia arrivata a misurare due volte il Texas, e tre volte l’Italia.

Quel che sappiamo è che i rifiuti di plastica più ingombranti costituiscono tra l’8 e il 10% di tutti i detriti: circa 640mila tonnellate. Ma sono le microplastiche a produrre maggior inquinamento: tra i 15mila e i 51mila miliardi particelle micro, pare abbiano galleggiato, sempre nel Pacifico, nel 2014, senza nessuno potesse fermarle, eccetto i pesci che le hanno ingerite.

Ma la reale quantità del rifiuto marino derivante dalla plastica è un dato ancora incerto. Per questo l’ingegnere Jenna Jambeck, dell’Università della Georgia, sostiene che per risolvere il rebus della plastica mancante si possa usare l’applicazione Tracker Debris Marine: un sistema per raccogliere dati inviati dagli utenti sui rifiuti che “incontrano”. Questo significa che gli utenti potranno costituire un archivio con i loro dati. E per conto dell’UNEP, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, la ricercatrice Jambeck sta già costruendo un database.

C’è poi anche chi pensa di poter arginare la GPGP, raccogliere i detriti, ripulire le acque contaminate e impedire a nuovi residui di plastica di raggiungerla. Ocean CleanUp è una no-profit che ha l’obiettivo di allestire entro il 2020 una barriera di galleggianti lunga 100 km intorno all’ingombrante massa di plastica in mezzo all’oceano Pacifico.

La barriera, invenzione di Boyan Slat – amministratore ventiduenne di Ocean CleanUp – aveva sollevato obiezioni: la plastica all’interno del vortice della GPGP è molto diluita quindi difficile da raccogliere ed inoltre disturberà pesci e plancton. Ma Slat, con gli esiti positivi degli studi di fattibilità sul progetto, è riuscito a raccogliere un milione e mezzo di euro in crowdfunding e a costruire il dispositivo che è in fase di test davanti alle coste olandesi.

È plausibile, tuttavia, che le barriere come quella di Slat, tanto più sono vicine al ciclo della plastica tanto meglio riescono a fermare i detriti: per questo, Cina e Indonesia sono i paesi attorno alle cui coste andrebbero collocate le barriere. In questo senso, qualche settimana fa, il governo indonesiano ha deciso di imporre una tassa sulla plastica per ridurre i 187 milioni di tonnellate di detriti che ostruiscono canali e fiumi.

Ma anche questo non basterà. Bisogna farsi riciclatori e produttori di nuova vita per i rifiuti da plastica. Il progetto di David Katz, Plastik Bank, società canadese con sede a Vancovouver, è partito proprio da qui: quei 18mila pezzi di plastica per chilometro quadrato nell’Oceano sono troppi non solo perché l’ecosistema regga ma anche da riciclare. Così Katz ha deciso di dare un valore alla plastica, ovvero farne moneta di scambio/baratto, allestendo centri di raccolta nelle aree più povere del mondo, dove non c’è alcun processo di riciclo.

L’unico sistema per coinvolgere nel processo le persone, ha pensato Katz, è assicurare loro un guadagno. Il valore attualmente varia dai 30 ai 50 centesimi di euro ogni chilo di plastica consegnata presso la banca e, più spesso, i raccoglitori vengono ripagati con servizi o prodotti utili anche alla comunità locale. Rimane il problema della trasformazione della plastica raccolta da Katz, che ha fatto partire il suo progetto dal Perù dove se ne ricicla solo il 2%.

oceani

La Sintol, un’impresa italiana con sede a Torino e da poco avviata, ha l’ambizione di risolvere esattamente questa parte del problema, forse la madre di tutti i problemi legati al riciclo della plastica. Gian Claudio Faussone, 39 anni, ha elaborato e sviluppato un forno, alimentato a metano, in grado di trasformare a 400 gradi la miscela di plastica in biocarburante.

Sintol acquista le miscele di plastiche recuperate dagli imballaggi, bottigliette, flaconi, contenitori per salumi, film; le più economiche, da cui non è possibile ricavare un nuovo prodotto di uso quotidiano. Il processo che trasformerà la miscela viene detto pirolisi e la cosa buona è che così la plastica non sarà bruciata direttamente, evitando le emissioni più nocive.

Certo, sempre in un forno finirà, ma la potenza termica della struttura ideata da Faussone è anche in questo: l’utilizzo del gas metano pari a quello di un piccolo condominio. Il risultato saranno 3mila tonnellate di biocarburante per il 75% di miscela trasformata. E se qualcuno ha da obiettare che i biocarburanti non sono sicuri o sono scarsamente utilizzabili, niente paura: sono già miscelati nei nostri attuali carburanti, quelli a base di greggio; sotto una certa soglia non è prevista un’etichettatura. Sintol non potrà smaltire la plastica del GPGP né tutta quella diventata rifiuto in Italia. Ma è più di una goccia in mezzo al mare.

Immagine via Flickr | Copertina modificata in b&n di Richard Black|Foto 1

Chiara Organtini