Il progetto canadese che offre un reddito minimo garantito ai lavoratori

Il progetto canadese che offre un reddito minimo garantito ai lavoratori

Secondo l’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo “ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari, ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità vedovanza, vecchiaia o in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.” Questo documento, il primo a sancire universalmente i diritti spettanti all’essere umano, è alla base di un tema sempre più discusso negli ultimi tempi: il reddito universale di base.

Che cos’è il reddito universale

Questo termine è stato spesso utilizzato per indicare una serie di progetti assistenziali più o meno lontani dal significato più puro dell’espressione: il “diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire salute e benessere proprio e della famiglia.” Il vero significato dell’espressione, almeno secondo il sito basicincome-europe.org, network di associazioni e individui che promuove la sostenibilità del reddito universale di base, sarebbe costituito da un reddito garantito sempre e comunque a chi ne ha diritto (senza discriminazioni di stato sociale, giorni lavorativi, contributi ecc.), sia che sia guadagnato che sia fornito dallo Stato (o da altri soggetti).

Questa concezione prevede che dietro al reddito esista un apparato governativo che sia in grado di gestire tale sistema assistenziale. Al momento, l’unico stato che è riuscito a realizzare un progetto simile è l’americanissimo territorio di frontiera dell’Alaska. Infatti a partire dal 1982 i residenti legali che passano almeno sei mesi nello stato ricevono parte dei dividendi di un fondo di investimento semi-pubblico costituito a partire da una quota delle royalties ottenute dall’estrazione e la vendita del petrolio, i cui giacimenti furono scoperti in Alaska nel 1969.

L’esperimento canadese

Tra i pochi altri stati pionieri il Canada non è estraneo a questi esperimenti: già nel 1974 a Dauphin, Manitoba circa mille persone presero parte a un progetto pilota di reddito garantito. Le domande poste nello studio dell’epoca sono le stesse che vengono poste oggi, nell’ambito di un nuovo progetto di reddito minimo lanciato nel corso del 2017: in caso di reddito garantito, le persone sono ancora disposte a lavorare? Cosa faranno con questi soldi?

Nel progetto pilota del 2017 4milalavoratori a rischio e persone a basso reddito” canadesi selezionati casualmente tra gli applicanti riceveranno aiuti annuali fino a 16.989 dollari canadesi (le coppie riceveranno fino a 24.027 dollari): alcuni strumenti di assistenza verranno sospesi, sostituiti dal reddito di base, mentre altri continueranno a essere erogati (contributi familiari). La cifra erogata dal governo diminuirà anche in base al reddito guadagnato dai lavoratori (50 centesimi in meno per ogni dollaro guadagnato), ma altrimenti non vengono poste altre condizioni.

Una delle obiezioni sollevate dagli oppositori a questo tipo di programma è che avendo garantito un reddito lavorare potrebbe diventare svantaggioso (sia per pigrizia, sia perché si rischia che un disoccupato preferisca rinunciare a un lavoro malpagato per non perdere quanto riceve in assistenza).

I sostenitori del programma vedono questo problema come un’occasione per cambiare la società rendendo più attraenti quelli che sono oggi lavori sottopagati e promuovendo così miglioramenti nella situazione lavorativa che non siano solo limitati al reddito garantito.

Lo scopo del progetto è testare se questo tipo di assistenza possa effettivamente migliorare le condizioni di chi lo riceve (salute, sicurezza alimentare e abitativa), con un forte accento posto sulla possibilità di sfruttare la nuova sicurezza economica e i nuovi fondi per migliorare l’educazione dei partecipanti e aiutarli a uscire dalla loro situazione svantaggiata.

Prima che venisse interrotto, il programma pilota del 1974 aveva rilevato che le abitudini lavorative non avevano subito sostanziali variazioni, fatta eccezione per le neo-mamme che avevano scelto di prolungare i periodi di maternità. Quanto ricevuto dallo stato si trasformò in una rete di sicurezza che ebbe come risultato la diminuzione di problemi di salute fisica e mentale. Per i risultati dello studio in partenza quest’anno bisognerà invece aspettare il 2020.

reddito canadese

Il reddito garantito negli Stati Uniti

Era fine anni Sessanta quando negli Stati Uniti l’ufficio Federale delle Opportunità Economiche aveva lanciato un progetto pilota decennale di reddito garantito. L’obiettivo era quello di sostituire definitivamente il welfare tradizionale. Così, nel 1969, Nixon propose il Family Assistance Plan, proposta che prevedeva un aiuto economico alle famiglie povere di lavoratori con figli.

Prima che potesse essere trasformato in legge, il Senato richiese i dati (incompleti) dello studio precedente e sottolineò come la percentuale dei divorzi fosse in aumento, mentre quella delle ore lavorate stesse diminuendo. Questo affossò il piano di Nixon e altri tentativi di stabilire il reddito garantito.

Tuttavia, ricerche recenti che analizzano i dati (incompleti) del progetto 1969-1978, rivelano secondo alcuni che in effetti i divorzi erano comparabili a quelli di altri gruppi e la diminuzione delle ore lavorate, pari al 6%, più che alla pigrizia poteva essere imputata alle migliorate condizioni lavorative (più giorni di malattia o liberi, possibilità di iscriversi all’università o a corsi di formazione).

In Alaska è invece possibile riscontrare gli effetti positivi di questo programma di ‘soldi gratuiti’: la disparità di reddito tra cittadini non è aumentata come negli altri stati americani e varie ricerche hanno evidenziato come le royalties ricevute siano state usate per fondi pensione, per il college o per pagare altri debiti (nonché per vacanze e altre spese “frivole”). Ciononostante, vale la pena ricordare che il programma di Nixon prevedeva che i pagamenti sostituissero il welfare, mentre nel caso dell’Alaska i soldi ricevuti sono un extra legato al domicilio all’interno dello stato (nel 2006 l’ammontare era pari a 1.654 dollari a persona, aumentato a 3.269 dollari nel 2008).

I progetti oggi: tra reddito minimo e sussidi di disoccupazione

Questi casi presentano tutta una serie di concezioni e paletti legati all’idea del reddito universale garantito: la prima, a chi spetta? Solitamente si risponde con “ai cittadini” (senza troppo addentrarsi nelle questioni di chi o come ottenga la cittadinanza). Il passo successivo si trova a metà tra il welfare e il reddito: molto spesso infatti queste misure sono rivolte a persone disoccupate, che hanno perso, sono in cerca di o non riescono a mantenersi.

La novità in questo caso è costituita dal fatto che non è necessario aver contribuito prima per ricevere un aiuto finanziario dallo stato. Ad esempio, in Finlandia, a inizio 2017 è partito un progetto per aiutare 2.000 disoccupati (età compresa tra i 25 e i 58 anni), che riceveranno una somma di 560€ al mese, anche nel caso in cui riescano a trovare lavoro.

In Italia, a Livorno, un progetto simile è ormai al secondo anno di vita: ai cittadini in condizioni temporaneamente disagiate sono erogati degli aiuti. In questi esperimenti, rimane chiara una cosa: l’incentivo è temporaneo e non deve diventare un sussidio permanente, per cui si offrono anche misure di aiuto per trovare lavoro.

I pro e i contro: risposta all’automazione o rifiuto del lavoro?

Un timore sollevato spesso è che questo sostegno diventi l’unico che per chi non ha voglia di lavorare. Inoltre si teme giustamente che vada a sostituire altre parti dell’apparato assistenzialista statale (come già in realtà succede al momento: se si guadagnano 500€ al mese, ma si perdono i contributi familiari, gli aiuti per l’affitto, per la sanità, ecc., quanto veramente conviene?).

Un punto poco discusso è proprio il cambiamento della concezione del proprio ruolo e dei propri diritti/doveri all’interno dello Stato: i sostenitori del reddito universale garantito lo vedono come una possibilità di migliorare la condizione di una serie di lavori mal pagati e poco qualificati, che se veramente necessari, dovrebbero essere resi nuovamente appetibili grazie ad aumenti salariali e altri incentivi. Un’altra considerazione è l’automazione sempre maggiore di alcuni di questi lavori: almeno il 57% delle posizioni attuali potrebbe essere in futuro sostituite da robot o altra tecnologie, con punte che toccano il 97% nel settore agricolo e il 79% nei trasporti su gomma.

A questa nuova massa di disoccupati o sottoccupati il reddito minimo garantito permetterebbe di reinventarsi o almeno di passare senza troppe preoccupazioni gli ultimi anni della loro vita lavorativa. I sostenitori della proposta puntano molto all’idea che il lavoro nobiliti luomo e per tanto invece di perdersi in mille lavoretti sfiancanti e sottopagati, i nuovi lavoratori potrebbero concentrarsi su quello in cui riescono meglio, portando avanti anche progetti che prima non sarebbero riusciti a realizzare.

Oltre alla potenziale perdita di posti di lavoro dovuti all’automazione, bisognerebbe anche considerare che nel mercato del lavoro attuale l’accesso a fondi di assistenza pubblica sono legati all’aver lavorato in precedenza, privando così chi si affaccia per la prima volta sul mercato del lavoro (e deve affrontare tirocini, contratti determinati, posizioni da freelance e molto altro) e altre categorie di ‘tipici’ lavoratori atipici di reti di sicurezza legate a concezioni economiche che stanno piano piano diventando sempre più rare.

In Finlandia, 2.000 disoccupati ricevono da qualche mese circa 500€ al mese come aiuto durante la ricerca di lavoro, soldi che continueranno a incassare anche nel caso in cui riescano a farsi assumere. Ebbene, secondo i partecipanti, gli incentivi a trovare un lavoro sono aumentati (non correndo il rischio di guadagnare di più non lavorando), lo stress è diminuito e molti si sono ingegnati per aprire piccoli business personali, grazie al maggior tempo libero (non è più necessario dimostrare al governo che si cerca attivamente lavoro) e sicurezza economica.

Chi invece ha dubbi sulla proposta è convinto che non esisterebbero più incentivi per andare a lavorare, dal momento che solo aumenti consistenti di reddito spingerebbero le persone ad affrontare tutti i disagi connessi al lavoro. Senza contare che una conseguenza paventata sarebbe la perdita della democrazia e la dipendenza sempre maggiore della popolazione verso politica e chi governa. Senza dimenticare che in Italia, il lavoro è il fondamento della Repubblica, un diritto/dovere inalienabile.

Larticolo 4 della Costituzione recita che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” In definitiva, è proprio l’interpretazione dell’ultima frase a dividere i campi: bisogna per forza lavorare per contribuire al progresso della società, o invece più sicurezza finanziaria ci renderebbe più liberi e produttivi?

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