Puntare sugli istituti tecnici per portare l’economia italiana nel futuro

Puntare sugli istituti tecnici per portare l’economia italiana nel futuro

La sigla è Its, Istituti tecnici superiori. Un acronimo che pochi conoscono. Ma, con molta probabilità, è da qui che passerà il futuro della nostra quarta rivoluzione industriale. Questi istituti sono la prima esperienza italiana di offerta formativa terziaria professionalizzante. Tradotto: un vero ponte tra il mondo della scuola e quello dell’impresa. Un modello che segue sistemi già consolidati in altri Paesi europei, Germania in primis.

Nate nel 2010, sono scuole legate strettamente al sistema produttivo italiano e rispondono alla domanda di nuove ed elevate competenze tecniche e tecnologiche delle imprese. L’obiettivo è quello di preparare i quadri intermedi protagonisti della Industry 4.0. Ma il problema è che in Italia restano ancora un fenomeno di nicchia. Basta guardare il numero di iscritti. Secondo i dati di Indire— l’Istituto nazionale documentazione, innovazione, ricerca educativa—aggiornati al 30 marzo 2017, gli studenti sono 8.589 per 370 percorsi. Una piccolissima frazione, se confrontati con i circa 800mila studenti dei Fachhochschulen tedeschi e i 240mila francesi.

Eppure, l’obiettivo di queste scuole è lo sbarco pressoché immediato nel mercato del lavoro. E, a guardare i dati, ci riescono. Sempre secondo Indire, negli ultimi tre anni il 79,5% dei diplomati negli Its italiani ha trovato un lavoro, di cui il 70% in un’area coerente con il percorso concluso.

Gli Its presenti sul territorio italiano sono 93, divisi in sei aree tecnologiche: mobilità sostenibile (17); efficienza energetica (13), tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – turismo (12), tecnologie dell’informazione e della comunicazione (10), nuove tecnologie della vita (7), nuove tecnologie per il made in Italy (34). Di questi ultimi, 14 sono concentrati sull’agroalimentare e sei sulla moda.

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Solo in Lombardia, ci sono 18 Its. A seguire Emilia Romagna, Lazio, Piemonte, Toscana e Veneto con 7 Its ciascuno. La Puglia ne ha sei. Sicilia e Calabria ne hanno cinque. Marche, Liguria, Friuli Venezia Giulia e Abruzzo quattro; Campania e Sardegna tre, Umbria e Molise uno. Emilia Romagna, Piemonte e Lombardia sono le regioni ad avere almeno un Its in tutte le sei aree tecnologiche.

Gli Its sono realizzati secondo il modello organizzativo della fondazione in partecipazione, in collaborazione con imprese, agenzie formative, enti locali, università, enti di ricerca scientifica e tecnologica e anche qualche partner straniero. La logica è quella di dare vita a una “comunità di filiera”, in cui i giovani vengono preparati alle nuove esigenze di innovazione dei principali distretti italiani.

Qualche esempio: l’International Academy of Tourism and hospitality, sul lago di Como, prepara gli studenti a carriere di alto livello nel turismo; il Mita, Made in Italy Tuscany Academy di Scandicci (Firenze) forma invece figure per la filiera della moda, con competenze tecnologiche nella progettazione dei prodotti e nella gestione della supply chain. Il sottosegretario del ministero dell’Istruzione Gabriele Toccafondi ha usato tre verbi per descrivere la didattica degli Its: «Progettare, prototipare, valutare». Insomma, un connubio forte tra sapere e saper fare.

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Agli Its accede, dopo una selezione, chi è in possesso di diploma di istruzione secondaria superiore e coloro che siano in possesso di un diploma quadriennale di istruzione e formazione professionale e che abbiano frequentato un corso annuale integrativo di istruzione e formazione tecnica superiore. I percorsi hanno una durata biennale o triennale, con un piano di studi di duemila ore diviso quasi a metà tra lezioni e tirocini. Lo stage è obbligatorio per il 30% delle ore complessive e almeno il 50% dei docenti proviene dal mondo del lavoro.

Negli ultimi cinque anni sono nati 27 nuovi istituti superiori e gli studenti frequentanti (tra i venti e i trentaquattro anni) sono passati da 2.268 a quasi 9mila. Ma nonostante siano in crescita, le iscrizioni restano ancora basse. Gli Its restano ancora scuole poco appetibili per i giovani diplomati e le loro famiglie, che spesso non le conosco nemmeno. “Un primo nodo per rendere più appetibili questi percorsi è lavorare sul metodo didattico e sulla comunicazione alle famigli”», ha scritto Stefano Micelli sul Sole 24 Ore. “Un secondo nodo riguarda la legittimità sociale e culturale di cui godono questi lavori. È sbagliato che questi mestieri siano percepiti come attività di serie B destinate sempre ai figli di qualcun altro. L’offerta formativa espressa dagli Its deve acquisire la stessa legittimità delle laurea triennali”.

Alla formazione tecnica 4.0 negli anni scorsi è stata dedicata una sperimentazione finanziata con 800mila euro, alla quale hanno aderito tutti gli Istituti tecnici superiori. E la legge di bilancio 2018 prevede un aumento di 50 milioni per queste scuole, spalmati sul triennio 2018-2020: 5 milioni in più nel 2018, 15 milioni in più nel 2019 e 30 nel 2020. In modo da incrementare l’offerta formativa e il numero degli studenti nei percorsi, con particolare riguardo per quelli che offrono competenze abilitanti all’utilizzo degli strumenti avanzati di innovazione tecnologica. Perché è qui, nelle competenze, che si giocherà il nostro posto nel futuro mondo del lavoro 4.0.

Lo ha spiegato su lavoce.info Francesco Pastore, professore associato di Economia Politica presso la Seconda Università degli studi di Napoli: “Il futuro del lavoro continuerà a essere roseo e affascinante, ma solo per chi riuscirà ad avere tanta creatività applicata alle proprie competenze lavorative specifiche a un certo posto di lavoro. Solo queste ultime saranno irriproducibili per i robot. La creatività si allena con l’istruzione di carattere generale, ma va accoppiata anche alle competenze professionali che si acquisiscono nell’arco di un periodo di tempo sufficientemente lungo in azienda.” E gli Istituti tecnici superiori sembrano poter garantire al meglio questo tipo di formazione.

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