Quanto ci costa la fuga dei giovani verso l’estero

Quanto ci costa la fuga dei giovani verso l’estero

260mila. È questo il numero di italiani tra i 15 e i 39 anni che hanno trasferito la propria residenza all’estero in soli 7 anni, tra il 2008 e il 2015. Lo stabilisce il Centro Studi di Confindustria—la maggiore associazione industriale della Penisola. A pesare la deludente situazione occupazionale dei più giovani, in un Paese in cui la quota di lavoratori under 40 è tra i 10 e i 17 punti percentuali più bassa rispetto alla media delle altre nazioni europee. “Un doppio spreco”, commentano i ricercatori di Confindustria, “perché vanifica parte delle riforme e abbassa il nostro potenziale di crescita”.

Il “conto” astronomico dell’emigrazione

Ma il rapporto fa un passo in più e di fatto prova a quantificare il costo di questo “spreco”. Considerando dunque che la spesa per crescere ed educare un figlio è di circa 165mila euro per famiglia, ragionano al Centro Studi, è come se l’Italia avesse perso, nel giro di pochi anni, ben 42,8 miliardi di euro investiti in capitale umano.

I giovani emigrati, infatti, pur essendo stati formati in Italia, producono valore all’estero portando i loro talenti oltreconfine e, attraverso le tasse pagate, rappresentano anche un’inattesa ma benvenuta fonte di reddito per i Paesi stranieri: si tratta insomma di una redistribuzione netta di denaro dall’Italia verso lidi più attraenti per i giovani lavoratori del nostro Paese. La situazione è preoccupante, anche perché la stima delle perdite per il solo 2015 è pari a 8,4 miliardi, come risultato di un trend in continua crescita, che dai 21mila emigrati under 40 del 2008 è passata agli oltre 51mila di due anni fa.

Ma non è finita qui. Perché, oltre all’investimento privato delle famiglie, a cui in qualche modo parte di quel valore è destinato a tornare, l’emigrazione rappresenta un costo netto anche per lo Stato. Non solo per i mancati introiti fiscali che sarebbero provenuti dai nuovi lavoratori, ma anche per le spese sostenute dal settore pubblico per la formazione di questi ragazzi: si tratta di 14 miliardi di euro per le spese sostenuto dalla scuola primaria fino all’Università. La cifra totale (56,8 miliardi di euro in 7 anni, o 8,1 miliardi l’anno) è davvero astronomica: un piccolo tesoro perduto.

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Un campanello d’allarme

“L’inadeguato livello dell’occupazione giovanile—si legge così nel rapporto di Confindustria—sta producendo gravi conseguenze permanenti sulla società e sull’economia dell’Italia, sotto forma di depauperamento del capitale sociale e del capitale umano.”

A rendere ancora più allarmante il quadro tratteggiato è il fatto che i flussi effettivi sono ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali: infatti, molti giovani si trasferiscono all’estero senza cancellare la propria residenza, risultando così ancora sul suolo italico.

Secondo il Dossier Statistico Immigrazione 2017, quando si guardano confrontano i dati italiani con quelli dello Statistisches Bundesamt tedesco e del registro previdenziale britannico (National Insurance Number), le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia risultano appena un terzo degli italiani che hanno effettivamente lasciato il Paese.

Pertanto, i dati sui trasferimenti all’estero dovrebbero essere aumentati almeno di 2,5 volte: il che porterebbe il numero di giovani italiani trasferitisi oltre le 500mila unità in meno di 10 anni, e il “costo” di questa emigrazione a toccare i 20 miliardi di euro l’anno. Un vero e proprio campanello d’allarme sul futuro del nostro Paese.

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I dati in contesto

La situazione non diventa più rosea mettendo i dati in un contesto internazionale. Nell’ultimo report sui migranti, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha fatto presente che l’Italia è tornata a essere ai primi posti mondiali come Paese d’origine degli immigrati.

Secondo l’Ocse, l’Italia è infatti è ottava nella graduatoria mondiale per numero di migranti. Al primo posto c’è la Cina, davanti a Siria, Romania, Polonia e India. L’Italia è subito dopo il Messico e davanti a Viet Nam e Afghanistan, con un aumento degli emigrati dalla media di 87mila nel decennio 2005-14 a 154mila nel 2014 e a 171mila nel 2015, pari al 2,5% degli afflussi nell’Ocse. In 10 anni l’Italia è salita di 5 posti nel ranking di quanti lasciano il proprio Paese per cercare migliori fortune altrove.

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