Il rivoluzionario metodo educativo inventato a Reggio Emilia e praticato in tutto il mondo

Il rivoluzionario metodo educativo inventato a Reggio Emilia e praticato in tutto il mondo

È il Secondo Dopoguerra e a Reggio Emilia, come in tante altre zone d’Italia, ci si mette a ricostruire la città devastata dal conflitto mondiale. Ed è proprio in questo momento che, sempre in città, nasce qualcosa di speciale: un sistema educativo che diventa in poco tempo fiore all’occhiello dell’intera comunità.

Grazie alla visione e all’impegno di educatori, amministratori e genitori reggiani nasce, infatti, il “Reggio Emilia Approach” (il metodo Reggio Emilia): un approccio pedagogico per la scuola dell’infanzia che mette i bambini al centro dell’esperienza educativa, e in cui i genitori sono parte integrante del percorso di istruzione dei propri figli.

A ispirare e sviluppare in prima linea queste idee c’è il pedagogista e psicologo Loris Malaguzzi, grazie al quale nasce in poco tempo una rete municipale di asili e asili nido presi successivamente a esempio in diversi paesi del mondo e studiati ancora oggi da prestigiose università internazionali.

Le “cento lingue” dei bambini

“I bambini costruiscono la propria intelligenza. Gli adulti devono fornire loro le attività ed il contesto e soprattutto devono essere in grado di ascoltare”. Questa frase incapsula il modo in cui Loris Malaguzzi concepiva la crescita intellettuale dei bambini, e il ruolo che gli adulti (e i sistemi scolastici) possono svolgere all’interno di questo processo.

Nato a Correggio nel 1920, Malaguzzi si laurea in Pedagogia a Urbino prima di iniziare, a soli 20 anni, a insegnare nelle scuole elementari dell’Appennino reggiano. Pochi anni dopo aderisce al progetto che getterà i semi del Reggio Emilia Approach, divenendo in poco tempo il punto di riferimento di una serie di scuole autogestite costruite nelle periferie della città.

“Una volta a settimana”, raccontava Malaguzzi, “portavamo la scuola in città. Letteralmente, noi caricavamo noi stessi, i bambini, e i nostri strumenti di lavoro su un camion e facevamo scuola e organizzavamo delle mostre all’aria aperta, nei parchi pubblici o sotto il portico del teatro comunale. I bambini erano felici. La gente guardava; erano sorpresi e facevano domande”.

Nel 1963, il Comune di Reggio Emilia inizia ad ampliare i propri servizi educativi per bambini dai 3 ai 6 anni. Ed è proprio in queste strutture che Malaguzzi lascerà la sua impronta duratura. Questa rete integra in breve tempo anche i pionieristici asili periferici “del Popolo”, e gli asili nido (0-3 anni): Malaguzzi gestirà questa rete per molti anni con altri stretti collaboratori, definendone il progetto culturale.

“Gli dicono: che il gioco e il lavoro, la realtà e la fantasia, la scienza e l’immaginazione, il cielo e la terra, la ragione e il sogno, sono cose che non stanno insieme. Gli dicono, insomma, che il cento non c’è. Il bambino dice: invece il cento c’è”.

Secondo Malaguzzi, “Il bambino è fatto di cento. Il bambino ha cento lingue, cento mani, cento pensieri, cento modi di pensare, di giocare e di parlare”. Le cento lingue, rappresentano il numero illimitato di potenzialità dei bambini: “Il bambino ha cento lingue, ma gliene rubano novantanove”, scriveva ancora Malaguzzi. “Gli dicono: di pensare senza mani, di fare senza testa, di ascoltare e di non parlare, di capire senza allegrie” .

Come funziona il Reggio Emilia Approach

Il Reggio Emilia Approach è quindi una filosofia educativa prescolare in cui il bambino è visto come portatore di forti potenzialità e soggetto di diritti, da sviluppare secondo i seguenti principi di base:

— i bambini devono avere un certo controllo sulla direzione della loro istruzione;

— i bambini devono poter imparare attraverso le esperienze del toccare, del muoversi, dell’ascoltare e dell’osservare;

— i bambini devono avere rapporti con i loro coetanei e con strumenti materiali nel mondo, che devono poter esplorare;

— i bambini devono avere infiniti modi e possibilità di esprimersi

Secondo Malaguzzi, il momento chiave dell’apprendimento e della crescita dei bambini passa attraverso la relazione con gli altri. Di conseguenza, tra le colonne portanti di questo approccio vi à anche la partecipazione delle famiglie.

Ai genitori è richiesto un elevato grado di presenza nel curriculum dei propri figli, e non di rado di partecipare alle attività scolastiche come volontari. Ma nel Reggio Emilia Approach la scuola non finisce con il suono della campanella. Ed è così che i genitori sono incoraggiati a incorporare alcuni aspetti del Reggio Emilia anche nella vita familiare.

Così come i genitori, anche gli insegnanti sono visti come “collaboratori” dei bambini nei loro percorso di apprendimento individuali, e come persone che possono imparare invece di insegnare solamente. Ai maestri, insomma, è richiesto di iniziare un processo di apprendimento e di conoscenza dei bambini lungo anni. Non ci sono manuali, curricula o compiti in classe—per cui ai maestri è richiesta principalmente una cosa: la capacità di osservare i bambini per definire al meglio, discutendo con colleghi e genitori, il percorso individuale di ognuno.

Per Malaguzzi, inoltre, il “terzo maestro” è proprio l’ambiente educativo in cui i bambini si trovano ogni giorno a passare parte della loro giornata. Fedele al principio dell’apprendimento relazionale, questo ambiente deve rappresentare il più possibile una “comunità”: ogni classe apre su una “piazza” centrale, le cucine sono visibili da fuori, e c’è un ampio e accessibile spazio esterno. Dentro ogni classe c’è un atelier guidato da un atelierista—cioè un artista che coordina le attività di gruppo.

reggio emilia

Gli effetti del Reggio Emilia

A partire dal 2012, un team di ricercatori dell’Università di Chicago e dell’Università di Torino, coordinato dal premio Nobel James Heckman, ha raccolto dati e materiali su questo approccio per valutare gli effetti di lungo periodo sulla vita dei bambini.

I ricercatori hanno utilizzato metodi quasi-sperimentali a partire da un sondaggio effettuato tra il 2012 e il 2013, in cui hanno raccolto informazioni sulle caratteristiche economiche, cognitive, emotive e di salute di vari individui che risiedono in tre città dell’Italia settentrionale: Reggio Emilia, Parma e Padova. Il team ha poi diviso i rispondenti in cinque categorie in base alla data di nascita: 50enni, 40enni, 30enni, 18enni e bambini di 6 anni.

Come spiegano Pietro Biroli, Daniela Del Boca e Chiara Pronzato su lavoce.info, “per stimare gli effetti del Reggio Approach lungo il ciclo di vita, i risultati di coloro che hanno frequentato le scuole comunali di Reggio Emilia (che seguono quel metodo) sono stati confrontati con quelli degli iscritti a scuole statali oppure religiose all’interno di Reggio Emilia, così come con quelli di individui che hanno partecipato a sistemi comunali, statali o religiosi a Parma e Padova”.

Comparando gli adulti che hanno frequentato le scuole Reggio Emilia con adulti che non hanno ricevuto nessuna educazione pre-scolare, i ricercatori hanno trovato che chi era stato educato con il metodo di Malaguzzi avevano migliori risultati sulle abilità socio-emotive, più probabilità di conseguire un diploma di scuola superiore, di avere un lavoro, di votare, e meno probabilità di essere obesi.

Gli effetti positivi si limitano a migliori capacità socio-emotive quando si studiano solo gli adolescenti, mentre diventano quasi nulle paragonando gli studenti del Reggio Emilia con chi ha partecipato ad altri percorsi educativi in età pre-scolare.

Insomma, se è certo che iniziare presto la scuola ha effetti positivi che durano a lungo, la quantificazione degli effetti del Reggio Emilia ha dato segni incoraggianti ma ancora incerti. Anche se è difficile, persino per un premio Nobel, misurare la creatività, che rimane forse il principale punto cardine del Reggio Emilia Approach. Inoltre, le scuole che aderiscono all’approccio danno priorità d’iscrizione a bambini con disabilità—un altro elemento fondante che è stato ignorato, per ragioni tecniche, dagli studiosi.

 Quali sono le scuole che seguono questa filosofia

Nel dicembre del 1991, la rivista statunitense Newsweek ha nominato l’asilo Diana, situato all’interno dei giardini pubblici di Reggio Emilia, come la più avanzata istituzione per la prima infanzia nel mondo (“lasilo più bello del mondo”). A questo premio sono seguiti il danese Premio Lego nel 1992 (e ancora nel 2015) e il Premio Kohl di Chicago nel 1993. Riconoscimenti che hanno portato un enorme interesse verso il metodo di Loris Malaguzzi (scomparso nel 1994 a 74 anni) negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

Nel 1994 è stata fondata “Reggio Children”, un centro internazionale per diffondere i principi del Reggio Emilia, punto di riferimento per chiunque sia interessato a saperne di più. Negli ultimi 23 anni, la Reggio Children ha collaborato con i comuni della provincia di Reggio Emilia, molti comuni dell’Emilia-Romagna (Rimini, Forlì, Cesena, Modena, Ferrara) e con la Regione stessa e con vari Comuni e Province sparsi nel Paese (Asti, Arezzo, Firenze, Roma, Teramo, Torino, Como, Alessandria, Venezia, Verona, Cuneo, Foggia, Bari, Milano, Mantova).

Numerose scuole in Europa, Asia, Australia e Nord America fanno oggi parte del “Sistema Reggio Emilia”. Tra i più importanti e innovativi figura senza dubbio, il Reggio Emilia Institutet di Stoccolma oltre al Merrill-Palmer Institute of Wayne State University, negli USA.

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