Chi ha guadagnato e chi ha perso con la globalizzazione

Chi ha guadagnato e chi ha perso con la globalizzazione

A cosa ti fa pensare la parola “disuguaglianza”? Sicuramente allo slogan del movimento Occupy Wall Street, che oppone l’1% dei più facoltosi del pianeta al restante 99%.

Il fatto che il concetto di “inequality” sia entrato nel dibattito pubblico con la recessione del 2008 e con il brusco stop all’indebitamento della classe media è un segno rivelatore: prima di allora, ovvero prima della crisi dei mutui subprime, in Paesi come gli Stati Uniti la classe media si indebitava per poter consumare, annacquando così la percezione di disparità nei confronti dei più abbienti.

Con l’insolvenza di molte famiglie è arrivata anche la paura per il consumo, un freno naturale al conto in rosso. Quello che è accaduto con la crisi è tuttavia solo uno dei molti modi in cui la globalizzazione ha cambiato i nostri redditi e la distribuzione della ricchezza globale. Ecco come.

La carica dei nuovi ricchi globalizzati

Le disparità di ricchezza che sono entrate nel dibattito recentemente affondano le proprie radici nei decenni passati—e, sopratutto, nel processo di globalizzazione. Grazie all’apertura dei mercati, nell’1% dei più ricchi sono entrati a far parte a pieno titolo i nuovi multimiliardari dei paesi in via di sviluppo: persone come il cinese Jack Ma e il messicano Carlos Slim sono entrate nelle classifiche degli uomini più ricchi sulla terra, spalla a spalla con personaggi come Bill Gates e Warren Buffett.

Se si scorre la trentesima guida ai più ricchi del pianeta di Forbes, gli Usa continuano a farla da padroni con 520 miliardari. Ma al secondo posto si piazza la Cina, con 250 miliardari, e tra questi – new entry 2016 – Zhou Qunfei, la self-made-woman più ricca del pianeta e, ovviamente, della Repubblica popolare (diciottesima nella top 20 cinese).

Una nuova classe media, ma con tanti poveri

La globalizzazione non ha fatto molto per sollevare la situazione de più poveri: nel 2013, 800 milioni di persone vivevano con meno di 1,90 dollari al giorno. Ancora oggi, metà dei più poveri vivono nell’Africa sub-Sahariana e un terzo nei paesi asiatici.

Sebbene ci siano stati miglioramenti nelle condizioni di vita di queste persone, siamo ancora molto lontani dall’obiettivo proposto dalla Banca Mondiale: quello di eliminare la povertà estrema entro il 2030. Con la globalizzazione, molti paesi sono diventati sempre più diseguali, con punte estreme nei paesi che hanno iniziato a svilupparsi economicamente in tempi più recenti.

Lontano dai paesi occidentali, tuttavia, non sono solo i ricchissimi a essere stati baciati dalla globalizzazione. Come rileva l’economista Branko Milanovic, tra il 1988 e il 2011 per almeno due miliardi di persone, principalmente nei paesi asiatici, il reddito è cresciuto di dieci volte. La “classe media globale”, insomma, cioè quella dei paesi asiatici con India e Cina in testa ha avuto grandi guadagni negli ultimi tre decenni.

Di converso, a pagare la globalizzazione sono state le classi medie europee e americane, che hanno visto ridursi i propri redditi e aumentare le disparità tra i ceti abbienti e quelli più poveri.

Le sfide del nostro tempo

Così, la disuguaglianza nei paesi si è connessa a problematiche sociali che si pensava superate, non solo a livello di reddito. La povertà provocata da maggiori disparità genera esclusione sociale e penalizza le fasce di popolazione più giovani, cresciute però negli anni 80-90-2000, in uno stato di relativo benessere, e giunte all’età adulta in uno stato spesso più vicino alla povertà di quanto non lo siano i loro nonni, come l’ultimo Rapporto Caritas per l’Italia mette in evidenza.

Mentre la disuguaglianza diventa una categoria con cui analizzare ciò che succede nel mondo, la politica è diventata strabica: accantonando i proclami, almeno in Europa, investe sulla spesa pensionistica tre volte di più di quanto non faccia sui giovani. Come dire: la disuguaglianza deve restare un problema del futuro.

Immagine di Calvin Lee via Flickr