Perché il riciclo dei rifiuti tossici di altri paesi è un lavoro ambito in Bangladesh

Perché il riciclo dei rifiuti tossici di altri paesi è un lavoro ambito in Bangladesh

Per noi, abitanti delle ricche società occidentali, la vita degli oggetti equivale a un ciclo limitato, circoscritto dal tempo del loro consumo. Una volta utilizzati, infatti, molti degli oggetti della nostra vita quotidiana vengono gettati, cessando di esistere ai nostri occhi.

Secondo la Banca Mondiale, nelle città italiane vengono prodotti circa 2 chilogrammi di rifiuti a testa al giorno, per un totale di 89mila tonnellate ogni 24 ore.

Molti di questi rifiuti hanno una vita a noi segreta, finendo al centro di un ciclo di riciclaggio e recupero che costituisce la spina dorsale di nuove economie. E se, nelle nostre società, il riciclaggio è visto come un processo virtuoso, esistono luoghi in cui il lavoro nell’industria del recupero assume i contorni anneriti di un racconto dickensiano, tra fumi di scarico tossici e stipendi irrisori.

È il caso del Bangladesh, come raccontato da Associated Press, che ha di recente raccolto la storia di Mohammad Jamal, un 33enne che lavora nella fabbrica di riciclaggio dell’alluminio a Keraniganj, nelle periferie della capitale del Paese, Dacca. “Non ho terra da coltivare e sono l’unico a lavorare in famiglia”, ha spiegato Mohammed ai giornalisti statunitensi.

Mohammad ha iniziato a lavorare lontano da casa due giorni dopo la nascita di sua figlia. Oggi, lei ha quattro anni, e lui non la vede da 3 anni e 363 giorni. “È difficile stare lontano da casa, ma sto lavorando duro per dare a lei un futuro migliore”. A Keraniganj sono migliaia le donne e gli uomini nella stessa situazione. Vivono in tende improvvisate lungo il fiume Buriganga, dove mangiano e riposano tra un turno di 12 ore e l’altro.

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Nelle fabbriche della zona si recuperano lattine, rifiuti industriali e imballaggi medici, che vengono trasformati in alluminio grezzo, impacchettato in blocchi e venduto ad altre fabbriche, che lo usano per costruire componenti di macchinari di vario tipo.

Dodici ore al giorno per una retribuzione media 10 dollari: meno di un dollaro l’ora per lavorare senza maschere di protezione, o equipaggiamento di sicurezza, tra i fumi e la polvere dell’alluminio.

Eppure ben 40 milioni di lavoratori in Bangladesh vivono con meno di 2 dollari al giorno: ecco cosa rende il lavoro di Mohammad un posto ambito, che spinge le persone a stare lontane da casa, e a volte a morire tra le tende del Buriganga.

Nell’ottobre del 2014, era stato il New York Times a denunciare le condizioni di molti lavoratori in Bangladesh, dopo che 170 lavoratori originari del Paese erano stati liberati nelle giungle della Thailandia, dove erano stati resi schiavi da trafficanti di persone dopo essere stati approcciati con un’offerta di lavoro e poi “drogati, legati e trasportati su barche dove venivano picchiati e lasciati senza cibo”.

Secondo il regista e scrittore Lipika Pelham, in molte fabbriche i lavoratori non sono di fatto schiavizzati, ma le condizioni di lavoro, le ore lavorate e i salari bassissimi “rendono difficile sapere come definire questa forma di occupazione”.

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