Rifarsi una vita lavorando in carcere

Rifarsi una vita lavorando in carcere

Devo andare InGalera, il ristorante del Carcere di Bollate in periferia di Milano, dove ho prenotato un tavolo per le 13 in punto. Chiedo a un amico di accompagnarmi. Grande curiosità e una vaga inquietudine mi accompagnano, ma soprattutto la voglia di condividere con qualcuno un pranzo che immagino sarà speciale.

In effetti all’interno del grosso edificio dove vivono le guardie penitenziarie non ti aspetteresti mai di aprire il portellone d’acciaio e trovare un ambiente caldo e minimal, quello insomma di un vero ristorante. Alle pareti sono appesi poster originali di film come Fuga da Alcatraz o Papillon, a sottolineare anche una certa ironia e libertà mentale con cui è stato creato questo progetto dalla vulcanica Silvia Polleri della cooperativa sociale ABC, già da anni impegnata in un catering realizzato dai detenuti.

I ragazzi che ci servono, timidi, forse un po’ impacciati (o siamo noi a vederli così?) stanno scontando la loro pena, ma trovano entusiasmo in questo nuovo lavoro. A fine pranzo (buonissimo ed economico) vado a stringere la mano allo chef, uno spilungone con la faccia d’attore.

Secondo la legge italiana, “la pena deve avere innanzitutto una funzione rieducativa e di riadattamento sociale”. Ispirato da questo principio, InGalera è il primo ristorante italiano all’interno di un carcere, ed è stato guardato con ammirazione anche dall’estero e oggi esiste anche un altro progetto simile, il Liberamensa al Vallette di Torino.

Il carcere di Bollate, nella periferia milanese, un carcere di media sicurezza, non è certo l’unico dove si fa formazione e si offrono impieghi veri e retribuiti (i camerieri e i cuochi di InGalera guadagnano 1000 euro al mese con contribuiti).

Secondo gli ultimi dati pubblicati del Ministero della Giustizia in carcere lavora 1 carcerato su 4, circa 14.570 detenuti dei quali circa 10mila svolgono volgono i cosiddetti “lavori domestici”, alle dirette dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria, pagati in media 2,50 l’oraIl resto impara un mestiere e spesso riesce a mandare anche soldi alla famiglia.

A Biella, per esempio, i carcerati hanno vinto una gara lanciata dal Ministero della Giustizia per fare le divise per gli agenti di polizia (con la collaborazione di Ermenegildo Zegna), ad Andria si produce l’olio d’oliva, a Oristano i detenuti hanno fatto un orto sociale, mentre nel carcere di massima sicurezza di Padova Due Palazzi c’è una vera e propria pasticceria che produce venduti anche all’estero. A Rebibbia è partita una raccolta fondi per un progetto molto originale: fare la birra artigianale con il pane avanzato. Sono svariati i laboratori sartoriali dietro le sbarre come quello di Bologna, Gomito a gomito.

I risultati sono evidenti. In carceri all’avanguardia, dove l’inserimento nel mondo del lavoro è attivo, la recidiva è infinitamente più bassa rispetto al resto del paese (dove arriva a toccare il 70%), si parla del 17% a Bollate (Milano) e addirittura del 12% a Padova, perché “quando ai detenuti viene data la possibilità di imparare un lavoro, non c’è reiterazione” ha dichiarato il rappresentante del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap).

“Il lavoro e la formazione sono secondo molti l’unico vero antidoto alla possibilità di compiere nuovamente reati una volta tornati in libertà. Se all’interno della casa di reclusione c’è stato un percorso di riabilitazione attraverso un mestiere, solo una piccola parte di detenuti commette di nuovo reati quando esce. Il problema si ha quando i detenuti, d’altro canto, restano in carcere senza fare nulla quasi a perdere le loro giornate. In alcuni istituti penitenziari i detenuti lavorano ma senza imparare nulla, solo come impiego del tempo alternativo alla noia”.

L’altro carcere dove da anni si lavora in questa direzione è quello di Padova, dove grazie al lavoro di Ornella Favero, direttrice della rivista Ristretti Orizzonti, punto di riferimento nel panorama italiano per l’informazione e la comunicazione del mondo carcerario. Secondo Favero, più che parlare della recidiva di chi esce, si parla di fare “prevenzione”. L’idea di “obbligare” i detenuti ad affrontare le loro storie e raccontarle ad altri, è di certo il punto di partenza e a Padova dal 2001 si lavora in questa direzione.

Ma torniamo a Bollate, dove scopro che oltre il ristorante c’è un maneggio gestito dai detenuti, un laboratorio di falegnameria, un call center che al momento è l’attività che impiega il maggior numero di detenuti. E c’è naturalmente il famoso vivaio. Terminato il pranzo io e il mio amico ci mettiamo in paziente attesa di Susanna Magistretti, altra donna dalla testa dura e dalle idee grandi che qui ha dato vita a un altro piccolo miracolo.

Seguendo l’esempio della Francia dove il giardinaggio nelle carceri è stato esercitato con successo, Magistretti ha fondato nel 2007 – grazie anche alla tenacia dell’allora direttrice del carcere Lucia Castellano – la cooperativa sociale Cascina Bollate, un vivaio che ricopre un ettaro all’interno del carcere. “Il giardino non è solo un luogo di pace e serenità, è anche un posto dove impari dai fallimenti. Sono i fallimenti che ti insegnano la pazienza, la costanza, la precisione e la cura necessaria in quello che fai”, è questo il mantra di Susanna, fresca vincitrice del Premio Terre de Femmes 2017.

Secondo lei il carcere andrebbe abolito, ma visto che non si può fare tanto vale “imparare un mestiere mentre sei dentro, che è un buon modo per non tornarci più”. Mentre Susanna ci accompagna in lungo e in largo a vedere le sue erbe, le pianti perenni, le rose antiche, racconta di quando uno dei suoi giardinieri detenuti è scappato durante una consegna e poi è stato ripescato: “sono le rogne che succedono facendo questo mestiere”.

Nel frattempo impartisce ordini molto perentori ai volontari e detenuti che si danno da fare col lavoro nella serra. Poi ci guarda e dice: “Perché non date una mano anche voi?. E a quel punto eccoci a trasportare su un camion enormi vasi di terracotta insieme a un detenuto. Che poi il senso è tutto qui: lavorare fianco a fianco, liberi e detenuti, nell’attesa di tornare a vivere.

Immagine di copertina modificata in b&n via Unsplash.

Articolo di Valentina Pigmei. Nata a Parma nel 1973, ha vissuto a lungo a Roma. Giornalista e consulente editoriale, ha lavorato per varie case editrici e scritto per varie testate. Oggi vive in Umbria e collabora con Internazionale e Vogue.