Il ritorno della privacy sui luoghi di lavoro

Il ritorno della privacy sui luoghi di lavoro

Cominciarono a diffondersi negli Stati Uniti degli anni Sessanta i primi uffici open space, nati con l’idea di guadagnarci in termini di costi e produttività: comunicazione diretta tra colleghi, possibilità per i capi di tenere sotto controllo l’attività dei dipendenti, abbattimento delle spese che comportano gli uffici singoli.

A distanza di decenni questo modello, ormai largamente adottato anche in Europa (e dalla maggioranza delle compagnie degli States, dove circa il 70% degli uffici possiede appena qualche muro, secondo l’International Facility Management Association) potrebbe finire in soffitta o quantomeno evolversi verso nuovi design.

Troppe sarebbero infatti le controindicazioni: chiasso continuo, mancanza di privacy, conversazioni telefoniche di colleghi che si è costretti a ascoltare per la troppa vicinanza, tanto per fare alcuni esempi. La tendenza sta cambiando, e a fare scuola come sempre sono alcune company d’Oltreoceano come Microsoft, IBM e General Electric.

L’idea sarebbe quella di superare le vecchie impostazioni a favore di un sistema più diversificato. Dunque non un vero e proprio addio all’open space, bensì un modello in base a cui in futuro i dipendenti potranno avere a disposizione a seconda delle necessità un desk, una stanza privata, o altri spazi creati all’occorrenza per le diverse esigenze.

Perché le compagnie abbandonano gli open space

Partiamo dal caso Microsoft: per decenni l’azienda di Seattle ha tenuto i propri ingegneri rinchiusi in uffici singoli, convinti che il lavoro solitario li avrebbe aiutati a concentrarsi sull’ideazione di nuovi codici informatici.

I primi open space arrivano da loro nel 2010. E il malcontento si diffonde velocemente. Da uno studio commissionato dall’azienda emerge come le aree in cui si collocavano team di 16-24 ingegneri causassero—a parere dei diretti interessati—troppo rumore, con forti ripercussioni sulle capacità di concentrazione.

Oggi le sedi Microsoft sono perciò tornate ai cari vecchi spazi privati, mantenendo zone condivise occupate però da non più di dodici persone. “Gli uffici non spariranno del tutto” ha spiegato in un’intervista al New York Times Michael Ford, general manager del global real estate di Microsoft, “ma saranno riservati soprattutto a chi deve tenere conversazioni private, come amministratori delegati o legali”. Altro caso quello di IBM, che ha recentemente riassorbito nei suoi uffici 5000 tra i propri smart worker. Chi lavora da casa, per intendersi.

Negli Stati Uniti un lavoratore su cinque è un freelance, ma anche in questo campo sono molte le voci dissenzienti a sostenere che invece sia la condivisione con i colleghi a incrementare i livelli di produttività. Ipotesi che ha convinto l’azienda a investire negli ultimi anni ben 380 milioni di dollari per rinnovare i propri spazi, creando postazioni lavoro di ogni tipo: dagli open space ai desk ‘sit or stand’, passando per le ‘phone rooms’—una sorta di cabina telefonica dotata di una postazione con computer protetta da sguardi indiscreti.

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L’ascesa dei “coffices”

La direzione sembrerebbe essere insomma quella degli open office adottati per esempio dalla Google di Dublino. O dei ‘coffices’ come li ha ribattezzati la futurologa Nicola Millard, esperta di dati, analisi e tecnologie emergenti per la BT, provider di servizi di comunicazione: luoghi a metà tra il bar e l’ufficio, che faranno dimenticare i tradizionali open space. Un’architettura che provocava “troppe distrazioni, interruzioni perfino ogni tre minuti” ha sottolineato la stessa Millard.

Diversi anche gli studi secondo cui l’assenza totale di muri e divisioni nei posti di lavoro sia da abolire. Quello ad esempio condotto da Rachel Morrison, specializzata in Social psychology alla Auckland University of Technology, in cui si legge che “questi ambienti condivisi creano un clima meno rilassato in cui lavorare”. Ribadendo il concetto che rumore e mancanza di privacy avrebbero conseguenze disastrose sulla produttività. E a evidenziarlo è anche uno studio dell’Università Berkeley in California, secondo cui la convivenza forzata degli open space acuirebbe le tensioni tra colleghi.  

Come sarà la nuova “geografia degli uffici”?

Un “nuovo look per gli uffici potrebbe dunque porvi rimedio, andando per di più incontro alle esigenze di sempre maggiore rapidità che richiede l’economia moderna, tutta tarata sul digitale. E che coglierebbe in pieno anche i gusti dei Millenials, le nuove reclute aziendali, e delle nuove generazioni in generale, più inclini a lavorare seduti in locali come Starbucks piuttosto che in anguste camerette o caotici stanzoni.

“La geografia degli uffici è importante, può diventare una chiave per migliorare la comunicazione e lo sviluppo di idee” ha affermato Christopher Liu, professore associato alla Rotman School of Management dell’Università di Toronto. E ridisegnare gli spazi con questa logica potrebbe tradursi in risultati concreti. Una ricerca condotta da Craig Knight, psicologo britannico dell’Università di Exeter, ha rilevato che gli uffici i cui impiegati possono scegliere le proprie condizioni di lavoro accrescono la produttività per ciò che attiene le prestazioni intellettuali anche del 25%.

Immagini via Unsplash| Copertina | 1