Thomas Robert Malthus e l’economia come “scienza triste”

Thomas Robert Malthus e l’economia come “scienza triste”

La prima tappa del nostro viaggio nella storia del pensiero economico è stato Adam Smith che con la sua opera La ricchezza delle nazioni ha avuto un’influenza senza pari sullo sviluppo successivo della disciplina che oggi chiamiamo “scienza economica”.

Vissuto tra il 1732 e il 1790, Smith aveva solo iniziato a osservare i grandi sconvolgimenti politici che avrebbero iniziato a cambiare il mondo. Dapprima la Rivoluzione americana, con la Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776, poi quella Francese (1789), avrebbero modificato profondamente e in breve lo scenario politico, economico e sociale dell’epoca.

Sorgono così nuove questioni per gli studiosi della società, innanzitutto quella della “perfettibilità”: sono possibili cambiamenti che migliorino la società, oppure no? La risposta degli illuministi scozzesi, di cui Smith era in qualche misura esponente, era tutto sommato positiva e ottimista: basti pensare al fatto che, nella sua lotta per il liberalismo, Smith di fatto si opponeva con insistenza agli ultimi residui del feudalesimo. Eppure, quando alla Rivoluzione francese segue il Terrore, lo scetticismo verso il cambiamento si fa più forte: è anche per questo che, dopo l’accoglienza favorevole della Ricchezza delle nazioni subito dopo la sua pubblicazione, il pensiero di Smith iniziò pian piano a incontrare una certa diffidenza e a volte aperta ostilità e il suo liberismo a essere considerato “sovversivo”.

Malthus e il “principio della popolazione”

Tra i più importanti “pessimisti” dell’epoca vi è senza dubbio Thomas Robert Malthus (1766-1834), un sacerdote anglicano. Divenuto docente di storia ed economia politica all’East India College (pochi chilometri a nord di Londra), Malthus adotterà la Ricchezza delle nazioni come testo di riferimento.

Economista e demografo, la principale opera di Malthus è il Saggio sul principio di popolazione, pubblicato nel 1798—un’opera di grande influenza, citata anche da Darwin come una delle basi teoriche per il suo successivo sviluppo della teoria dell’evoluzione. La tesi principale dell’opera di Malthus suona così: mentre la crescita della popolazione è “geometrica”, quella dei mezzi di sussistenza è solo “aritmetica”. Ciò sta a significare che il numero dei cittadini di una popolazione si moltiplica più velocemente del numero di risorse alimentari a disposizione. Secondo Malthus, questo rapporto rappresenta una vera e propria “trappola”: quando la popolazione cresce troppo velocemente, le risorse alimentari (più scarse) diverranno più costose, e quindi i salari “reali” (cioè il potere d’acquisto, quello che si compra con una certa somma di denaro) diminuiranno. Così, i lavoratori più poveri subiranno un peggioramento della propria condizione. La diffusione della povertà, a sua volta, porterà a una riduzione della crescita della popolazione a causa di un aumento dei tassi di mortalità o a una riduzione dei tassi di natalità. Per evitare questa trappola, spiega Malthus, ci sono due vie: quella “virtuosa”, attraverso la castità, e quella non virtuosa, la contraccezione.

Il ruolo della povertà in Malthus

Anche per questo, nel grande dibattito inglese di inizio Ottocento sulle cosiddette “Poor Laws” (un insieme di regole sulla povertà che prevedevano anche assistenza ai più indigenti), economisti come Malthus e Ricardo (di cui parleremo più avanti) utilizzarono alcune delle idee contenute nel Saggio sul principio di popolazione per sostenere una forte restrizione degli aiuti ai più poveri. Nel modello di società pensato da Malthus, infatti, i salari dei lavoratori oscillano sempre intorno al “salario di sussistenza”, cioè il minimo per sopravvivere—aumentando quando la popolazione è minore delle risorse e diminuendo quando la popolazione è maggiore delle risorse disponibili. Risulta quindi del tutto inutile tentare di migliorare la situazione della massa dei lavoratori (soprattutto di quelli disoccupati) con interventi diretti—almeno fino a quando le forze che spingono la popolazione a crescere non saranno tenute sotto controllo: “Nonostante le istituzioni umane sembrino essere la causa ovvia di molta della sofferenza delle persone, in realtà queste sono solo superficiali, semplici piume che galleggiano in superficie, se comparate a quelle cause profonde dell’impurità che corrompono le sorgenti e rendono torbido l’intero corso della vita umana”. In questa visione pessimistica dell’uomo, la “paura della miseria” può secondo Malthus agire da stimolo all’industriosità, costringendo le persone a lavorare per uscire dalla povertà.

L’economia come “scienza triste”

Dato il contesto sociale dell’epoca, descritto brevemente nel primo paragrafo, le tesi malthusiane finiscono in poco tempo per essere dominanti nel dibattito economico. Con la loro influenza e il loro pessimismo di fondo, portarono nel 1849 Thomas Carlyle a definire l’economia “dismal science”, la scienza triste. A contribuire all’enorme influenza delle teorie malthusiane vi è tuttavia anche un fattore legato alla loro peculiare formulazione. In un mondo che non aveva ancora realizzato l’incredibile progresso tecnico iniziato con le rivoluzioni agricole e industriali, il “principio di popolazione” di Malthus offriva un modello che presentava in maniera formale dinamiche di fondo valide per spiegare efficacemente tutta la storia dell’umanità—un modello che, sotto certi aspetti, è considerato valido ancora oggi, almeno per tutto il periodo che va dalla preistoria fino alla rivoluzione industriale.

Come ha di recente scritto il premio Nobel per l’economia Paul Krugman: “durante i circa 60 secoli passati dall’emergere della civilizzazione in Mesopotamia, la tesi malthusiana—che la crescita della popolazione assorbe ogni guadagno di produttività, in modo che la maggior parte delle persone vivrà ai livelli di sussistenza—è stata vera per 58 secoli. Peccato che i due secoli per cui questa proposizione ha smesso di valere sono i due secoli successivi a quando Malthus scriveva.”

Inoltre, secondo lo storico del pensiero economico Alessandro Roncaglia, a partire da Malthus “l’economia politica rappresenta il pessimismo della scienza di fronte all’ottimismo della volontà; ma si tratta di un pessimismo che, alla prova dei fatti, si dimostra sostanzialmente infondato, in quanto sottovaluta le potenzialità aperte dal progresso tecnico. Il clima romantico, che inizia ad affermarsi nella prima metà dell’Ottocento, può così stimolare una reazione negativa verso la fredda logica astratta e verso il pessimismo della scienza economica, in quanto si percepisce che essi sono basati su presupposti irrealistici”.

A seguito dell’influenza di Malthus, continua Roncaglia, l’economia si slega sempre di più da quella “riflessione sulla società” (e sul suo cambiamento) che era ancora parte integrante dell’analisi smithiana. E, nel tempo, la caratterizzazione dell’economia come scienza triste “ha giocato un ruolo nel favorire la divaricazione tra ‘leggi scientifiche’ degli economisti da una parte e la riflessione di problemi sociali in senso lato dall’altra parte, quindi nel preparare il terreno per l’affermarsi della rivoluzione marginalista”. La rivoluzione marginalista è una delle tappe fondamentali della storia del pensiero economico, e rappresenterà presto una parte importante anche del nostro piccolo viaggio.

Immagini via Wikipedia | Copertina