Selene Biffi, l’italiana che vuole bonificare il mondo dalle mine inesplose

Selene Biffi, l’italiana che vuole bonificare il mondo dalle mine inesplose

Metti una “startuppara” seriale, che ha fondato la sua prima impresa (rigorosamente a sfondo sociale) a 22 anni e che, oggi che ne ha 35, vuole ancora cambiare il mondo. Ponila di fronte a uno dei problemi più seri presenti a livello globale: 110 milioni di mine inesplose sparse in 70 Paesi, che minacciano 1,5 miliardi di persone e, secondo le Nazioni Unite, mutilano 20mila persone l’anno, il 47% bambini.

Ed ecco che ti trovi di fronte a Bibak, l’ultima idea di Selene Biffi, che in questo progetto collabora con un team pieno di italiani: da Francesco Parratone (chief of technology) al programmatore Andera Pavan, passando per l’esperienza comunicativa di Massimiliano Monti.

Bibak è un’idea che nasce nel 2008, dopo che Selene Biffi ha passato alcuni anni a lavorare tra Afghanistan e Kosovo. Proponendo l’idea alla base di Bibak, Biffi vince il “Global Impact Challenge“, e la relativa borsa di studio per un corso alla Singularity University, al centro di ricerca NASA di Moffett Field, nel cuore della Silicon Valley.

Considerata subito una delle cinque migliori idee dell’anno, nel 2014 il progetto di Biffi viene di nuovo selezionato tra i più promettenti allo Startup bootcamp HitechXL di Eindhoven, dove vince la possibilità di usufruire per tre mesi di uno dei migliori poli tecnologici europei.

“Qui ho messo insieme un team tecnico che potesse sviluppare il primo prototipo”, ha spiegato Selene. “Abbiamo lavorato dal tre novembre al sei febbraio, giorno in cui le start-up hanno presentato i progetti a una platea di investitori, di aziende interessate alle tematiche della tecnologia e dell’innovazione, di giornalisti.”

In un articolo pubblicato sul prestigioso giornale britannico The Guardian, Biffi spiega come funziona il suo prototipo, e come la tecnologia può aiutare in maniera sempre più consistente le imprese sociali sparse in tutto il mondo.

Usando componenti facili da trovare e un microprocessore Arduino, il team di Bibak è riuscito a trasformare una semplice tanica per l’acqua in uno strumento in grado di localizzare le mine sotterranee grazie a un metal detector, un radar e un sensore in grado di localizzare gli esplosivi.

“L’attuale sensore si presenta come una tanica modulare all’interno del quale si trova un metal detector e un gpr, e poi una cartuccia di vernice per identificare la mina, un kit di primo soccorso, dell’acqua”, ha chiarito la stessa Biffi. “È montabile su vari supporti e, elemento fondamentale, la tecnologia utilizzata è composta di parti commercialmente disponibili.” Per un costo finale abbordabile, molto minore rispetto agli attuali metal detector, che vanno dai 2.600 ai 16.000 dollari.

“Ciò che è unico qui è che alle comunità locali viene insegnato come assemblare e usare i sensori e, una volta effettuata la bonifica, la tecnologia rimane nel villaggio e può essere riciclata, contribuendo allo sviluppo locale dal punto di vista economico e sociale, ad esempio per generare energia, migliorare l’agricoltura e l’accesso all’acqua potabile”, ha spiegato Selene. L’obiettivo di fondo, infatti, è ambizioso. “Non creiamo app per il parcheggio ma la possibilità di creare un futuro differente per chi ora non ha molte scelte. Sul territorio sminato, infatti, vogliamo ricostruire un tessuto economico e sociale indipendente”.

A fine 2015, il primo progetto pilota è partito proprio inSelene, un Paese tuttora nel pieno di un conflitto, anche grazie al finanziamento ottenuto vincendo la Global Social Venture Competition-Romano Rancilio Award. Terminato il training delle comunità locali, nel corso dell’anno Bibak inizierà a piazzare i propri sminatori nel Paese.

Immagine | Coperina