Perché anche nel settore high-tech le donne rimangono indietro

Perché anche nel settore high-tech le donne rimangono indietro

Gli stereotipi sono duri a morire, si sa, e quelli legati al genere non sono da meno. La tecnologia e il digitale sono sempre più importanti, nella vita quotidiana ma anche nel lavoro e nell’economia. Basti pensare che nella sola Unione Europea ci saranno tra i 500 e i 700mila posti di lavoro legati alla new economy da coprire entro il 2020. Le donne, però, sono in gran parte escluse da tutto.

La colpa, e lo dimostrano i dati, ce l’hanno i pregiudizi. Le materie tecniche e scientifiche sono ancora considerate più adatte per gli uomini, per cui ci sono molti più ragazzi che ragazze nei corsi di studio STEM (acronimo inglese che sta per Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). Questo accade ovunque: in Italia come negli Stati Uniti, in Inghilterra come a Singapore. Una volta laureate poi, i pregiudizi continuano sul lavoro. È noto che le donne sono spesso pagate meno degli uomini a parità di grado e mansioni, e che per loro sia più difficile fare carriera e conciliare la vita professionale con quella familiare.

Discriminazioni che affondano le radici nella storia, e che resistono persino nella Silicon Valley, dove l’apertura mentale dovrebbe essere di casa. L’anno scorso fece scalpore il sondaggio “elephant in the valley”, che faceva luce sui problemi che donne super-qualificate e in gamba dovevano affrontare quotidianamente.

Ecco qualche esempio: il 75% delle intervistate, durante i colloqui di assunzione, ha dovuto rispondere a domande sulla vita personale (se fossero sposate e avessero o volessero dei figli); il 60% ha ricevuto avances da colleghi e superiori, e il 59% ha sentito di non avere le stesse opportunità dei colleghi maschi. Ben prima di questo sondaggio, tre anni fa, fece il giro del mondo la notizia che il CEO di uno dei colossi del settore aveva invitato le donne dell’azienda a non chiedere aumenti, promettendo che sarebbero state “ripagate con un buon karma”.

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Persino il governo americano ha espresso preoccupazione per la mancanza di diversità nelle aziende tecnologiche a stelle e strisce, che mostrerebbero un numero sproporzionato di “uomini bianchi” sia tra gli ingegneri che nelle posizioni di leadership. Un dato che va al di là della Silicon Valley, e riguarda tutto il settore scientifico-tecnologico. Secondo Washington le donne non sono neanche un quarto della forza lavoro impiegata nelle STEM, e oltre a essere poche quelle che decidono di studiare una di queste discipline, sono ancora meno quelle che dopo la laurea perseguono un impiego affine ai loro studi.

Un mondo per soli uomini, dunque, o quasi. Il mercato del lavoro evolve, la tecnologia lo fa a ritmi frenetici, ma poco sembra cambiare nella new economy. La storia si ripete sempre uguale: le donne devono scegliere tra famiglia e carriera, mentre per gli uomini questo dilemma non è mai esistito. Un esempio? Uno dei giganti dell’industria tecnologica ha investito 5 miliardi di dollari per costruire la sua nuova sede, con una palestra immensa dove fare yoga, sport di ogni genere e persino andare dal dentista. Ma non ha previsto neanche un metro quadrato di asilo aziendale.

Inutile farsi illusioni poi, le cose non migliorano mettendosi in proprio: secondo TechCrunch, l’anno scorso le startup americane con almeno una donna tra i fondatori hanno ricevuto investimenti per 10 miliardi di dollari contro il 94 miliardi investiti nelle aziende guidate da soli uomini. Una disparità di trattamento tale da risultare a dir poco scoraggiante. E forse è proprio per questo che solo nel 17% delle startup nate quest’anno c’è una donna tra i fondatori.

Immagini | Copertina di WOCinTech Chat via Flickr| Foto 1 modificata in b&n di WOCinTech Chat via Flickr