La città cinese dove tutti si trasferiscono per cercare fortuna

La città cinese dove tutti si trasferiscono per cercare fortuna

Si atterra nel futuristico Terminal 3, progettato da Fuksas. Migliaia di lucernari esagonali inondano gli ampi spazi di luce naturale. Si attraversano lussuose boutique. Si va verso la metropolitana, ed ecco la folla. Tra i vagoni, moderni e funzionali, è stipata un’umanità che oscilla tra il sonno e l’iper-connessione da smartphone. Tutti giovani, tutti vestiti bene. Benvenuti a Shenzhen.  

La città raccontata nell’omonima graphic novel di Guy Delisle nel 1997 e descritta come la “fabbrica del mondo appartiene al passato. Gli odori, la sporcizia, il grigiore di Shenzhen, infatti, sono stati sostituiti dalle pubblicità abbaglianti dei centri commerciali, dai neon dei grattacieli, dai servizi efficientissimi e dall’ordine nelle strade. La città non ha ancora compiuto 35 anni e non sembra ricordare nulla della tradizione millenaria cinese. È qui che Deng Xiaoping, l’architetto della nuova Cina, ha scelto di sperimentare il suo modello di futuro per il Paese asiatico.  

La zona economica speciale di Shenzhen fu ufficialmente inaugurata nel 1980. Significava portare nella Repubblica popolare i primi investimenti stranieri, iniziando a far confluire verso l’immenso continente cinese un po’ del denaro che girava nella penisola di Hong Kong, all’epoca ancora sotto il controllo britannico. Qui, dove la manodopera costava pochissimo, cominciarono ad aprire fabbriche di tutti i tipi: scarpe, giocattoli, elettronica, e non solo. Prodotti commissionati dall’Occidente e destinati ai ricchi mercati europei e americani.  

Nel 1992, quando Deng Xiaoping in visita alle regioni meridionali del Paese lanciò lo slogan “arricchirsi è glorioso”, Shenzhen era già passata da essere “un villaggio di pescatori” di 30mila anime a una città da un milione di residenti. Ma non era abbastanza. L’effetto moltiplicatore di crescita e investimenti generò una crescita urbana metropolitana: nel 1996 arrivò la costruzione di quello che all’epoca era il quarto grattacielo più alto d’Asia: la torre Shun Hing, 69 piani e 384 metri di altezza. Era solo l’inizio.

Oggi Shenzhen conta 15 milioni di abitanti. E qui sono nate quelle che oggi sono multinazionali pronte a conquistare il mondo: Huawei, Tencent e Vanke, solo per citarne alcune.

Nel 2014, 16 dei 168 miliardari cinesi vivevano a Shenzhen. Tre anni dopo, Forbes conta 371 miliardari cinesi: 62 di questi vivono attualmente a Shenzen. Un aumento del 381% che fa della popolazione di miliardari della città quella che cresce più velocemente sulla faccia della Terra.

Shenzhen e Hong Kong hanno la più alta concentrazione di ricchezza al mondo, persino superiore a quella della California”, spiega Rupert Hoogewerf della società di ricerca e consulenza Hurun. Ovviamente, quasi nessuno è originario di Shenzhen: il 95% della popolazione fa parte dei migranti che si recano in città in cerca di un futuro migliore. Sono ambiziosi e non sopportano l’idea di tornare a casa a seguito di un fallimento. Diversi sondaggi hanno indicato che lo scopo primario di chi si trasferisce a Shenzhen è arricchirsi.

Ci stanno riuscendo. Nel 2016, il PIL di Shenzhen è stato pari a 294 miliardi di dollari, più alto di Paesi come il Portogallo, l’Irlanda o il Vietnam. Il prodotto pro-capite annuale supera i 47mila dollari—anche se questa cifra è probabilmente sovrastimata in assenza di statistiche affidabili sui lavoratori migranti non registrati. Ormai, i campi arati sono rimasti solo nella toponomastica dei quartieri; i centri benessere nascono come funghi; le fabbriche, ormai spostate in periferia, vengono riqualificate in poli culturali, dove è incoraggiata l’innovazione e l’industria high-tech.

La notte, dalla cima di una collina o dal piano più alto di uno di questi palazzi, Shenzhen appare come una distesa di neon colorati senza soluzione di continuità. Solo un occhio attento si accorge che quella distesa è costellata di aree più buie. Sono quartieri di palazzi a sei o nove piani, costruiti alla bell’e meglio senza ascensore. Ecco i cosiddetti “villaggi urbani”: 240 isole che spezzano la narrativa della nuova Cina, dando la misura del progresso compiuto e del passato cancellato. Sono le comuni agricole volute da Mao: sulla carta, Shenzhen è stata la prima metropoli cinese a eliminarle, ma di fatto esse continuano a esistere e a sfruttare una zona grigia che produce, allo stesso tempo, illegalità e ricchezza.

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L’amministrazione della nuova città li ha inizialmente ignorati pensando ingenuamente che avrebbero continuato a rifornire la città di frutta e verdura fino a quando non sarebbero stati naturalmente riassorbiti da essa. Ma i “villani”, che a quel punto erano privati dei diritti base riservati ai “cittadini” (istruzione e assistenza sanitaria tanto per citarne un paio) hanno fatto della loro peculiarità un punto di forza.

Grazie all’amministrazione speciale a cui questi villaggi sono sottoposti, gli abitanti di queste aree sono proprietari di case e terre—al contrario dei “cittadini”, dove l’usufrutto è possibile per 70 anni allo scadere dei quali la terra torna allo Stato. Rapidamente e senza troppa attenzione alla sicurezza e all’estetica, le case a due piani sono cresciute in altezza, gli spazi si sono ristretti e i campi sono stati affittati alle fabbriche.

Qui si sono riversati milioni di migranti attirati da affitti molto più bassi che nel resto della città e dalla zona d’ombra che gli permetteva di vivere e lavorare senza avere un vero e proprio permesso di residenza. Tutta gente che aveva bisogno di servizi: taxi, parrucchieri, trattorie e negozietti hanno formato una sorta di cuscinetto attorno a quei “villaggi urbani” che non solo erano sempre più difficile da abbattere, ma ormai producevano anche ricchezza. La storia urbanistica di Shenzhen, da allora, è stata anche la storia della distruzione e della trasformazione dei “villaggi urbani”.

Quando nel 1992 il governo decise di eliminare sulla carta i villaggi urbani, una scelta che all’epoca definì “non popolare, ma necessaria” il 15% della terra rimase sotto il controllo dei comitati di villaggio che si trasformarono a loro volta in società per azioni. È così che dal giorno alla notte gli ultimi della scala sociale si sono trasformati in una classe media benestante. Non devono più alzarsi alle tre del mattino per andare a lavorare. Oggi, stando alle loro parole, “non devono far altro che giocare a mahjong e in borsa”. E viaggiano. Vanno in Europa e in Giappone per fare shopping. Nell’arco di trent’anni sono passati dallo status di contadini a quello di uomini d’affari. Anche loro sono esempi viventi del sogno cinese.

Immagini | Copertina via Unsplash | Foto 1 modificata in b&n di xiquinhosilva via Flickr