Le ricette di Washington per combattere la diseguaglianza

Le ricette di Washington per combattere la diseguaglianza

La diseguaglianza dei redditi è una delle più grandi questioni della nostra epoca, definita per questo da diversi economisti, tra cui il premio Nobel Paul Krugman, come una nuova “gilded age”—facendo riferimento a un periodo di fine XIX secolo in cui la maggior parte della ricchezza negli Stati Uniti era in mano a pochi mentre i redditi del resto della popolazione ristagnavano.

Sul blog del Fondo Monetario Internazionale, una delle principali istituzioni economiche mondiali, è apparso lo scorso ottobre un articolo che riassume tutte le strategie più efficaci per ridurre le diseguaglianze, sulla base di uno studio condotto a livello globale. L’articolo in particolare punta i riflettori su: tassazione progressiva, spesa per salute ed educazione, e reddito minimo universale. Ecco di seguito un riassunto di questi approcci.

Il ruolo delle politiche fiscali

Per gli economisti di Washington, il modo in cui un Paese conduce le proprie politiche fiscali—cioè le tasse e le spese—rimane il principale fattore immediatamente legato alla riduzione delle diseguaglianze. “Nelle economie avanzate”, scrivono i ricercatori, “le politiche fiscali compensano circa un terzo della diseguaglianza che ci sarebbe in assenza di tasse e trasferimenti, che pesano per il 75% di questa riduzione.” Nei Paesi emergenti, invece, queste forme di redistribuzione fiscale sono molto più deboli: i livelli di tassazione rimangono più bassi, la tassazione è tendenzialmente meno progressiva, e la spesa per i trasferimenti più bassa.  

L’importanza di una tassazione progressiva

Per “tassazione progressiva” si intende l’idea per cui chi è più ricco non solo deve pagare di più in termini assoluti, ma anche in proporzione: vale a dire che, al crescere del suo reddito, dovrà anche crescere il contributo richiesto al cittadino. Una tassazione progressiva, dunque, avrà aliquote marginali crescenti mentre una tassazione non progressiva prevede la stessa aliquota (o poche aliquote) per tutti i contribuenti.

La progressività della tassazione sui redditi individuali, fanno notare dal Fondo, è diminuita drasticamente tra gli anni Ottanta e Novanta. “La tassazione media per i redditi più alti nei Paesi Ocse è crollata dal 62% nel 1981 al 35% nel 2015. Inoltre, i sistemi fiscali sono meno progressivi di quanto sembrino, perché le persone più ricche accedono a una gamma maggiore di benefici fiscali.” La novità, tuttavia, è che è possibile aumentare la progressività senza danneggiare la crescita: “l’evidenza empirica dimostra che è possibile ottenere una crescita inclusiva e sostenibile con il giusto mix di politiche fiscali”.

Spesa per educazione e salute

Sistemi d’istruzione e di salute ben funzionanti continuano inoltre a rimanere un fattore cruciale per la riduzione delle diseguaglianze. Infatti, solamente un sistema d’istruzione di qualità e accessibile potrà permettere quella “predistribuzione” suggerita dal premio Nobel James Heckman, cioè l’idea di un sistema in cui ognuno può coltivare i propri talenti e ottenere i giusti ritorni sul mercato del lavoro.

Stessa idea per il sistema sanitario, perché un’economia in cui i più poveri non hanno buona salute è un’economia in cui la fascia meno avvantaggiata della popolazione avrà meno probabilità di avere buone performance sul lavoro, e finirà per rimanere nelle posizioni di partenza.

“Nonostante alcuni progressi, i gap nell’accesso a istruzione e sanità di qualità sulla base delle differenze di reddito rimangono un problema in molti Paesi”, spiegano da Washington, facendo notare che “nelle economie avanzate, gli uomini con un’educazione universitaria vivono fino a 14 anni più a lungo rispetto a quelli con un solo titolo d’istruzione secondaria, o inferiore”. Chiudere queste differenze di accesso potrebbe aumentare l’aspettativa di vita media delle popolazioni dei Paesi emergenti e economicamente avanzati di circa 1,3 anni.

Reddito universale di base

Un’ulteriore area in cui, secondo il Fondo, è fondamentale fare ricerca e sperimentazione è infine il reddito universale di base. L’idea cioè che lo Stato organizzi trasferimenti di denaro di uguale ammontare a tutti i cittadini di un Paese.
Su questo tema, il Fondo Monetario rimane comunque cauto. Nello studio, tuttavia, queste proposte vengono discusse in dettaglio. A detta dello studio, il reddito universale di base ha in effetti il potenziale per ridurre significativamente diseguaglianza e povertà. Ma le stime degli economisti del Fondo prevedono anche che, per offrire un reddito universale pari al 25% del reddito mediano (cioè il reddito dell’individuo che si trova a metà della distribuzione dei redditi, pari in Italia a 16.557 euro) costerebbe almeno il 6,5% del PIL in un’economia avanzata: per l’Italia, si tratterebbe di una spesa di oltre 100 miliardi di euro l’anno.

Immagini via Unsplash| Copertina