Dobbiamo abituarci davvero alla stagnazione economica?

Dobbiamo abituarci davvero alla stagnazione economica?

Stagnazione secolare. Dietro questa espressione altisonante potrebbe celarsi la spiegazione del “malessere” che l’economia dei paesi occidentali, per non parlare dell’Italia, sta vivendo dagli anni della Grande Recessione, iniziata con la crisi finanziaria del 2007-2008.

Ideato nel 1938 dall’economista di Harvard Alvin Hansen per descrivere la situazione economica statunitense in uscita dalla Grande Depressione degli anni Trenta del secolo scorso, il concetto di stagnazione secolare si riferisce a “una condizione prolungata di crescita economica scarsa o nulla nel contesto di una economia di mercato”.

Negli ultimi anni, l’idea che viviamo in un’economia caratterizzata dalla stagnazione secolare ha ripreso quota. Infatti, sia le economie emergenti che quelle avanzate sono uscite dalla crisi con tassi di crescita molto più bassi di quelli attesi dagli analisti statunitensi ed europei.

Uno dei primi a tirare fuori questa vecchia espressione è stato, già nel 2009, l’influente economista tedesco Hans-Werner Sinn, che in un articolo sul sito Project-Syndicate prese il Giappone come un esempio di stagnazione secolare in epoca contemporanea (riferendosi alle “decadi perdute” tra gli anni Novanta e il 2010). Ma a riportare la “stagnazione secolare” al centro del dibattito teorico tra gli economisti è stato, nel novembre del 2013, Larry Summers, ex segretario del Tesoro Usa, ex capo economista della Banca Mondiale e a lungo preside ad Harvard, dove ancora oggi è docente alla Kennedy School of Government.

A Summers è bastato un discorso di 16 minuti al Forum economico del Fondo Monetario Internazionale per sollevare un dubbio che ancora oggi attanaglia molti economisti: è se fossimo in un “nuovo mondo”, in cui non vedremo più gli alti tassi di crescita economica e di occupazione che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento? Il riferimento alla “stagnazione secolare” ha catturato subito l’attenzione della stampa, e scatenato un ampio dibattito, che ha coinvolto il Premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman, dichiaratosi dalle colonne del New York Times sostanzialmente d’accordo con la tesi di Summers sulla stagnazione secolare.

Il ragionamento di Summers poggia sull’idea che la domanda di beni e di investimenti sia troppo bassa per consentire il funzionamento delle economie avanzate a pieno regime. Ma non solamente a partire dalla crisi. Perché, prosegue l’economista, la crescita economica era relativamente bassa anche prima della crisi.

stagnazione economia 2

Ad esempio, dal 2000 al 2007 negli USA il tasso di utilizzo della capacità industriale—cioè il rapporto tra quanto l’economia effettivamente produce e quanto potrebbe produrre—è stato in media pari al 78%. Con l’inizio del nuovo millennio, insomma, l’economia statunitense ha mancato di esprimere un potenziale economico pari al 22% della propria capacità. In questo contesto, solamente la “bolla immobiliare”—quella che poi ha causato la crisi finanziaria—aveva permesso di mantenere tassi di crescita nel complesso accettabili, ma alla lunga insostenibili.

Ma quali sono le cause della stagnazione secolare? Sulla risposta a questa domanda non esiste ancora un vero e proprio consenso, e numerose spiegazioni sono state avanzate. Una delle ipotesi, proposta nel 2013 dallo stesso Summers, ha a che fare con la crescita delle diseguaglianze. Poiché una singola persona, anche se ricchissima, potrà spendere solo una quantità limitata di denaro, la crescente quota di ricchezze nelle mani di poche persone ha l’effetto di diminuire la “domanda aggregata”, cioè la quantità di beni e servizi richiesti da tutti i consumatori all’interno di un sistema economico. Ma Summers fa anche un passo in avanti, arrivando a ipotizzare una situazione in cui il basso livello della domanda spinge il tasso “naturale” di interesse in territorio negativo.

Questo significa che, durante la “stagnazione secolare”, gli agenti economici preferiscono sempre avere in mano denaro invece di investire, anche se il denaro non offre loro alcun ritorno. Per convincere gli agenti economici a investire servono quindi tassi di interessi negativi, cioè una sorta di “penalità” per detenere denaro.

Ma poiché a lungo tempo gli economisti hanno pensato che i tassi di interesse non potessero mai scendere sotto zero (il cosiddetto zero lower-bound), questo significa che, quando i tassi di interesse raggiungono un livello estremamente basso, stimolare gli investimenti è molto complesso e, senza sufficienti investimenti, diventa quasi impossibile ottenere alta crescita e piena occupazione.

Anche se questo rimane il meccanismo più accreditato per spiegare il lungo declino dei tassi di interesse nel corso degli anni 2000, altre idee sono state avanzate da economisti altrettanto autorevoli nell’arena pubblica. È stato ad esempio evidenziato l’effetto dell’invecchiamento della popolazione: una società più anziana ha meno lavoratori e più bassa produttività, e una propensione maggiore al risparmio—che spingerà in basso la domanda di investimento e quindi i tassi di interesse.

Secondo l’economista del MIT, Daron Acemoglu, non è in realtà l’invecchiamento di per sé ad abbassare i tassi, bensì l’adozione di nuove tecnologie di automazione dei sistemi produttivi, che è stata più pronunciata nelle società più anziane (e più ricche). L’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard, invece, propone un’ulteriore spiegazione, legata al declino del “costo” degli investimenti.

Il dibattito è ancora aperto, ma se non è ancora stato raggiunto un accordo sulla diagnosi, i sintomi della stagnazione secolare sono ancora tutti lì. Dobbiamo quindi abituarci a vivere in un mondo con meno opportunità di lavoro e una crescita più lenta della ricchezza?

Secondo Summers, non è necessariamente così. Perché abbiamo ancora varie frecce nel nostro arco per combattere questo malanno. Il primo è legato alle riforme: aumentare la produttività, riformare la tassazione e i sistemi di welfare per migliorare la qualità della forza lavoro. Una ricetta che richiede tanto tempo, e potrebbe non portare ai risultati desiderati.

Una seconda possibilità è abbassare il più possibile i tassi di interesse reali. È la strada scelta, ad esempio, dalla Banca Centrale Europea di Draghi, fino ad ora con un certo successo nel contrastare la spirale negativa dell’inflazione. Ma rimane da vedere se questa strada può essere praticabile a lungo.

Il terzo approccio risiede nel ruolo degli investimenti pubblici: in questo caso, sarebbero gli stati a dover intervenire per controbilanciare gli scarsi investimenti privati. Quando Alvin Hansen, negli anni Trenta, parlò di stagnazione secolare, le sue previsioni si rivelarono errate. Ma, in quel caso, a “salvare” l’economia americana intervenne la seconda guerra mondiale, e la massiccia spesa pubblica legata allo sforzo bellico. Cosa succederà oggi? Solo il tempo potrà dire se la profezia di Summers è giusta o sbagliata.

Immagini | Copertina via Unslash|Foto 1 modificata in b&n di Fred Romero via Flickr