Autoritario, autorevole o permissivo: e tu che genitore sei?

Autoritario, autorevole o permissivo: e tu che genitore sei?

Dimmi come educhi tuo figlio e ti dirò chi diverrà. Non è la promessa di una chiromante, ma il risultato di uno studio, in realtà molto citato, di due autorevoli economisti: Matthias Doepke e Fabrizio Zilibotti. Secondo i due accademici, autori di un paper dal titolo “Parenting with style: altruism and paternalism in intergenerational preference transmission”, «la scelta dello stile genitoriale (parenting) è guidata dagli incentivi. I genitori valutano costi e benefici attesi dall’implementazione di un determinato stile genitoriale».

Detto in altre parole, i genitori non allevano i figli soltanto in base delle proprie convinzioni morali ed etiche, ma anche a seconda dell’ambiente in cui la prole dovrà vivere e lavorare. E il bello è che spesso ci azzeccano. Oltre al cuore, dunque, è il cervello a determinare lo stile di parenting. Che varia, ovviamente, da genitore a genitore, ma è sostanzialmente di tre tipi diversi: autoritario, autorevole e permissivo.

“Chi risparmia il bastone odia suo figlio, chi lo ama è pronto a correggerlo,” dice l’Antico Testamento. Oggi una frase del genere fa (comprensibilmente) storcere il naso a molti, specie in Europa (in varie parti degli Stati Uniti il discorso è un po’ diverso). Per millenni, tuttavia, la sapienza popolare ha propagandato uno stile genitoriale autoritario, duro, ricco di ceffoni, sculacciate e anche cinghiate. Sadismo? No, o almeno non solo. Bisogna infatti comprendere com’era il mondo sino a due-tre secoli fa.

Prima della Rivoluzione industriale regnava ovunque l’agricoltura, quasi nessuno andava a scuola, la democrazia era il sogno di pochi filosofi. In un mondo come questo, dove il sapere si tramandava oralmente di padre in figlio, e le gerarchie sociali erano molto severe, bisognava prima di tutto imparare a obbedire. Ogni trasgressione infatti era punita con brutalità, talvolta addirittura con la morte; dunque era comprensibile che i genitori cercassero di istillare nella prole la disciplina e il rispetto per gli anziani e i superiori (spesso le due cose coincidevano).

Con la Rivoluzione industriale, e tutto ciò che seguì, le cose cambiarono. Doti come creatività, capacità critica e imprenditorialità acquisirono sempre più peso. Sino ad arrivare alle società capitalistiche contemporanee, che premiano ciò che un tempo sarebbe stato punito. Con due precisazioni: mentre nelle società egualitarie del Nord Europa la generosità del welfare statale induce le mamme e i papà a crescere i figli in modo più rilassato (stile permissivo, della serie: “Fai ciò che vuoi tesoro, l’importante è che tu sia felice”), in società più competitive i genitori si preoccupano che i figli studino, vadano in ottimi college e trovino dei lavori super-pagati. La latitanza del welfare, d’altra parte, non lascia loro molta scelta.genitore 2

Tutto ciò aiuta a capire perché un saggio come “Parentonomics – An economist dad looks at parenting”, dell’economista Joshua Gans, sia stato subito tradotto dall’inglese in giapponese, portoghese, cinese e coreano. O perché in paesi molto diversi tra loro come la Cina, l’India, il Brasile e gli USA (e in misura minore il Regno Unito e l’Australia) trionfino i “genitori-elicottero”, le “mamme-tigre”, i “papà-condor” e così via: un bestiario di genitori assai attenti alla carriera scolastica della progenie, che viene spinta (o costretta) a sgobbare su libri, violino e campetto da mane a sera.

Purtroppo a Seattle come a Taipei l’accesso a una buona scuola elementare (o addirittura a un buon asilo-nido) è cruciale per approdare a un buon liceo, e il liceo spalanca le porte a una buona università, e dopo l’inferno degli esami (copyright degli studenti giapponesi) si può finalmente competere per un buon posto di lavoro. Insomma, una corsa a ostacoli perpetua, che induce i genitori a trasformarsi in “allenatori” dallo stile autorevole, fatto di regole ferree, premi e punizioni. Con i suoi pro, ma anche i suoi (molti) contro: secondo recentissimi studi psicologici, ad esempio, un figlio cresciuto in modo molto autorevole è più stressato e anche più insicuro.

Per l’esperto di management Peter Harms, addirittura, gli stili genitoriali possono influenzare il modo in cui i figli, una volta cresciuti, si relazioneranno con i loro datori di lavoro: un pargolo con genitori troppo presenti svilupperà un rapporto ansioso con il proprio capo-ufficio; invece un rampollo abbandonato a se stesso durante l’infanzia diventerà un adulto poco interessato al giudizio del capo e alla stima dei colleghi. E in entrambi la carriera potrebbe risentirne

Qual è dunque lo stile genitoriale più valido? Paradossalmente, forse quello mediterraneo, che combina un certo presenzialismo assertivo di mamma e papà con il buonismo familista caratteristico dell’Europa meridionale. Non a caso i giovani italiani, spagnoli e greci all’estero se la cavano, spesso, meglio dei loro coetanei. Come se la cavino in patria, invece, è tutt’altro discorso.

immagini via Flickr | Copertina di Frank Lindecke