La lunga e gloriosa storia delle più antiche aziende italiane

La lunga e gloriosa storia delle più antiche aziende italiane

Sei delle dieci aziende più antiche del mondo sono italiane e hanno un’età che si aggira intorno al millennio. Lo afferma la rivista americana Family BusinessAziende vinicole, orafe, ma anche fonderie, vetrerie, navali, settori tradizionali che hanno imparato a realizzare un “prodotto medioevale” secondo le regole di industry 4.0.

SI tratta di imprese con storie di resilienza, capacità, visione: che hanno superato secoli, epoche storiche, tutte le rivoluzioni industriali, restando in piedi, in qualche modo, a ogni costo, cambiando business, ripensandosi completamente, osando, innovando, spesso contro la logica e contro la statistica. Quindi forse non è affatto un caso che nel nostro Paese esista un’Unione delle imprese storiche, a cui aderiscono proprio queste attività, con alle spalle almeno due secoli di vita—matusalemmi della produzione, nell’accezione positiva del termine. Ecco chi sono e come hanno fatto.

Reinventarsi per sopravvivere

Le highlander sono: Barovier&Toso, azienda vetraria di Murano, fondata nel 1295; i Camuffo di Portogruaro, che producono yacht dal 1438; la Pontificia fonderia Marinelli, che crea campane ad Agnone dall’anno Mille; e ben tre fiorentine (le vinicole Ricasoli e Antinori, la orafa Torrini).

Queste  famiglie resilienti rimangono fedeli alla missione e sono guidate dall’amor proprio: vanno avanti contro tutto e tutti, continuando però a fare business. “Quando ero giovane magari non avrei scelto di fare questo mestiere,” esordisce a Hello!Money Fabrizio Torrini, patron dell’omonima azienda orafa. “Ma mi è stato gentilmente imposto e ho cercato di farlo bene”.

“Il nostro marchio nacque nel 1369, quando fu registrato da Jacopus Turini della Scharperiaavamposto della Repubblica situato a nord di Firenze. A quell’epoca i Turini erano una famiglia di scultori, e lo rimasero a Siena per circa 250 anni. Solo nel 1700, poi, divennero orafi—mansione che svolgiamo ancora—ma non senza qualche intoppo in seguito”, aggiunge Torrini. “Per esempio mio nonno, nel ’45, finita la guerra trovò a casa sua tutto distrutto, bombardato dai tedeschi. Gli era però rimasto per fortuna un negozietto a Chianciano: con quello e la licenza per vendere oro, in un momento favorevole come quello del boom economico, a poco a poco riuscì a rimettere tutto in sesto”.

Inoltre, Torrini ha fatto parte anche di Henokiens, l’Associazione internazionale di marchi familiari storici. A contatto con tutti questi grandi dell’imprenditoria internazionale, quindi dovrebbe conoscere diversi trucchi per mantenere in piedi un’azienda. “Vi dirò ho conosciuto persone che hanno attraversato difficoltà, e le hanno affrontate cambiando il core business,” risponde divertito. “Per esempio ricordo un’azienda olandese che si era convertita al recupero dai personal computer dei materiali pregiati mentre nel 1850 si occupava di spedizioni internazionali: in quell’epoca aveva fatto la scelta, sbagliata, di non entrare nel vapore. Per non fallire hanno completamente cambiato rotta”.

Storie diverse e molto singolari. “Potrei citarle Nardini, il noto produttore di grappa che non ha mai modificato neppure la forma della bottiglia e ha sempre e solo puntato sul marchio e sul monoprodotto, rifuggendo da qualsiasi forma di marketing e pubblicità”, chiarisce Torrini. “Oggi non possono più permetterselo neppure loro.  O ancora, il Vigneron di Hugel, un vino immutato dall’anno Mille. C’è dentro passione, ostinazione, e la fortuna di avere un prodotto che non si presta a trasformazione”.

Con l’oro, però, la situazione è ancora un po’ diversa: “Oggi si lavora con uguale facilità l’acciaio e quindi perché usare una metrica prima che costa tanto? Nel 2010 l’azienda ha attraversato una crisi per il prezzo del metallo giallo, che è schizzato da 19 a 40 euro: sono stati venduti i beni immobiliari per recuperare quanto perso ma non è andata smarrita la capacità di questo mestiere; abbiamo riformulato il core business sfrondando le cose che non ne facevano parte”, spiega Torrini. “Il prodotto è stato cannibalizzato un po’ dai mercati orientali, prima facevano gioielleria male, oggi le macchine a controllo numerico consentono di ottenere oggetti di acciaio gradevoli da indossare verso cui la gente si rivolge, arrivando a spendere persino le grosse cifre necessarie per l’oro.”

Cambiamento e tradizione

“Le piattaforme digitali creano nuove opportunità e mettono in offside i vecchi negozi sulla strada: è un mondo nuovo non dico rispetto al 1300, ma anche rispetto al 2000”, spiega Torrini. “Oggi vendiamo soprattutto a Dubai, in Giappone, in Usa, ma abbiamo anche un servizio che va dall’idea alla realizzazione dell’oggetto, una sorta di facility produttiva per le aziende che non ce l’hanno”.

Che si tratti di grandi case di moda o di piccole aziende che si affacciano al mercato solo con le loro idee, “arrivano da me con l’idea e vanno via con l’oggetto tra le mani”, continua l’imprenditore. “Noi facciamo il gioiello con tecniche tradizionali, ma non siamo legati al vecchio: io ho fatto un master di ingegnerizzazione del prodotto, che è diventato un valore. Il gioiello non è solo più arte applicata, ma c’è uno studio scientifico dietro. Il digitale ha portato il miglioramento nella fase di prototipo, la tecnologia 3D diminuisce la complessità e il costo della fase di progetto”. E grazie a questa competenza acquisita in accademia oltre che sul campo, Torrini ha conquistato l’attenzione di un marchio come Royal Asscher, che intaglia i diamanti per la regina Elisabetta

“Edward Asscher, il senior di famiglia, si rivolse a noi ormai vari anni fa dicendo che voleva realizzare un oggetto un po’ fuori dal comune. Aveva una boule de neige, oggetto di discutibile gusto, e disse: Io sono il più antico e famoso diamantaio del mondo, voi siete gli orafi più antichi, e sono venuto perché vorrei fare un anello con al posto della neve i miei diamanti. Guardando la boule de neige rimasi un po interdetto e chiesi: ‘Sì, ma in che modo?’. Mi rispose: ‘Gli orafi siete voi’ e se ne andò sorridendo”, racconta Torrini.

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L’evoluzione del progetto ha portato l’orafo fiorentino a realizzare dei disegni, poi approvati, e a trovare la soluzione tecnica per riempire la palla di diamanti e sigillarla adeguatamente. I diamanti fluttuano in modo molto morbido, all’interno di un liquido viscoso.

“La mezza sfera è in vetro zaffiro, come da loro espressa richiesta, al fine di poter contare su una robustezza indiscutibile. La realizzazione della mezza sfera non era mai stata eseguita prima di allora. Il progetto di sigillatura è opera mia, mentre per la realizzazione abbiamo istruito nostro personale appositamente a questo scopo. Da allora ad oggi abbiamo realizzato oltre 1550 esemplari tra anelli orecchini pendenti e gemelli”, continua Torrini.

“Alcuni di questi oggetti sono andati ad altissime personalità, li abbiamo personalizzati con emblemi specifici grazie ad un sistema di laser, che possono eseguire lavori infinitamente precisi e di piccole dimensioni. L’oggetto la cui qualità è forse la più alta a cui siamo stati sottoposti è, dopo tutte le precisazioni, da considerarsi come artigianale a tutti gli effetti, eseguito con la cura e le attenzioni che solo una mano esperta e ben motivata sa ottenere”.

E chissà che l’anello African Stars non finisca in un museo al pari delle opere degli antenati di Fabrizio, come la Madonna con Bambino di Giovanni Torrini, ospitata all’Istituto d’Arte di Detroit e la Vergine con Bambino al Metropolitan Museum of Art di Washington, oppure la ottocentesca più recente parure di Giocondo Torrini al British Museum di Londra.

Mille anni di vino

Opere d’arte, liquide, anche quelle prodotte da Barone Ricasoli, azienda fondata nel 1141, la più antica vinicola d’Italia e la seconda in Europa. Nel castello di Brolio, una zona logisticamente infelice ma che non ha impedito ai Ricasoli di esportare il loro Chianti di qualità in Olanda e Inghilterra fin dal 1600.

Il vino toscano, poi, è stato perfezionato dal Barone Bettino nell’Ottocento. Appena ventenne, il Barone di ferro cominciò a Brolio le sue ricerche e sperimentazioni, con l’obiettivo di produrre in Chianti un vino di alta qualità, capace di competere a livello internazionale con i grandi vini francesi, all’epoca protagonisti indiscussi. 

Bettino Ricasoli compì questa missione con la consapevolezza delle potenzialità del terroir di Brolio, unita alla fiducia nei progressi tecnologici e nella scienza applicata ai processi di vinificazione. Viaggiò, visitò cantine, trasferì in Chianti conoscenze e strumenti all’avanguardia, coinvolse nella sua missione ricercatori e studiosi illustri dell’epoca, fu anche saggio e lungimirante uomo di marketing, nel prendersi cura degli aspetti di commercializzazione e posizionamento dei vini di Brolio sui mercati internazionali

Il suo impegno sul fronte dello sviluppo economico del Chianti, si intreccia con la sua storia di uomo politico protagonista del Risorgimento, Primo Ministro nell’Italia unita del dopo Cavour. Oggi l’azienda è guidata da Francesco Ricasoli, 32esimo Barone di Brolio, che ha raccolto il testimone nel 1993. 

Sono invece marchesi gli Antinori, 26 generazioni di viticoltori da quando, nel 1385, Giovanni di Piero Antinori entrò a far parte dell’Arte Fiorentina dei Vinattieri. Oggi alla guida ci sono tre sorelle giovani, Albiera, Allegra e Alessia, figlie del Marchese Piero Antinori. Che ha fatto della sua cantina quella di qualità con il fatturato più elevato in Italia, 209 milioni, con una marginalità eccezionale: margine operativo lordo del 42%.

I dati sono quelli raccolti sul 2015 dallo Studio Pambianco Strategie d’Imprese in una ricerca ad hoc. Tignanello e Solaia i prodotti di punta, ma gli Antinori sono dietro ogni passaggio della storia del vino: “Nel 2016 sono stati celebrati i trecento anni dall’invenzione della prima denominazione di origine controllata per un vino… ho scoperto che c’era dietro un Antinori: Antonio, ministro delle Finanze di Cosimo III de’ Medici e produttore di vino”, ha spiegato Piero in una recente intervista rilasciata al Corriere della Sera.

Una storia di coesione familiare, con qualche inciampo: negli anni Ottanta, i fratelli del Marchese uscirono dall’azionariato e Piero vendette alcune quote alla multinazionale Whitbread. Salvo poi riacquistarle osservando la passione di Albiera, la prima figlia, che oggi è presidente affiancata dalle sorelle e dall’amministratore delegato Renzo Cotarella.

“Sono innamorato di questa azienda e non ci avrei rinunciato per nessuna cifra al mondo, anche perché mi è costato molta fatica riprendermela. E proprio per evitare questo rischio in futuro che abbiamo istituito un trust”, ha continuato Pietro Antinori. “Le imprese familiari sono insieme la forza e la debolezza del nostro Paese: a volte quando la famiglia si allarga si scatenano velleità di supremazia, o il fondatore può essere un genio e i successori non all’ altezza”.

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La passione per l’impresa

Fuori dalla toscana, affascina per l’intreccio di antico e moderno la lunga vicenda di Camuffo che a Portogruaro, nella provincia veneziana, costruisce imbarcazioni da diporto da 12 a 18 metri, note nel mondo come gli “Stradivari del mare”.  Si tratta di imbarcazioni uniche perché costruite interamente in legno e a mano da maestri artigiani.

“Abbiamo realizzato navi per la Serenissima e anche per Napoleone, bisognoso di bastimenti dopo la disfatta di Trafalgar. La storia dei Camuffo inizia a Candia (l’attuale Creta) nel 1438 e arriva ai giorni nostri attraverso 18 generazioni di armatori, protomastri e costruttori navali di ogni tipo di imbarcazione in legno. Prima a Chioggia, poi a Portogruaro, dove arriviamo nel 1840”, racconta a Hello!World Giacomo che insieme al fratello Marco, rispettivamente 85 e 83 anni, guida il gruppo.

E lo fanno i Camuffo, senza aver mai abdicato alla lusinga della vetroresina. “Solo ilprotomaistri è materiale da barca, vivo, caldo, insostituibile”, dice Giacomo. “Tuttavia il rivestimento esterno dell’intero scafo è tecnologico: caratterizzato dall’impiego del cosiddetto superlamellare corazzato marino, ottenuto sovrapponendo tra loro fogli molto sottili di legni anche diversi e incollati mediante colle fenoliche termoindurenti irreversibili. Questo materiale risulta in grado di resistere nel tempo all’azione degli agenti esterni, mantenendo le sue peculiarità naturali (elasticità, resistenza e coibenza) che di fatto lo rendono insuperabile come materiale di costruzione navale, senza confronto con altri materiali, quali vetroresina, compositi, ferro o alluminio. Abbiamo anche il primato del consumo: che riusciamo a ridurre del 55% a parità di peso e potenza, rispetto ai nostri concorrenti”.

L’interno, in mogano, radica di noce e altre essenze pregiate, è costituito da 750 pezzi, tutti smontabili per facilitare la manutenzione. I Camuffo oggi non hanno eredi e dunque questa, la 19esima generazione, potrebbe rappresentare l’ultima stagione di questa gloriosa impresa familiare, che si basa sull’orgoglio di “non aver mai fallito, non essere mai andati in banca, né dagli avvocati. Ma per sopravvivere ai secoli abbiamo fatto ogni cosa, compreso scappare”.

Una storia che rimanda a tempi e mondi lontani: “il nostro cognome deriva da quello di El Ham-Mufti (dall’arabo: la voce del porto che nel solco della tradizione navale greco-bizantina faceva il magister stadi, oggi si direbbe ingegnere navale”, racconta Giacomo. “Nel 1453 dopo la caduta di Costantinopoli la situazione divenne difficile per chi come Petrus Camuffi si era convertito al cristianesimo e viveva nell’Egeo: così Petrus decise di lasciare il porto cretese di Candia, base dei traffici della Serenissima nel Mediterraneo verso l’Oriente e il Mar Nero, per Chioggia”.

Nel 1840 Luigi Camuffo, maggiorenne (a 14 anni secondo il codice napoleonico) terzogenito e dunque escluso dalla successione da suo padre Fortunato, si trasferì a Portogruaro: là nel 1927 costruì il primo “motoscafo Camuffo”, un nove metri con motore Fiat da 24 cavalli. Dopo la II guerra mondiale il cantiere si trasferì da Borgo S.Agnese all’attuale sede di via Zambaldi, abbandonò la costruzione di barche da lavoro per dedicarsi esclusivamente alla realizzazione di imbarcazioni da diporto. Entrarono in attività i figli Marco e Giacomo. 

Maestri sull’Isola

Restiamo in Veneto, ma spostiamoci a Murano, l’isola dove nel 1921 furono trasferite le fornaci da Venezia, per tenere al riparo i segreti del vetro: e troviamo la sede di Barovier&Toso, vetreria fondata nel 1295, da Jacobello, il più antico rappresentante della dinastia Barovier. Dopo circa due secoli, sarà il grande maestro Angelo a lasciare il segno: inventando il primo vetro incolore e trasparente, il cristallo veneziano e la “coppa nuziale Barovier” in vetro blu e smalto dorato. A Murano, nel Cinquecento, ben tre fratelli Barovier erano padroni di fornace e “gastaldi dell’arte” con tre simboli diversi: l’angelo, la campana e la stellaLe tre “insegne di bottega“, unite per tradizione, sono ancor oggi presenti nello stemma dei Barovier.

Nel 1878, l’intero gruppo dei Barovier costituisce la “F.lli Barovier” e brevetta il “vetro madreperla” e il “rosso corniola senza uso dell’oro“. Un altro segno potente lo imprimerà, alla fine della prima guerra mondiale, Ercole Barovier. Nuove formule chimiche, colorazioni, processi produttivi, effetti vetrosi: circa 25mila oggetti disegnati in 40 anni in cui l’azienda cresce grazie al suo ingegno. La fusione con la famiglia Toso avviene nel 1939.

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Ercole Barovier.

Nel 1972, Ercole muore e alla guida della vetreria arriva suo figlio Angelo. Per Barovier&Toso inizia una nuova fase: quella di dare efficienza ad un modo di lavorare che comunque doveva restare legato alla tradizione ma che doveva anche tener conto dei cambiamenti del gusto, dell’arrivo di nuovi mercati, dell’evoluzione della società italiana. Angelo porta anche una nuova visione manageriale.

L’evoluzione iniziata con Angelo Barovier porta la società a essere, a metà degli anni Ottanta, una vetreria completamente rinnovata nel modo di operare, nei sistemi di organizzazione e nella capacità di muoversi sui mercati: è Jacopo, figlio di Angelo, esponente della ventesima generazione il fautore del cambiamento (nel 2015 la maggioranza del capitale di Barovier&Toso è stata acquisita da Oikia 3, società che fa capo a Rinaldo Invernizzi).

Sopravvivere alla società liquida

La più antica azienda italiana è, infine, una fonderia, un produttore di campane, che risponde al nome di Marinelli. Fondata nell’anno carico di simbolismo medievale, l’anno 1000, la sua storia si intreccia intimamente con la diffusione del culto cattolico in Italia e in Europa, tanto che nel 1924 il Papa Pio XI conferisce alla famiglia Marinelli lo stemma pontificio, per poterlo imprimere sulle loro campane senza chiedere ogni volta l’autorizzazione. Campane Marinelli è situata ad Agnone, comune italiano di circa 5.200 abitanti in provincia di Isernia, in Molise.

Antica città sannita, è sede di quello che si presume sia il più antico stabilimento al mondo per la fabbricazione delle campane. “Tutte le campane lavorate direttamente presso la nostra fonderia hanno una caratteristica speciale ben definita derivante dalla esperienza di vari secoli, trasmessa di generazione in generazione, esse infatti si presentano con una forma svelta ed elegante hanno un suono limpido, dolce e squillante e sono di una durata secolare. Tutto questo si deve alla sana e diligente fusione ed alla bontà del bronzo, formato esclusivamente da rame e stagno puro”, scrivono sul sito dell’azienda i due fratelli che la guidano, Armando e Pasquale.

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La Pontificia Fonderia è l’unica sopravvissuta tra le dinastie dei numerosi fonditori di campane di Agnone che, da otto secoli si tramanda ininterrottamente, di padre in figlio, quest’arte antica. Proprio nel Museo Marinelli è infatti conservato un raro esemplare di campana gotica che la tradizione vuole sia stata fusa proprio 1000 anni fa, ad Agnone. Ed è probabile che campane in bronzo di notevoli dimensioni si fondessero ad Agnone anche prima del 1200. Certo è che Nicodemo Marinelli, “Campanarus”, nel 1339 fuse una campana di circa 2 quintali per una chiesa del frusinate.

“Non sono mancati momenti difficili, come quelli legati alla seconda guerra mondiale, durante i quali la Fonderia dovette sospendere l’attività produttiva essendo state requisite le campane, il cui bronzo venne utilizzato per la costruzione di armi”, spiegano i due fratelli Marinelli. “Inoltre Palazzo Marinelli venne occupato dalle truppe tedesche che lo utilizzarono come Quartier Generale utilizzando mobilia, attrezzi ed importanti documenti della fonderia per alimentare le stufe. La ripresa nel dopoguerra fu dura ma già nel 1949 fu assegnato alla Fonderia Marinelli, il compito di fondere le campane della Badia di Montecassino, in ricostruzione dopo i devastanti bombardamenti”.

Nel 1950 una nuova sciagura colse i campanari Marinelli: un devastante incendio li costrinse ad abbandonare la vecchia sede e a realizzare una nuova officina alla periferia del paese. Nonostante ciò, continuarono a fondere campane per le chiese più note ed amate della cristianità e per quelle moderne che stavano nascendo.

Storie singolari, ma che in fondo si somigliano tutte: alla base delle quali c’è un fuoco sacro, un concetto di fedeltà a certi valori familiari, che nella società liquida sembrano dimenticati. Ma non lo sono per tutti.

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