La storia di Buzzoole, la piattaforma che ti paga in buoni Amazon

La storia di Buzzoole, la piattaforma che ti paga in buoni Amazon

Buzzoole è il google del passaparola, “Buzz è la parola inglese che significa ronzio, e ‘oole’ vuol dire uno elevato a cento: nel nome c’è tutto quello che facciamo”. A dirlo è Fabrizio Perrone, napoletano, 32 anni, laureato in Economia all’Università Federico II. Un Millenial che è riuscito a trasformare una visione in una reale start-up. Nel 2014, infatti, lancia buzzoole.com con tre soci e chiude l’anno con un fatturato di 200mila euro. Nel 2015 il fatturato tocca quota 1,2 milioni, mentre per il 2016 è prevista un’ulteriore crescita di 3 milioni.

A fine 2013, ottenuto il primo finanziamento privato dall’incubator Digital Magics, Perrone chiede alla Regione Campania un prestito senza garanzia e senza interessi dedicato alle micro-aziende neonate del valore di 25mila euro, ma non gli viene concesso. “Mi ha colpito non tanto il rifiuto in sé, ma le due assurdità nella risposta della Campania. Ovvero i tempi di risposta e la motivazione: un no dopo tre anni”, spiega Perrone. “Insomma, dopo tutto quel tempo se avessimo avuto quei 25 mila euro non ci sarebbero più serviti. E, soprattutto, chi ha scritto le motivazioni del rifiuto avrebbe potuto avere l’opportunità di valutare ex post la bontà dell’idea. Ma per loro non era valida tecnicamente: anche se in seguito per la nostra tecnologia abbiamo ricevuto premi internazionali da Intel, Sap, Unilever”.

Distinguere una buona idea di business da un’idea che non funziona non sempre è facile, soprattutto tra le centinaia di start-up che approdano ogni anno sul mercato, anche se non era questo il caso. Ma, in generale, come si riconosce una start-up di successo da una che non lo è? “Alla fine parlano le metriche, diverse in base alla tipologia di start-up: per alcune sono le revenue, per altre è la crescita del bacino di utenza,” risponde Perrone. “Noi abbiamo realizzato una crescita veramente importante e abbiamo anche aperto una sede in Regno Unito, dove troviamo che il mercato stia rispondendo bene”. Ma il cuore della rete del passaparola è tutto a Napoli: operation, sviluppo e marketing; e a Roma e a Milano, dove si trovano gli uffici commerciali e una parte del marketing.

Sin dall’inizio della sua avventura, Perrone ha tre soci: due sviluppatori back end e un designer; lui, invece, è l’unico “non tecnico.” Prima lavorava in una delle neonate agenzie italiane di digital pr – sempre un’idea sua – e immaginava “il potenziale che potesse rendere misurabili ed efficaci queste tipologie di campagne che si realizzano attraverso i social” ma gli “serviva la tecnologia per identificare gli utenti e tracciare quello che stava succedendo.”

E proprio per questo, è stato fondamentale l’incontro con Gennaro Varriale, “web developer, (ex) hacker” come recita il suo profilo Buzzoole. “Ho conosciuto Gennaro quando ho cominciato a frequentare l’ambiente del Venture Capital e ho capito subito che lui poteva essere il co-founder con il background tecnico di cui avevo bisogno, dato che collaborava come sviluppatore ghost per grosse agenzie. Abbiamo iniziato a parlare dell’idea e si sono uniti gli altri due soci che già collaboravano con lui”, ha raccontato Perrone.

Così, con il prototipo in mano, i napoletani social sono andati a bussare alla porta di Digital Magic che ha aperto entusiasta. E oggi tra i 250 clienti del portale ci sono nomi come Ford, Toyota, Redbull, Nestlé, Menarini, Ovs ma anche “piccole e medie imprese verso cui siamo tesi e per le quali siamo un convogliatore pressoché unico al mondo,” ha chiarito Perrone.

Ma cosa ha inventato Perrone? “Nulla – risponde – ho solo pensato a come si poteva ottimizzare il processo delle digital pr, che esiste da quando esistono i social. In sostanza chiunque con un profilo Facebook o Twitter con un certo numero di amici e/o seguaci può creare il suo profilo su buzzoole.com e viene invitato a partecipare a campagne pubblicitarie dalle aziende che lo ritengono un influencer nel proprio ambito di azione.”

Partecipare alle campagne – continua Perrone – vuol dire condividere nella propria cerchia di amici i messaggi delle aziende. Si viene ricompensati con buoni spendibili su Amazon.” Dietro, ovviamente, c’è un algoritmo che analizza i profili degli utenti e li cataloga per essere “veicolatori” efficaci. La frontiera digitale del passaparola. Nata in Italia e al Sud, a Napoli.

Un caso speciale? “In Italia fare impresa è sicuramente più difficile rispetto ad altri posti bisogna impegnarsi il triplo soprattutto all’inizio e in fondo c’è anche qualche aspetto positivo, come il costo delle risorse, magari anche una minor competizione per accaparrarsele. Credo che l’unico vero grosso problema sia legato al settore pubblico che non è idoneo a supportare e non offre molte misure smart. Non solo per le start-up ma in generale in tema di attrazione delle industrie. Oltre alla pressione fiscale che fa scappare le aziende che potrebbero investire, c’è un sistema legislativo complesso: è quasi impossibile trovare un investitore estero che metta i soldi in una srl e lo fa solo dopo che le start-up hanno fatto una holding di diritto inglese”.

Perrone lamenta anche la carenza di venture capital: “Ci sono 4 o 5 acceleratori e poi vari sedicenti advisor o business angel, che sono più di quelli che poi realmente mettano mano al portafoglio. Accade che a volte pongano condizioni inaccettabili a livello internazionale.” In sostanza, ci vuole determinazione anche a selezionare gli investitori e bisogna continuare con tenacia a puntare l’obiettivo.

“A noi è capitato di rifiutare per ben due volte 500mila euro sul tavolo perché quei soldi erano condizionati a una certa rigidità che avrebbe potuto crearci problemi in fase di internazionalizzazione. E rifiutare 500mila euro non è facile, soprattutto se stai partendo”. Non è facile ma è possibile, e la loro storia ne è un esempio.

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