Tagesmutter: la carriera alternativa di chi crea un asilo nido nella propria casa

Tagesmutter: la carriera alternativa di chi crea un asilo nido nella propria casa

È diffusa in altri paesi europei  (soprattutto del Nord), ma stenta ad affermarsi in Italia: parliamo della figura di Tagesmutter, la (il) cosiddetta mamma (papà) di giorno‘ secondo la traduzione dal tedesco da cui viene la parola. E identifica chi – avendo o meno figli propri – decide di mettere su una specie di asilo nido casalingo, a metà tra il pubblico e il privato.

Di asili comunali le città italiane non abbondano e – benché in Italia il tasso di natalità sia ai minimi storici – trovare un posto per il proprio bambino nei nidi pubblici può diventare complicato a causa delle lunghe file di attesa. A meno che non si intenda spendere una fortuna per le rette di qualche istituto privato. Quello della tagesmutter diventa allora una soluzione innovativa per chi rimane fuori dalla rete dei nidi tradizionali, un’opportunità di impiego per persone con un lavoro incompatibile con la vita da genitore o siano dovute ripartire da zero.

Non che Tagesmutter ci si improvvisi, intendiamoci. Non esistono requisiti previi se non i 21 anni di età e il diploma di scuola media, ma sì, serve una preparazione, che significa sostanzialmente frequentare un corso da 250 ore – 200 di lezioni teoriche e pratiche svolte in aula e 50 di tirocinio – con tanto di esame finale e consegna di attestato.

Si tratta di un corso che deve essere accreditato dall’Associazione nazionale DoMus, un ente no profit nato nel 1999 in Trentino, dove la figura di Tagesmutter fa la sua prima comparsa lanciata dalla cooperativa Il Sorriso. “Fondata da un gruppo di 46 donne desiderose di trovare una realizzazione professionale che permettesse di conciliare scelte lavorative e esigenze familiari” – si legge sul sito – ha portato all’approvazione della Legge provinciale 4/2002, che riconosce e istituisce nella regione il servizio di nido familiare Tagesmutter.

Un modello con regole precise: massimo cinque bambini da accudire per volta, tetto limite di 3 nel caso di neonati con meno di 9 mesi, orari flessibili concordati con le famiglie, case attrezzate con aree dedicate alle diverse attività del bambino, affiancamento costante di una coordinatrice, verifiche igieniche e di sicurezza delle abitazioni.

Immagine modificata in b&n via Unsplash.

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Grazie al progetto DoMuS-Day Mother Service, finanziato dal ministero del Lavoro e dal Fondo sociale europeo, negli anni successivi il sistema è stato esportato anche altrove: Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Calabria. Ma in assenza di una normativa nazionale di riferimento, è l’organizzazione nazionale a stabilire limiti e paletti della professione. Ed è a questa che si affiliano le cooperative locali per organizzare la formazione e l’attività professionale dell’aspirante Tagesmutter, che ha di fronte a sé una doppia alternativa.

La prima è seguire il percorso tracciato dall’associazione per poi svolgere il lavoro di ‘mamma di giorno‘ da dipendente, con regolare contratto di lavoro stipulato con una cooperativa (Baby 360 a Milano, Santi Pietro e Paolo a Roma, solo per fare alcuni esempi). La seconda è organizzarsi in maniera autonoma, e capire – spulciando nei meandri delle normativa regionali se presente, o dei regolamenti comunali – quali sono i passi da seguire, come l’eventuale apertura di una partita Iva. Opzione che richiede alcuni sforzi in più, perché ogni zona ha regole proprie in fatto di nidi in casa, le quali specificano arredamento da tenere, numero di bambini, tasse da pagare etc. Più semplice, quindi, la prima via – che assicura guadagni, che possono aggirarsi anche sui 1000, 1200 euro mensili per mezza giornata con quattro bambini, spiega Silvia Garonzi, presidente della Domus. 

Immagine modificata in b&n via Unsplash.

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 C’è poi il capitolo sui costi, relativo alle famiglie. Per il servizio Tagesmutter si spende dai 3,50 ai 6,50 euro orari. Ma la variabilità è tanta, e dipende soprattutto dalla presenza di convenzioni con gli enti locali. La regione Lazio ha nel 2015 approvato un piano quinquennale da 54,5 milioni per gli asili nido e il varo di una nuova legge regionale sui servizi socio-educativi per l’infanzia, con l’obiettivo di incrementare la percentuale dei posti nei nidi comunali dal 17,8% del 2013 al 24,7%. Per ampliare l’offerta, sono anche previsti 1500 posti di lavoro in servizi innovativi e integrativi, come appunto i “nidi famigliari”. In questo modo le famiglie potranno arrivare a spendere da 1,50 a 3,50 euro l’ora (più ore si contrattano e meno si paga), grazie a un contributo regionale pari a 3 euro l’ora. Un sollievo concreto per il portafogli dei genitori, che possono arrivare a sborsare fino a 800 euro per un nido privato.

Uno scenario a cui non solo il Lazio ma l’Italia intera dovrebbe convertirsi al più presto considerato come – secondo un bollettino del centro di ricerca Adapt del 2011 –  “Nel 2004 la quota di bambini in custodia presso servizi per l’infanzia era inferiore al 33% in tutte le regioni”. Tradotto, significa che “una grande quota di famiglie italiane fa quasi totale affidamento alla cura informale, soprattutto affidata ai nonni”. Ma con “l’aumento dell’età pensionabile e l’allungamento della vita lavorativa si rischia di togliere questo appoggio ai genitori che lavorano, e il servizio di asilo nido domestico si configura quindi come una intelligente alternativa” conclude lo studio.

Nel corso del summit di Barcellona del 2002, poi, il Consiglio europeo aveva fissato un target di copertura di servizi per l’infanzia pari al 90% per i bambini fra i 3 anni e l’età scolastica, e ad almeno il 33% per i bambini sotto i 3 anni. A detta dello studio Adapt ce l’hanno fatta Danimarca, Olanda, Svezia, Belgio, Spagna, Portogallo e Regno Unito e anche la Francia con le sue non ancora formalizzate assistantes maternelles, mentre l’Italia restava fino a qualche anno fa ben al di sotto di tale soglia. Nell’anno scolastico 2011/2012 l’offerta pubblica copriva poco più del 13% dell’utenza con grandi differenze regionali: dal 27% dell’Emilia Romagna al 16% del Lazio e al 2,5% della Calabria. Di Tagesmutter ci sarebbe quindi un grande bisogno.

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