Le donne italiane che guidano aziende tecnologiche

Le donne italiane che guidano aziende tecnologiche

Con buona pace di vecchi stereotipi, oggi il mondo delle tecnologie digitali è sempre più femminile.  Non a caso parecchie delle 100 donne più potenti del mondo lavorano in colossi delle ICT: da Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, ad Angela Ahrendts, manager di Apple, passando per Marissa Mayer, CEO di Yahoo.

Supermanager a parte, le donne sono sempre più attente a informatica e tecnologia. Una scelta molto saggia. E-commerce e cloud, ad esempio, valgono rispettivamente 17 miliardi e 2 miliardi di euro soltanto in Italia.

Sia chiaro, di laureate in informatica ce ne sono ancora troppe poche: secondo Bruxelles, ad esempio, appena il 30% degli oltre 7 milioni di occupati nel settore europeo delle ICT sono donne. E pur essendo un settore prolifico quanto a posti di lavoro, bisogna dire che informatica e tecnologia non sono un el dorado in tutto e per tutto.

Anche negli Stati Uniti,  più avanti dell’Italia quanto a gender equality, le donne del settore hanno spesso stipendi più bassi dei colleghi maschi con identiche mansioni. E secondo un sondaggio pubblicato a gennaio, oltre la metà delle donne impiegate in Silicon Valley avrebbe ricevuto avances indesiderate sul posto di lavoro (soprattutto da superiori).

Secondo lo stesso sondaggio il 75% delle intervistate avrebbe dovuto rispondere a domande sulla propria vita personale (se fossero o meno sposate, se avessero figli, di che età, se intendessero averne altre) durante i colloqui. Nuova industria, vecchi problemi insomma. Soprattutto per le impiegate, di qualsiasi livello.

Eppure qualcosa sta cambiando. Prendiamo l’Italia, ad esempio. Stando ai dati di Censis e Confcommercio, nel 2013 il 30% delle aziende del terziario erano a guida femminile. Si tratta per lo più di imprese incentrate sulla cura della persona, dall’assistenza agli anziani all’istruzione, passando per l’estetica.

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Ma ci sono anche aziende ad alto tasso innovativo e tecnologico, esempi dello sviluppo della knowledge economy tricolore. Basti pensare a Daniela Villa, che con la sua laurea in biologia ha trasformato una piccola erboristeria artigiana nell’Erbolario, il colosso italiano di cosmetica naturale con punti vendita in quasi 50 paesi e ricavi per 90 milioni di euro.

Un altro esempio è Laura Iris Ferro, che partendo dall’azienda di famiglia è sbarcata al Nasdaq di New York con Gentium, italiana nell’animo ma acquisita tre anni fa dal gruppo irlandese Jazz Pharmaceuticals per un miliardo di dollari.

Poi ci sono esperienze più piccole e recenti. Come Diamante, azienda che sviluppa e produce kit diagnostici per malattie autoimmuni, guidata da Linda Avesani (responsabile scientifico) e Valentina Garonzi (amministratore delegato). La prima, anche ricercatrice all’università di Verona, ha un dottorato in biotecnologie, la seconda è laureata in economia. La tecnologia Diamante è innovativa e anche green, perché “sfrutta le piante come bioreattori naturali per la produzione sostenibile di virus vegetali modificati” come si legge sul sito dell’azienda.

Un’altra startup in cui natura e sostenibilità sono parole d’ordine è OrangeFiber, fondata dalle siciliane Adriana Santanocito ed Enrica Arena. Grazie alle nanotecnologie, questa startup trasforma arance e altri agrumi in tessuti biodegradabili che una volta indossati rilasciano vitamine sulla pelle.

Insomma, nonostante la crisi e le difficoltà, gli esempi di aziende innovative e tecnologiche a guida femminile abbondano. Come abbondano le libere professioniste che, proprio grazie alla conoscenza delle ICT, si sono costruite carriere di successo e inseguono i loro sogni. Edvige Faini, ad esempio, è una star italiana della grafica per cinema e videogiochi, lavoro in cui la computer graphic ha sempre più peso. Sara Bigatti è diventata un esempio di nomade digitale nostrana insegnando yoga su YouTube e dal suo sito, che aggiorna mentre viaggia per il mondo. Roberta Saliani, giovanissima, ha co-fondato la startup Just a Pixel, con sede a Londra, ed è una promettente designer di videogiochi.

Certo, non troviamo ancora l’Italia tra i cinque paesi più innovativi del mondo, insieme a Svizzera o Regno Unito. Ma anche da noi la knowledge economy avanza, e con essa sempre più donne.

Immagini | Copertina di WOCinTech Chat |Foto 1 di perceptions (back in the universe)