Il delicato equilibrio tra turismo e fauna selvatica

Il delicato equilibrio tra turismo e fauna selvatica

Tra il 2014 e il 2017 la quantità di wildlife selfie, autoscatti fatti insieme a un animale selvatico, è aumentata quasi del 300%. Dalle vacanze in Amazzonia, per esempio, si rientra con foto insieme ai bradipi, tenuti in braccio come bambole, ma anche tucani, scimmie e caimani, la bocca serrata da elastici di plastica.

La maggior parte degli animali è detenuta illegalmente, ma le autorità hanno poteri limitati: quelli sequestrati vengono subito sostituiti e per alcune specie il ritorno in natura non sempre è un’opzione. Molti sono ciechi a causa del flash delle macchine fotografiche. E la giostra non si ferma mai.

“È sufficiente qualcuno con una polo e un logo ufficiale che dica ‘Ma certo, certo, va tutto bene, non preoccupatevi”, ed ecco che lasciamo andare le nostre ansie sugli animali in cattività”. A spiegarlo in un’intervista è Neal D’Cruze della no-profit World Animal Protection (WAP), tra gli autori di una grossa indagine sul turismo in Amazzonia – con focus su Manaus, in Brasile, e Puerto Alegria, cittadina sul lato peruviano del Rio delle Amazzoni – pubblicata su Nature Conservation e in un report.

Un’escursione nella foresta amazzonica dura giorni, richiede impegno e costa centinaia di dollari, ma gli animali non arrivano a comando: non c’è garanzia di cosa riusciremo a vedere. Così hanno preso piede i tour giornalieri per turisti mordi-e-fuggi: vengono portati nelle cittadine portuali, dove ad attenderli trovano i locali con un vasto assortimento di specie per fare le foto (per circa 15 $ a scatto) a pochi metri dai negozi di souvenir e dai bar. Il 94% dei tour a Manaus propone il contatto con gli animali, il 77% lo incoraggia esplicitamente.

“Se vengo trattenuto, abbracciato o costretto, se mi stai attirando con il cibo o potrei farti del male: non fare un selfie con me”. Sono le linee guida per le foto con animali selvatici elaborate da WAP che ha avviato un dialogo con Instagram e raggiunto in questi giorni un primo traguardo: se digitate #slothselfie o #tigerselfie, un messaggio vi informerà che state cercando “hashtag che potrebbero essere associati a post che incoraggiano comportamenti violenti nei confronti degli animali o dell’ambiente”.

Gli animali non manifestano il dolore come noi e secondo D’Cruze i turisti, che trascorrono con loro una manciata di minuti, non si rendono conto che vivono in condizioni inadatte al loro benessere: la maggior parte dei bradipi, la specie più popolare per i selfie, non sopravvive più di sei mesi a causa dello stress e del cibo scadente.

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Perché ci è difficile riconoscere i maltrattamenti

A fare da specchio alla situazione c’è Tripadvisor. Nel 2015  uno studio della Widlife Conservation Research Unit dell’Università di Oxford, la stessa che studiava il leone Cecil, ha portato alla luce la nostra enorme difficoltà nel capire se un animale viene o meno maltrattato.

Le attrazioni legate alla fauna come le immersioni in gabbia con gli squali, i delfinari e i safari attirano tra il 20 e il 40% del turismo mondiale (il cui valore è stimato intorno al bilione di dollari) per un totale di visitatori tra i 3,6 e i sei milioni l’anno. Fino ai due terzi di questi turisti finanzia con il proprio denaro attività e strutture che non si occupano adeguatamente degli animali o che li maltrattano, e su più larga scala minano la loro conservazione sottraendoli alla natura. Eppure otto recensioni su dieci sono positive, anche quando il benessere animale è critico, e appena due su dieci menzionano le condizioni degli animali.

Su 3.000 elefanti ospitati in più di 200 attrazioni, scrivono gli autori, quasi l’80% trascorreva le giornate legato a una catena di pochi metri, aveva un’alimentazione inadeguata, quasi nessun contatto con altri elefanti e alti livelli di stress legati alla musica ad alto volume e alla costante presenza umana. Il loro livello di sofferenza, secondo gli esperti della WCRU, era grave.

Per paesi come la Thailandia, le attività con gli elefanti sono il cuore del turismo: quasi la metà dei visitatori paga per un trekking sugli elefanti o si dice intenzionato a farli. Quei pachidermi che ci sembrano così rilassati, riportano gli esperti, sono stati in realtà “domati” in un processo chiamato the crush, che rompe in loro ogni volontà di resistenza.

Strappati alle madri da piccoli, vengono addestrati a essere non più animali selvatici ma pacifici intrattenitori. Nel 2016, secondo i dati del Ministero del Turismo thailandese, il numero di turisti è aumentato di quasi il 9% rispetto all’anno precedente, con un relativo guadagno di oltre 45 miliardi di dollari. Tra quelli internazionali, uno su tre arriva dalla Cina.

I rapporti tra i due paesi sembrano spuntare anche da uno dei più famosi e controversi casi di illegalità e maltrattamento legati agli animali e al turismo, Tiger Temple. A poco più di tre ore da Bangkok c’era una vera e propria miniera d’oro, un monastero che ospitava decine e decine di tigri ed era aperto ai visitatori. Nel 2001 i felini erano solo sette: da un lato c’erano i monaci senza i permessi per tenere animali selvatici, dall’altro autorità prive di risorse per trovare loro un’altra sistemazione.

Chiuso un occhio di fronte al problema, arrivati al 2015 le tigri erano quasi 150 e fruttavano enormi guadagni: i turisti accorrevano da tutto il mondo per lavarle, nutrire i cuccioli con il biberon e scattare l’immancabile selfie. Il numero di visitatori ha toccato gli 800 al giorno e ciascuno pagava 9 $ per la possibilità di entrare a interagire con i grossi felini, che vivevano in piccole gabbie di cemento.

Nel 2008 uno studio ha associato le tigri in vendita sul mercato nero agli esemplari del tempio, nel 2015 gli ufficiali hanno sequestrato vari uccelli protetti (che i monaci tenevano illegalmente) e iniziato a nutrire forti sospetti. Ma è solo nel 2016 che la popolare attrazione turistica è finita davvero sotto i riflettori.

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Il caso Tiger Temple

La polizia ha trovato 40 cuccioli di tigre morti nei freezer del tempio, oltre a due pellicce di tigri adulte, il corpo di un orso, circa 1.500 amuleti prodotti con la pelle delle tigri e altri fatti con i loro denti. “Tiger Temple è stato coinvolto nel traffico illegale per anni e i gruppi animalisti e conservazionisti hanno provato a lungo a farlo chiudere”, ha dichiarato Debbie Banks della Environmental Investigation Agency di Londra quando il tempio è stato chiuso nell’estate 2016. “Si è finto un santuario per le tigri ma lavorava in segreto come tiger farm, vendendo le tigri e parti del loro corpo sul mercato nero con enormi profitti”, ha aggiunto Yowalak Thiarachow, direttore di WWF Thailand.

Per la medicina tradizionale cinese il corpo dei tigri nelle sue diverse parti è una panacea: cura i tumori, l’ulcera, la malaria, le ustioni, le malattie croniche, la disfunzione erettile e ha attività anti-infiammatoria. Nessuno di questi utilizzi è supportato da evidenze scientifiche e, una volta arrivate sul mercato, i prodotti derivati da questi animali (come le ossa frantumate in polvere) non sono più riconoscibili.

Ancora oggi, le tigri in cattività in Thailandia sono svariate centinaia. Secondo lo studio WCRU, appena il 18% delle recensioni sulle attrazioni che le ospitano mostra segni di una qualche preoccupazione sul benessere dei felini da parte dei turisti. L’82% ha valutato i santuari e le attività di intrattenimento come “eccellenti” o “molto positive”. Eppure sono quelli che dai ricercatori hanno ricevuto le valutazioni peggiori, per l’incapacità di garantire i bisogni degli animali e il danno alla loro conservazione in natura.

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Un turismo intelligente è possibile

Ma un turismo intelligente e remunerativo legato alla fauna è possibile. Ne è un esempio il Golfo degli Stati Uniti, che ogni anno attira oltre 20 milioni di visitatori nelle spiagge, paludi e foreste di Alabama, Florida, Louisiana, Mississippi e Texas. È un vero traino per l’economia: il turismo da solo ha creato più lavori delle altre attività del Golfo messe insieme (commercio, pesca, petrolio e gas) l’intero spettro di proposte legate agli animali – che comprende caccia e pesca, wildlife watching e permanenza dei turisti sul territorio – porta guadagni di oltre 19 miliardi di dollari ogni anno, gran parte dei quali “finiscono direttamente nelle mani delle attività locali”, conferma un report.

Le coste della Louisiana, ad esempio, sono un paradiso per gli appassionati di bird watching: sono un’area di svernamento cruciale per oltre il 70% degli uccelli marini degli USA e un centinaio di specie tropicali vi fa tappa durante le migrazioni per riposare e nutrirsi. Per questo motivo è un patrimonio naturale, ma anche economico, quello che è stato devastato dall’incidente di Deepwater Horizon. Il 20 aprile 2010 esplodeva la piattaforma della British Petroleum, riversando in mare 500.000 tonnellate di petrolio greggio e causando un danno che è stato stimato in oltre 17 miliardi di dollari. Una cifra spaventosa e fondamentale: il disastro non era mai stato tradotto in una valutazione finanziaria, ovvero la dimostrazione che la natura è un capitale dal valore quantificabile anche quando non viene distrutta.

Per arrivare a questa cifra gli scienziati, che hanno pubblicato i dati su Science, si sono rivolti direttamente ai cittadini americani; hanno raccontato loro le condizioni del golfo prima e dopo lo sversamento e chiesto quanto avrebbero speso per tutelarlo. Il paradosso, che è al tempo stesso un’opportunità, resta quindi uno. In assenza di linee guida condivise a livello globale – e a volte di un’autorità ufficiale che regoli il rapporto tra ambiente e turismo – a stabilire cosa è accettabile e cosa no sono le singole persone e le loro scelte.

Un ecoturismo gestito nel modo giusto protegge l’ambiente, tutela gli animali e ha l’immenso potere di creare economie locali autosufficienti, che non devono distruggere le risorse ambientali per sostenersi ma possono valorizzarle in quanto patrimonio. Solo un cambiamento in questa direzione può coinvolgere chi vive in un territorio nella sua conservazione e qui entra in gioco il turista in prima persona: quanto troviamo scesi dagli aerei non è che l’offerta in risposta alla nostra domanda. Dovremmo partire proprio da questo per riconsiderare il nostro rapporto con la fauna selvatica e promuovere un turismo sostenibile e rispettoso. Di tutte le specie.

Di Eleonora Degano. Giornalista scientifica, dal 2013 collabora con l’edizione italiana di National Geographic e il magazine OggiScienza. Nel 2017 ha pubblicato il libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» edito da Mondadori Università. Su Twitter è @Eleonoraseeing

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