Come il vino che non bevi può trasformarsi in benzina

Come il vino che non bevi può trasformarsi in benzina

Succedeva anche nel primo Ritorno al futuro della trilogia: il protagonista “Doc” riforniva la macchina del tempo DeLorean di carburante ricavato dai rifiuti. Una simpatica trovata fantascientifica, si penserà. E invece no, perché davvero la benzina può nascere dagli scarti, e può farlo anche da quelli di uno dei prodotti chiave della nostra economia: il vino. Il meccanismo si conosce già da qualche anno.

Per l’esattezza dal 2015, quando alcuni ricercatori dell’Università di Adelaide pubblicano uno studio sulla rivista scientifica Bioresource Technology. Qui, sperimentando su Cabernet-sauvignon e Sauvignon Blanc, arrivano alla conclusione che dalla vinaccia—gli scarti dell’uva eliminati nel processo di produzione—si può ottenere bioetanolo, dunque carburante. In particolare dal report emerge come dalla fermentazione di una tonnellata degli stessi si possano ricavare circa 400 litri di bioetanolo, un combustibile normalmente usato per i camini ma anche componente della miscela dei carburanti.

Il come è presto spiegato. Il bioetanolo (nella sua formula chimica C2H6O) deriva dalla fermentazione degli zuccheri realizzata da microrganismi come il lievito. Un elemento che, oltre a finire normalmente nella birra e nel vino per renderli alcolici, contiene anche  energia sufficiente a mettere in moto un’automobile. Anche se in quantità leggermente inferiore rispetto al classico etanolo derivato da petrolio, ma tale comunque da essere spesso preferito come carburante green dalle stesse case automobilistiche grazie ad alcune proprietà che lo renderebbero meno corrosivo.

Dal vino alla benzina, dunque. Ma non solo attraverso gli scarti: anche riciclando le tonnellate di bottiglie invendute che ogni anno restano sugli scaffali della grande distribuzione o nelle fabbriche. Una bella grana per l’industria vinicola dati gli alti costi di smaltimento. Negli Stati Uniti, e in particolare nella avanzatissima California, si sono già attrezzati. In questo business opera ad esempio la Parallele Products di Louisville, con sedi in tutti gli States. Azienda green con tutti i crismi, almeno per come si presenta sul sito. Quanto lo sia all’atto pratico è da verificare visto l’inevitabile impiego di sostanze tossiche, tuttavia il principio alla base di una delle sue principali linee di produzione è proprio quello di sfruttare il vino invenduto per farne carburante bio. “Ogni anno ricicliamo 15 milioni di casse di bibite invendute” spiegano sul sito.

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Un reporter del sito Quartz è entrato nei locali di una delle fabbriche in California, raccontando quale possa essere il destino—al di là del loro consumo—di bottiglie di Merlot o Pinot. E di come problema dell’invenduto sia particolarmente sentito nel mercato vitivinicolo, considerato tra i più imprevedibili. Spesso è la critica troppo puntigliosa di qualche osservatore a fare la differenza.

L’eccesso di produzione è sempre stato un rischio e un costo per il business del vino” afferma nell’intervista Robin Goldstein, autore di The Wine Trials e consigliere economico all’Agricultural Issues Center della University of California. Si tratta di un mercato volatile, fa sapere, con consumatori che spostano continuamente le proprie preferenze. L’effetto può essere disastroso perché se è vero che in alcuni casi è ammesso lo smaltimento del vino riversandolo nel terreno, la questione si fa molto più seria quando non è più nelle botti ma già imbottigliato e etichettato.

Sulla stampa di un bel po’ di anni fa (era il 2010),  si raccontava ad esempio di una crisi che stava attraversando allora la produzione di vino piemontese. I produttori minacciarono di lasciar marcire sui filari grappoli di barbera, brachetto, dolcetto. “Troppo costosa la raccolta, troppo bassi i prezzi che ci vengono praticati, troppe rimanenze dagli anni passati” denunciava Giulio Porzio, presidente della Vignaioli piemontesi, la più grande organizzazione di produttori vitivinicoli d’Italia con 49 cantine cooperative e 8mila aziende.

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All’epoca, dopo circa tre anni di crisi, si erano accumulati 220mila ettolitri di vino invenduto, rimasto stipato nelle cantine. Per la Barbera d’Asti le rimanenze delle annate 2006-2007 arrivarono a circa 100mila ettolitri. L’unico metodo per uscirne era la distillazione, una sorta di rottamazione del vino che consente di estrarne prodotti a uso industriale. Quello che in un certo senso fa la californiana Parallel Product, ma a costi ben più ridotti. Per la distillazione erano necessari 18 milioni di denaro pubblico si stimò allora.

Utilizzare le biomasse vegetali per la produzione di biocarburanti liquidi può essere difficile a causa della sua natura strutturalmente complessa, che non è sempre facile da scomporre” aveva spiegato all’Ansa Kendall Corbin, una delle ricercatrici coinvolta nello studio di Adelaide. Sottolineandone però le grandi potenzialità: “È disponibile senza difficoltà, può essere ottenuta a buon mercato ed è ricca del tipo di carboidrati che fermentano facilmente”.

La trasformazione del vino in bioetanolo potrebbe insomma diventare una mano santa per i principali paesi produttori di vino come l’Italia, la Spagna e la Francia, che ogni anno accumulano in media più di 13 tonnellate di vinacce, con una resa potenziale di 270 litri di carburante per ogni tonnellata. Senza contare gli enormi benefici per l’invenduto, a cui si potrebbe dare nuova vita abbattendo i costi di smaltimento.

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