Da oltre 30 anni WaterAid porta acqua potabile gratuita in tutto il Mondo

Da oltre 30 anni WaterAid porta acqua potabile gratuita in tutto il Mondo

Tra i diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG o Sustainable Development Goals) promossi dalle Nazioni Unite, il numero sei prevede di garantire acqua potabile sicura e accesso a servizi igienico-sanitari a tutti entro il 2030. Sono i cosiddetti WASH: water, sanitation and hygiene (acqua, sanità e igiene)—aspetti chiave per sradicare la povertà estrema nel mondo.

Eppure i numeri, documentati soprattutto dalla Organizzazione Mondiale della Sanità e dll’UNICEF attraverso il Joint Monitoring Program for Water Supply and Sanitation, ci mostrano che questi servizi fondamentali sono ancora un privilegio per pochi. Tre persone su 10 (oltre 2 miliardi sul pianeta) non hanno accesso a una fonte d’acqua potabile sicura. Sei su 10 (4,5 miliardi, più del doppio) non dispongono di servizi igienico-sanitari. Per molti arrivare alla fonte più vicina significa dover camminare per più di mezz’ora e oltre 150 milioni di persone bevono acqua non trattata direttamente dalla superficie, ovvero da torrenti, fiumi, laghi.

A sollevare l’attenzione sul problema, avendone fatto la propria missione, è anche l’ONG WaterAid. Si tratta della più grande organizzazione del pianeta a occuparsi esclusivamente di WASH, spesso a fianco proprio di UNICEF o altri grandi nomi del settore, come Plan International. WaterAid è attiva da quasi 30 anni e oggi opera su 38 paesi in tutto il mondo tra i quali Etiopia, Kenya, Tanzania, Nicaragua, Colombia e Bangladesh.

Instaurando un dialogo con le autorità e i decision makers, oltre a lavorare a fianco delle organizzazioni locali, è riuscita a portare l’acqua potabile a quasi 26 milioni di persone e garantire servizi igienici dignitosi ad altri 25. Le attività di WaterAid hanno contribuito a cambiare la vita di intere comunità locali.

È il caso ad esempio dell’Hitosa Gravity Scheme, iniziato in Etiopia nel 1993 e terminato l’anno successivo. Tra i più ambiziosi progetti della ONG, prevedeva la costruzione di oltre 100 chilometri di tubature, che oggi utilizzano la forza di gravità per portare acqua corrente da una sorgente di montagna fino a valle, servendo una comunità di oltre 50mila persone.

Ma questo è solo un esempio degli interventi della ONG. Sul sito di WaterAid, una sezione dedicata racconta in dettaglio le iniziative che hanno toccato i Paesi più disparati, dallo Zambia (dove il Pupil Pipeline Project ha portato acqua potabile a un network di scuole con oltre 800 bambini) fino a Papua Nuova Guinea (dove insieme alla comunità locale Water Aid ha costruito 11 lavabi dedicati a giovani madri con bambini neonati, collegati a una sorgente d’acqua fresca).

A Belavabary, in Magadascar, l’onore di aprire la prima fontana mai costruita è andato al più anziano del villaggio, l’85enne Dadabe, che non ha mancato di improvvisare qualche passo di danza celebrativo. Tra le iniziative più recenti, nel solo 2016 ha indirizzato verso lo sviluppo di nuovi servizi e la sensibilizzazione verso le tematiche WASH più di 100 milioni di dollari.

Secondo Tim Wainwright, che da settembre è alla guida di WaterAid, raggiungere i WASH per tutti entro il 2030 richiederà un cambiamento di paradigma nel modo in cui si affronta il problema oggi. Serve il coinvolgimento della politica, dei privati, e i cittadini di tutto il mondo devono far sentire il proprio impegno e la propria voce.

Anche perché i SDG non si possono raggiungere a compartimenti stagni e se fallirà WASH molti altri seguiranno la stessa sorte. “Esempi specifici riguardano la salute, la nutrizione e l’educazione”, ha commentato Wainwright in un’intervista. “Un nuovo studio pubblicato da WaterAid mostra che metà dei casi di malnutrizione legati a infezioni sono provocati dalla mancanza di accesso ad acqua pulita, servizi sanitari adeguati e buona igiene”.

L’obiettivo dei SDG è “to leave no one behind” (non lasciare indietro nessuno) ma in almeno 90 paesi i progressi sono talmente lenti che, lo dice la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, garantire WASH per tutti entro il 2030 probabilmente non sarà possibile. Cresce la popolazione mondiale e con essa aumentano le disparità che ruotano intorno all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. L’impatto sulla salute? È enorme.

Le malattie diarroiche legate a queste condizioni provocano nei paesi a basso e medio reddito quasi 850mila morti ogni anno (tra i quali oltre 360mila bambini sotto ai cinque anni, ovvero più di 900 bambini al giorno). Almeno 500mila di questi decessi sono legati alla scarsa disponibilità di acqua potabile sicura, mentre i restanti alle cattive pratiche di lavaggio delle mani.

Un’abitudine per noi quotidiana, che diamo per scontata anche se può prevenire infezioni e salvare delle vite. Eppure solo il 19% delle persone in tutto il mondo si lava le mani con il sapone dopo aver espletato i propri bisogni fisici, e il 35% delle infrastrutture sanitarie non dispone di acqua né di sapone, così come circa l’80% delle scuole nei paesi in via di sviluppo.

I luoghi dai quali dovrebbe partire l’educazione all’igiene, quindi, sono spesso i primi a non avervi accesso e la situazione varia enormemente di Paese in Paese. In Africa abbiamo dati per 34 paesi su 38 e nel 2015 meno della metà della popolazione aveva in casa acqua e sapone; nella sola Africa sub-Sahariana si crollava al 15% (quasi tutti abitanti delle aree urbane) per risalire al 76% in quella settentrionale.

Acqua e sapone significa poter gestire con igiene, sicurezza e dignità ogni aspetto della vita, letteralmente dai primi istanti e soprattutto per le categorie più delicate. Significa tutelare il benessere e la salute delle donne durante il ciclo mestruale. Secondo WaterAid Nigeria una ragazza ogni 10 in Africa salta la scuola quando ha le mestruazioni e/ o abbandona gli studi a causa di servizi igienici inappropriati. Ma succede anche prima, durante e dopo il parto per far crescere i neonati facendoli crescere in un ambiente sicuro e lontano da rischi evitabili.

Tutti questi aspetti hanno conseguenze importanti anche sulle malattie tropicali neglette come schistosomiasi, filariosi, lebbra, oltre che colera, tifo e patologie veicolate da vettori (come le zanzare) delle quali sentiamo parlare sempre più spesso, ad esempio malaria e febbre dengue.

La definizione “Malattie neglette” farebbe infatti pensare a qualcosa di lontano e dimenticato, ma non è così: la sola Dengue oggi è endemica in 100 Paesi e l’assenza di sistemi di distribuzione idrica adeguati gioca un ruolo centrale nella sua diffusione. I casi sono in aumento: siamo passati da poco più di due milioni nel 2010 a oltre tre nel 2015.

Il quadro è migliorato per alcuni aspetti negli anni: dal 2000 al 2015 il numero di persone che non usano toilette—concentrate soprattutto tra Oceania e Africa sub-Sahariana—è crollato da 1229 a 892 milioni, mentre miliardi hanno avuto accesso ad acqua e servizi sanitari di base. Nel 2010 abbiamo raggiunto—con cinque anni di anticipo—uno dei Millennium Development Goals (MDG) stabiliti dalle Nazioni Unite, che prevedeva di dimezzare la proporzione di popolazione senza accesso sostenibile all’acqua potabile e sicura.

Altri aspetti invece restano critici e, per affrontarli, le analisi costi-benefici sono cruciali. Per quantificare gli investimenti necessari e le azioni da intraprendere (che devono coinvolgere autorità locali, sistemi sanitari, stakeholder…) e mettere sul tavolo un ritorno in termini di salute e vita guadagnate. Già nel 2008, in realtà, quando l’OMS ha pubblicato il rapporto Safer Water, Better Health, era chiaro che dagli investimenti per garantire acqua potabile sicura e servizi igienico-sanitari c’era tutto da guadagnare: un decimo del global disease burden—l’impatto globale dei problemi di salute quantificato in costi economici, mortalità e altri fattori—poteva essere prevenuto “solamente” intraprendendo queste azioni.

Se entro il 2015 avessimo raggiunto l’accesso universale ad acqua sicura e potabile e ai servizi improved (una categoria stabilita dal Joint Monitoring Programme di OMS e UNICEF, che prevede determinati standard come la presenza di sciacquone, fossa biologica e altri allo scopo di impedire il contatto umano con le feci) i benefici economici avrebbero superato i 250 miliardi di dollari l’anno. I risultati dal 1990 in poi sono stati impressionanti, ma per quanto riguarda i servizi igienici improved non sono comunque arrivati all’obiettivo: due anni fa meno del 70% della popolazione mondiale poteva effettivamente accedervi.

Vari esempi in letteratura (come una review sull’Environmental Health Insights) hanno concluso nel corso degli anni che investire nei WASH porta benefici quantificabili e tra il 2010 e il 2012 i fondi spesi in questa direzione sono aumentati da 8.3 a 10.9 milioni di dollari.

Eppure nel 2014 l’OMS denunciava ancora una grave mancanza di fondi a livello nazionale e ribadiva: gli investimenti in acqua e servizi sanitari portano enormi benefici per la salute e lo sviluppo umani. Per ogni dollaro investito il ritorno è più che quadruplicato, 4.3 dollari, perché si riducono i costi sanitari sia a carico dei singoli che della società. Con benefici collaterali che abbracciano ogni settore: acqua e terreni meno inquinati, maggior produttività nel lavoro, guadagno nella qualità della vita, maggior scolarizzazione, più privacy e sicurezza e, ultima ma non per importanza, maggior dignità per tutti.

Per farti un’idea della ‘situazione igienica’ dei vari Paesi del mondo, ti consigliamo di osservare le tabelle di Worldbank.

Immagine via Unsplash