Riviviamo l’anno indimenticabile in cui esplose il punk

Riviviamo l’anno indimenticabile in cui esplose il punk

È complicato riuscire a descrivere l’impatto che la musica e la cultura punk hanno avuto alla fine degli anni Settanta. Cosa è stato effettivamente il punk? Un sottogenere del rock, ruvido e violento, che si è mescolato nel tempo con altri infiniti generi. Una forma di promozione per messaggi politici e sociali. Un fenomeno di costume che ha indirizzato in modo netto e duraturo mode e stili di vita. Il punk è stato tutto questo.

E nel tempo si è evoluto creando diverse ondate. Risulta piuttosto difficile segmentare una data di inizio per questo genere musicale, perché le influenze da cui attinge sono numerose e protratte nel tempo. Comunemente, quando si parla di prima ondata del punk, si tende a riferirsi all’anno della sua esplosione sul mercato britannico, nel 1977. L’anno in cui band come Sex Pistols, DamnedClash crearono un fenomeno musicale che si protrasse per un paio d’anni soltanto, ma che cambiò la scena musicale mondiale.

La scena underground di New York

Ovviamente è riduttivo e impreciso circoscrivere la nascita del punk al 1977, e a band come i Sex Pistols. Perché i prodromi di questo genere in realtà si possono far risalire alla scena musicale underground di New York della metà degli anni Settanta.

Questa scena era animata da artisti molto differenti fra loro, ma che mutuavano generalmente da un immaginario iconoclasta e ruvido. Gruppi come Stooges, MC5, New York Dolls Ramones. Offrivano delle rivisitazioni più o meno brutali del rock anni Sessanta. Ma soprattutto avevano lanciato degli stilemi. Con i loro look aggressivi, volevano provocare l’opinione pubblica.

Attorno a queste band si creò una scena omogenea, ma affezionata. Grazie anche all’apertura di storici club come il CBGB’s o il Max’s Kansas City. E a fanzine dedicate, come la rivista Punk fondata da Legs McNeil e John Holmstrom. Ma soprattutto attorno ad essi si muovevano personaggi destinati a trasportare tutta l’energia e lo stile di band come New York Dolls e Ramones nel Regno Unito. In particolare un giovane 25enne di nome Malcolm McLaren.

McLaren e la nascita dei Sex Pistols

McLaren era un giovane carismatico che veniva dall’Inghilterra. E si era ritrovato invischiato nella scena newyorkese quasi per caso. Era il titolare di una boutique eccentrica nel centro di Londra, che possedeva insieme alla sua compagna, la stilista Vivienne Westwood. Ma soprattutto aveva innate capacità di intuire le potenziali mode del momento.

Per qualche mese McLaren era stato incaricato di gestire l’immagine e la comunicazione dei New York Dolls, ma lo scioglimento del gruppo aveva messo fine al suo ruolo di promoter. Il licenziamento, però, non lo aveva turbato. Il giovane inglese, infatti, aveva intuito che gli stilemi “di rottura” visti in quella scena di nicchia newyorkese potevano avere un impatto enorme sul costume inglese.

Tornò a Londra, ed entrò in contatto con un gruppo formato da giovani ragazzi che stavano sperimentando un rock primitivo tecnicamente, ma di grande energia. I membri fissi erano Glen Matlock, Steve Jones e Paul Cook: ma la band non riusciva a trovare un cantante carismatico che potesse guidarla. McLaren propose di inserire un giovane ragazzo che frequentava spesso la sua boutique londinese: John Lydon. Che ben presto passerà alla storia come Johnny Rotten.

Grazie al magnetismo, alla voce sgraziata e ai testi di Lydon—ma anche al look iconoclasta e scabroso che McLaren confezionò per la band—nacquero i Sex Pistols. La band destinata a far esplodere il punk inglese.

1976: l’anno zero del punk inglese

Il primo concerto della band avvenne il 6 novembre 1975. Fin dalle prime apparizioni nei club inglesi, i Sex Pistols attirarono l’attenzione sia dei media che dei giovani londinesi. Erano ruvidi, violenti, e ai loro concerti succedeva sempre qualcosa di clamoroso. Fra risse e atti osceni del pubblico.

Il loro successo fulmineo nell’underground londinese fu tale da generare immediatamente degli epigoni. Nacquero infatti, quasi parallelamente, altri due gruppi leggendari del punk inglese. Come i Damned e i Clash. Entrambi i gruppi erano seguiti da ex assistenti di McLaren—Andy Czezowski e Bernie Rhodes—e perseguivano, pur con delle differenze stilistiche, il solco tracciato dalla band guidata da Lydon.

La società britannica della seconda metà dei Settanta era perfetta per assorbire l’impatto del punk. Depressa sul piano sociale, e con una gioventù disillusa dai falsi miti degli anni Sessanta, l’Inghilterra bramava novità. E le provocazioni irridenti e crude del punk erano proprio la novità perfetta.

Il 20 e il 21 settembre del 1976 si tenne a Londra il 100 Club Punk Rock Festival, che creò una base di fan enorme, e appena due mesi dopo uscirono quasi in contemporanea due 45 giri epocali: New Rose dei Damned, e Anarchy in the UK dei Sex Pistols. Questa concatenazione di eventi generò l’esplosione che a partire dal 1977 infiammò l’Inghilterra per i due anni successivi.

1977: l’anno del Punk

Ormai il punk londinese non rappresentava più una scena di nicchia, coltivata nei club dedicati. Prese i giovani britannici di petto, e sconvolse l’opinione pubblica. Il classico look ostentato dalle band—catene portate come gioielli, spille da balia a rattoppare vestiti strappati,  pantaloni di lattice, capelli pettinati in modo eccentrico—imperversavano nei sobborghi londinesi e non solo.

Mentre i Sex Pistols scandalizzavano la società con le loro apparizioni—come in occasione di un’intervista della BBC, e del concerto sul Tamigi sulle note di God save the Queen per il giubileo della regina Elisabetta—in tutto il Paese si formavano nuove scene. Come ad esempio quella di Manchester, guidata dai Buzzcocks. Ma in generale il proliferare di nuovi gruppi era inarrestabile: nascevano band come The Adverts, Alternative TV, The Jam, Sham 69, Stiff Little Fingers e X-Ray Spex. Nei due anni successivi uscirono vere e proprie pietre miliari del genere: come Crossing the red sea with the adverts, e London Calling dei Clash.

Si gettavano inoltre le basi di un fenomeno di costume che si sarebbe propagato in ogni parte del mondo, e nel corso del tempo sarebbe passato attraverso varie fasi di mutazione (come l’esplosione del punk hardcore californiano degli anni Ottanta, e l’affermazione commerciale del pop-punk nei Novanta). Il 1977 fu l’anno in cui il punk si sistematizzò: nacquero i riti di gruppo come il pogo (la danza violenta in cui si cimentava il pubblico durante i concerti) e la dottrina del No Future. Destinata a incarnare e descrivere un’intera generazione.

Ma soprattutto il 1977 fu l’anno i cui dall’Inghilterra il punk rimbalzò in ogni luogo del pianeta. Prima negli Stati Uniti—con l’avvento di band simbolo come Germs e Pagans—e poi in tutta Europa.

L’evoluzione sociale e culturale del punk

Ma la cultura punk non rappresentò soltanto una spinta musicale e di costume. Il movimento punk scaturito dal 77 si amplificò negli Stati Uniti durante gli anni Ottanta, e assunse contorni molto più profondi. Soprattutto per quanto riguarda la cultura commerciale che aveva sempre fagocitato le subcultura giovanili.

Il punk nato dal 1977 fu un movimento piuttosto indigesto da mandar giù per la cultura consumistica occidentale. Perché non rispettava nessuna dinamica di mercato. Non era piacevole, non era pulito, e comunicava una rabbia che difficilmente poteva essere confezionata. Le case discografiche spesso facevano fatica a gestire gli artisti, perché nonostante le vendite la loro immagine era troppo compromettente.

Questo aspetto non è marginale. Durante gli anni Ottanta negli Stati Uniti si diffuse la cultura del Do It Yourself fra gli esponenti del punk hardcore. Le giovani band creavano delle proprie etichette discografiche indipendenti, gestendo anche la distribuzione e la comunicazione, annullando così il potere che le major avevano di indirizzare il mercato. Fu un cambiamento epocale: la scena si stava gestendo da sola, dimostrando come una subcultura poteva rimanere se stessa senza scendere a compromessi.

I portabandiera di questo movimento furono soprattutto tre. Brett Gurewitz dei Bad Religion (con l’etichetta Epitaph), Ian MacKaye dei Minor Threat (con la Dischord Records) e Greg Ginn dei Black Flag ( con la SST Records).

Fu grazie a questo sistema che i gruppi punk potevano garantirsi la propria libertà di espressione. Le etichette indipendenti  producevano le band emergenti, non censurando o indirizzando il loro lavoro. Il punk, infatti, durante gli anni Ottanta aveva assunto dei contorni politicamente e socialmente impegnati, allontanandosi dal nichilismo iniziale.

Per approfondire

I libri e i documentari per approfondire la cultura punk sono moltissi. Il nostro consiglio è di partire dalle “fondamenta”: con il libro Please Kill Me di Legs McNeil. Una retrospettiva sulla scena che dette inizio a tutto il movimento. Molto interessante, poi, sono l’autobiografia di Johnny Rotten—No irish, no blacks, no dogs—e il documentario The great rock’n’roll swindle, che raccontano molto bene la scena londinese del 1977. Per proseguire poi con il docufilm The obsessed: che racchiude molte interviste ai protagonisti della cultura DIY americana negli anni Novanta.

Immagini: Copertina