Gli album più belli dei Pink Floyd

Gli album più belli dei Pink Floyd

Riassumere in un solo pezzo l’importanza dei Pink Floyd nel panorama musicale del novecento è più che un’impresa. Sarebbe come riassumere l’influenza di Dante nella lingua italiana.

Una band che ha pubblicato dal 1967 fino al 2014 20 album tra registrazioni in studio e live, ma ciò che soprattutto ha reso i Pink Floyd dei veri pionieri è l’aver associato alla loro musica una rappresentazione visiva come parte integrante dello show.

La lunga storia dei Pink Floyd inizia alla metà degli anni sessanta, quando 4 studenti universitari decidono, a Londra, di fondare una band: sono Syd Barret, Roger Waters, Nick Mason e Rick Wright. Scelgono di chiamarsi Pink Floyd in onore di due bluesmen americani.

Il primo album viene pubblicato nel 1967, The Piper at The Gates of Dawn. Le atmosfere sono oniriche e spaziali. I testi, scritti da Barrett, sono filastrocche: il risultato è qualcosa di mai sentito prima.

Basta ascoltare “Astronomy Domine” dove i Pink Floyd mettono in musica un viaggio allucinante, in cui l’insistenza del basso e della batteria proiettano in un mondo sospeso e oscuro.

Altro viaggio fantastico è “Interstellar Overdrive“, una jam session acida lunga più di 11 minuti.

I rapporti con Barrett si fanno più aspri, il cantante del gruppo si assenta spesso durante le registrazioni. Syd è affetto da schizofrenia. La band ingaggia David Gilmour, amico del gruppo, per sopperire alle mancanze di Syd che lascerà ufficialmente i Pink nel 1968.

Nel 1969, i Pink Floyd pubblicano il loro primo capolavoro, Ummagumma. Un doppio album di pezzi live e in studio. È un’altra opera sperimentale, in cui i musicisti si esprimono al massimo sul loro strumento. Tra le tracce contenute c’è “Several Species of Small Furry Animals Gathered Together in a Cave and Grooving with a Pict“, una composizione costituita principalmente da rumori di animali nel bosco.

Il 1970, per i fan dei Pink, è l’anno del “disco con la mucca“. Sulla copertina di Atom Heart Mother c’è, infatti, una buffa vacca. È il disco che li traghetta dalla psichedelia alla musica progressive. È un esperimento, riuscito, di collegare il rock alla musica classica. Nei brani partecipa anche un’orchestra.  Tra i momenti più belli di questo disco-suite c’è “Breast Milky“, un duetto tra un organo e un violoncello.

Il 1973 vede l’uscita uno degli album più importanti della storia della musica: The Dark Side of the Moon. Si tratta di un album storico. Ci sono tracce semplici e accattivanti come “Money” e punte di lirismo altissimo, come “Time“. I puristi dei Pink Floyd non ritengono questo album “il punto più alto della loro carriera“, ma rimane uno dei prodotti più riusciti di tutta la discografia della band.

Wish you Where Here è un album più delicato e meno sperimentale rispetto ai precedenti. Molti sono i richiami all’ex leader Barrett. La canzone di apertura e di chiusura, “Shine On You Crazy Diamond“, mette in mostra la grande espressività chitarristica di Gilmour.

Infine, tra gli album necessari della band, non possiamo dimenticare il concept di The Wall. L’opera-allegorica del 1979 è incentrata sulla storia di Pink, una rock star in crisi di identità che dopo una serie di traumi psicologici si costruisce una barriera immaginaria che lo isola dal mondo. All’uscita , l’album, è stato subito un successo, diventando presto uno dei più venduti della storia. Qualche anno dopo uscirà anche un film, diretto da Alan Parker e che vede Bob Geldof nel ruolo del protagonista.

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