Dieci fra i dischi più belli di sempre, usciti cinquant'anni fa

Dieci fra i dischi più belli di sempre, usciti cinquant'anni fa

Il dominio del blues rock. L’emergere di alcuni eccezionali cantautori. Il culmine della sperimentazione psichedelica per alcune band, l’abbandono di essa per altri. La musica rock (e non solo) nell’epoca della contestazione ha molte facce.

Ecco una “lista” di dieci fra i più grandi album del 1968. Non immaginarla come una “classifica” dal decimo al primo, ma, se vuoi, come una raccolta di musicisti sospesi su una nuvola, a conversare anziché competere.

Pink Floyd – A Saucerful of Secrets

Se c’è un album di transizione, è il secondo dei Pink Floyd (in questi giorni protagonisti di una grande mostra a Roma). Ultimo con Syd Barrett alla deriva, e primo con David Gilmour alla chitarra, il secondo lavoro in studio del gruppo, fra punte di acidume che ricordano ancora l’esordio, “The piper at the gates of dawn”, si avvia verso una psichedelia più trascesa. In un certo senso è un album bifronte. A seconda dei gusti, si preferisce (l’ultimo) guizzo barrettiano Jugband blues, o il primo, grande episodio del “canone” di Roger Waters, la lunga e stratificata “Set the control for the heart of the sun“.

Per quanto riguarda la psichedelia, comunque, il 1968 è un anno fervido. Ci sono numerose band inglesi ancora oggi da scoprire davvero, come i July, altre un po’ più note, come i Tomorrow (c’era Steve Howe alla chitarra). Poi ci sono collettivi straordinari come i Soft Machine. Negli USA, oltre ai Grateful Dead e ai Jefferson Airplane, bisogna ricordare i campioni della psichedelia rock-blues, i Quicksilver Messenger Service. E, a New York, il duo Silver Apples

Van Morrison – Astral Weeks

Procediamo con un altro secondo album che, a differenza che nel caso dei Pink Floyd, suona uniforme, compatto. Nonostante che le otto tracce che lo formano oscillino in continuazione tra folk, jazz e blues. Quando uscì, “Astral Weeks” piacque ai “critici”, ma per il pubblico non fu un “instant classic”. C’è voluto del tempo per riconoscere nel linguaggio personale di questo disco—fra poche idee melodiche che, reiterandosi, allargano lentamente il proprio giro grazie a una strumentazione ricca—le vibrazioni di un “classico” che riposa in se stesso e se ne frega di tutto il resto.

Frank Zappa – We’re only in it for the money

Il freak Zappa, al momento di massima diffusione della cultura hippie, ne satireggia le controspinte conformistiche col suo terzo disco assieme ai Mothers of Invention. L’album è un collage di pezzi brevi, come Flower Punk (“I’m goin’ up to frisco to join a psychedelic band / I’m goin’ to the love-in to sit & play my bongos in the dirt”) e brevissimi, come Harry you’re a beast. Musicalmente il disco è bellissimo, pieno di parodie di pezzi alla Hendrix e alla Beatles, come puoi sentire (e vedere) qui sotto.

Aretha Franklin – Lady Soul

Un album pieno di “hit” che Aretha Franklin ha reso note per prima, e di brani che, rivestiti dalla sua voce, hanno iniziato una vita nuova. Nel primo caso, troviamo  Chain of fools e la famosissima You make me feel (like a natural woman), scritta da Carole King. Nel secondo, la bella People get ready di Curtis Mayfield, che era già stata incisa nel 1965. 

Simon & Garfunkel – Bookends

Sicuramente c’è più di un disco di S&G migliore di questo. “Sounds of silence“, disco fondamentale di un altro anno, il 1966, assieme a Pet sounds, Blonde on blonde, e altri. O “Bridge over troubled water”. Eppure, Bookends è importante, se non altro perché segna una “svolta” commerciale per Simon e Garfunkel. Difatti, contiene la versione definitiva di Mrs. Robinson, il brano scritto per il film Il laureato. A questa altezza, in un disco di Simon & Garfunkel non trovi solo chitarra, basso e sussurri. Basta ascoltare A hazy shade of winter e la superba At the zoo.

Rolling Stones – Beggars Banquet

Anche in questo caso, non siamo di fronte, probabilmente, all’album migliore del gruppo. Ma, di nuovo, a un disco che segna un punto di svolta. In mano ai Rolling Stones la psichedelia pop diventa fuffa. Dopo Their Satanic Majesties Request se ne rende conto per primo il gruppo, a cui il clima contestatario porge l’occasione di ritornare al blues. Il pezzo forte dell’album è Sympathy for the devil, ma il più impressionante è forse No expectations, in cui Brian Jones, dall’abisso, porge il suo contributo alla steel guitar. L’ultimo degno di nota.

Leonard Cohen – Songs of Leonard Cohen

Oltre quelli di Van Morrison e Simon & Garfunkel, che abbiamo già visto, sotto il capitolo cantautorato troviamo molti altri bellissimi album usciti nel 1968, in lingue diverse. Happy sad di Tim Buckley. At Folsom Prison di Johnny Cash. Il sontuoso J’arrive di Jacques Brel. Tutti morimmo a stento di Fabrizio De André. Nessuno dei precedenti è un debutto discografico. A differenza di Songs of Leonard Cohen, uscito il 27 dicembre 1967. Che, pur essendo il primo album del canadese già noto come poeta, contiene già alcune delle sue canzoni più belle. Stranger Song, Sisters of Mercy, So Long, Marianne, e Suzanne.

The Band – Music from Big Pink

Backup band di Bob Dylan in Blonde on Blonde e nel successivo tour (1966), questo straordinario gruppo di polistrumentisti a maggioranza canadese, nel 1967 si chiude insieme al convalescente Dylan nella “grande casa rosa” a Woodstock, New York (non è lì che si svolse il celebre festival). A registrare i pezzi resi noti, anni più tardi, come The basement tapes. Alcuni di quei brani compariranno nell’album di debutto della “Band”.

Un album diretto e sincero nella sua nuda musicalità, e allo stesso tempo raffinato, contrario per costituzione a ogni sperimentazione ETC dinanzi al quale gruppi come i Rolling Stones o i Beatles fanno in qualche modo brutta figura, come fossero dei guitti in cerca di fama sostenuti da questo o quel produttore. Music from Big Pink ha avuto suo malgrado un’influenza enorme alla fine degli anni ’60. Fra le sue canzoni più belle ricordiamo I shall be releasedChest fever, Lonesome SuzieIn a station, Tears of rage e The weight.

The Beatles – The Beatles (The white album)

Con Lennon e McCartney ormai incompatibili, i Beatles pubblicano il loro album monstre. Anche in questo caso, come per “Beggars Banquet”, un allontanamento radicale dal gusto psichedelico. Non può esistere un disco con trenta canzoni che sia, allo stesso tempo, tutto bello. Eppure, ci siamo quasi vicini. Fra qualche calo di tono, sia di McCartney (“Honey pie”) che di Lennon (“The continuing story of Bungalow Bill”), le canzoni memorabili di questo disco sono troppe per non considerarlo uno degli album più belli di tutti gli anni ’60. Tra l’altro, c’è anche la canzone che dimostra che George Harrison è stato un genio della musica: “While my guitar gently weeps”.

The Jimi Hendrix Experience – Electric Ladyland

La jam “Voodoo Child“, il delirio psichedelico “1983 (A Merman I Should Turn To Be)“, e la più allucinante cover mai fatta di una canzone di Bob Dylan, All along the watchtower, sono i momenti di spicco del terzo e ultimo album, il più complicato, della Jimi Hendrix Experience. Un gruppo che esorbita da ogni possibile classifica.

Immagini: Copertina