Aria, il bellissimo e dimenticato album progressive di Alan Sorrenti

Aria, il bellissimo e dimenticato album progressive di Alan Sorrenti

Alan Sorrenti è un musicista strano. La maggior parte di noi lo conosce dal 1977 quando cantava Figli delle stelle. Un brano che ha avuto anche l’onore di essere ripreso da Franco Battiato nella sua celebre Bandiera Bianca.

Noi siamo figli delle stelle, pronipoti di sua maestà il denaro.

Dopo questo successo commerciale, è poi stato il turno di un’altra hit: Tu sei l’unica donna per me. Che vince il Festivalbar del 1979. Pochi conoscono, però, gli inizi progressive del musicista napoletano.

Qualcuno, l’ha definito per questa trasformazione “un traditore”. Ancora oggi a chi glielo chiede, Alan continua pazientemente a spiegarlo. Non è un traditore, come ha detto in un’intervista a IoDonna, ma un outsider.

Io ero e sono un outsider. Uno fuori dagli schemi, che entra in una dimensione, ma poi ne esce sempre. Perché cerca sempre qualcos’altro.

Negli anni, l’ipotesi sottesa del verso di Battiato è stata quella più condivisa. Il vendersi e voltare le spalle alle sperimentazioni più creative e audaci delle origini.

Per Sorrenti, però, suonare prog era diventata un’etichetta troppo stretta. Come si legge in un’intervista su Rockol:

Avevo cominciato a sentire la necessità di staccarmi dal prog: per la musica italiana era stata una rivoluzione, ma era diventato troppo politicizzato e aveva cominciato a starmi stretto. Inoltre, mi ero reso conto che a forza di esplorare la melodia e la vocalità avevo messo da parte il ritmo.

Prima della “trasformazione” Alan Sorrenti aveva pubblicato tre album progressive. Aria, Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto e l’omonimo Alan Sorrenti. Il primo disco ha segnato la sua vetta artistica più alta. Una pietra miliare che oggi purtroppo pochi ascoltatori conoscono.

Aria

In quella fase ero completamente libero da qualsiasi schema, non ero ancora entrato nell’ingranaggio dello show business con tutte le sue sfaccettature. Ero talmente libero che quando ascolto i miei pezzi di quel periodo fatico a comprenderli.

Il suo album d’esordio (con l’etichetta Harvest) è del 1972. Si intitola Aria: è un capolavoro. Un gioiello degli anni ’70, non soltanto per il genere musicale progressive. Se non l’hai ancora fatto, ascoltalo: ancora oggi suona come un disco intensissimo. Le atmosfere oniriche non sono invecchiate col tempo: perché ne sono sempre state sospese.

Quattro brani, suonati da musicisti eccezionali. Jean-Luc Ponty, violinista allievo di Grappelli che ha suonato con Frank ZappaTony Esposito, alla batteria. Albert Prince, alle tastiere. Le atmosfere sono quelle care al progressive di pregevole fattura, ma varia nei temi. Il canto di Sorrenti è uno degli aspetti più vistosi e sconvolgenti. Il modo in cui pronuncia, si sofferma, allunga le vocali è incantevole.

Antonio Suriano, su Ondarock l’ha spiegato così:

Il cantare sorrentiano è […] un’evoluzione moderna dello stile tipico della canzone napoletana con tutte quelle vocali allungate e tenute con ardite ed efficaci modulazioni per alcuni secondi, e non sbaglia chi vede anche assonanze con alcuni elementi tipici della tradizione del “bel canto”.

Ogni canzone è un mondo. Dalla prima, una suite omonima, a quelle più classiche. La bellissima ballad folk “Vorrei incontrarti”. Reinterpretata anche dal musicista siciliano Colapesce. In una bella cover. E l’inafferrabile e tumultuosa “Un fiume tranquillo“. Aria rappresenta un picco artistico che purtroppo non si ripeterà. Ma che, in un certo senso, sembra bastare.

Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto

Il secondo album è del 1973. Anche quest’opera vede la partecipazione di grandi nomi della scena internazionale. Come ad esempio, il flautista David Jackson dei Van Der Graaf Generator. Per replicare il successo di Aria, l’etichetta spinge Sorrenti a realizzare un album in poco tempo. Ma forse il tempo a disposizione è troppo poco. Sembra mancare una libera ispirazione. Non mancano però i momenti straordinari, come il brano “Serenesse”. Bellissimo.

Come si poteva ascoltare nel primo album, anche qui è presente una suite di più di 20 minuti. Nella ristampa dell’album è stata inserita anche la traccia “Le tue radici” di cui Franco Battiato realizzerà una cover.

Alan Sorrenti

È questo il momento di passaggio, per cui qualche critico non ha risparmiato il termine “crisi”. Il terzo album, omonimo, del 1974. Le sonorità che avevano contraddistinto i primi due lavori cedono il passo a un suono sensibilmente diverso. Trova spazio ed è degna di attenzione la rivisitazione del classico napoletano “Dicitencello vuje”. In uno splendido falsetto. La cover darà tantissima popolarità al brano del 1930.

La canzone entra anche nella top 10 del nostro Paese. Ma il tradimento dell’outsider sta per essere compiuto. A un anno dall’uscita di questo album, Alan Sorrenti intraprenderà un viaggio in Africa dal quale tornerà cambiato: scopre alcune decisive intuizioni sul ritmo che lo proietteranno su altri lidi. Molto lontani dalle sue origini musicali.

Immagine di copertina di Francisco Barberis