Chi era Bill Evans, il ritratto di uno dei pianisti più emozionanti del jazz

Chi era Bill Evans, il ritratto di uno dei pianisti più emozionanti del jazz

Ho raggiunto il punto in cui di rado ho la percezione dell’effetto fisico di suonare. Penso e basta, e non c’è una trasmissione consapevole dalla mente alle dita.

Lo stupore ascoltando i brani di Bill Evans, anche quando sono semplici standard, nasce dal modo personalissimo in cui li interpreta. Quasi si sente la sua voce sopra i tasti, cantare le linee melodiche.

Il suo stile aveva il potere di comunicare in maniera profonda, personale. Con chiunque vi entrasse in contatto. Martin Williams ha scritto:

È una delle musiche più intime e emotivamente scoperte che io abbia mai ascoltato.

Dotato di una vastissima tecnica non aveva bisogno di ostentarla. Era sempre volta al servizio dell’espressione.

Il suono di Evans al piano è una cascata d’acqua fresca pura, limpida e frizzante che usa lo spazio, la forma con una bellezza  estrema nella costruzione melodica e una fluidità che avvolge e rapisce—ha scritto Steven Delli ZuaniIl tempo ha detto con quale discrezione e senza mai imporsi Bill Evans ha compiuto una rivoluzione profonda tanto quella di John Coltrane.

Il pianista Warren Bernhardt, nel 1963, disse:

Tutto quanto suona Bill sembra la distillazione della musica. Evans è fantastico. Non sembra mai affannarsi in quello che ha deciso di fare, sia dal punto di vista tecnico sia da quello armonico. Quando deve affrontare una scelta nell’improvvisazione, non ha bisogno di chiedersi quale rivolto dell’accordo sia il migliore. Già lo sa.

Un’infanzia tutto sommato tranquilla

Bill Evans nasce nel New Jersey. Il padre gestisce un campo da golf, beve tanto e litiga spesso con la madre. Il matrimonio tra Harry e Mary è tormentato e finisce presto. Bill è piccolo. Si lega al fratello, più grande di due anni. Dopo l’ennesimo litigio, la mamma porta i due figli lontano dal padre. Nella casa a Somerville. Dove si dedicano allo studio della musica. Harry è il primo a suonare il piano. Bill non ha un colpo di fulmine con il pianoforte, ma copia il fratello.

Ero molto felice e sicuro fino a quando ho fatto il miliare. Poi ho iniziato a pensare che c’era qualcosa che ignoravo e che avrei dovuto sapere.

Lo studio di Bill al pianoforte, arriva dopo il violino e il flauto. Il suo approccio non è eccessivamente rigoroso. Anche se costante. Amerà sempre mantenere una certa carica di libertà espressiva davanti alla tastiera.

Come ricorderà nel 1965, all’apice della carriera:

Una sera mi sono avventurato e ho fatto un piccolo “ping!”, che non era scritto, ed è stato una bella esperienza! Far musica che non era scritta.

La collaborazione con Miles Davis per “Kind of Blue”

Ama la musica classica (Mozart, Beethoven, Schubert). Anche i pianisti classici lo stimano. Come Glenn Gould, l’interprete supremo di Bach, o Arturo Benedetti Michelangeli. Il jazz lo affascina. Gli piacciono Stan Getz, Bud Powell, Miles Davis.

Suona con quest’ultimo in uno degli album che farà la storia di questo genere. Kind of Blue. Ha raccontato a Downbeat nel dicembre del 1960:

Penso che il tempo speso con Miles sia stato probabilmente il più benefico che abbia speso in anni e non solo sul piano musicale. Ma anche su quello personale. Mi ha fatto un gran bene.

Con Scott LaFaro e Paul Motian mette insieme il trio forse più famoso di tutta la musica jazz.

Ciò che importa non è lo stile in sé ma il modo in cui lo sviluppi e quanto bene puoi suonare entro i suoi confini. A volte Paul, Scott e io suoniamo il medesimo brano sera dopo sera e, occasionalmente, tutto quadra e pensiamo che ciò sia sensazionale.

Una carriera pazzesca

I primi album, alla fine degli anni cinquanta e inizio dei sessanta, sono formidabili. Everybody Digs Bill Evans, On Green Dolphin Street, Portrait in Jazz, Sunday at the Village Vanguard, Waltz for Debby.

Per non parlare delle incisioni al piano. Come i due volumi della “solo session” del 1963. Nella sua carriera ha suonato con Tony Scott, Charles Mingus, Miles Davis, Chet Baker, Cannonball Adderley e molti altri.

Dal 1956 al 1980 pubblicherà oltre 50 album, vincendo 7 Grammy. Oggi il suo nome è scolpito nella Jazz Hall of Fame. Tantissimi dei suoi brani hanno avuto il privilegio di diventare degli standard.

Ma se l’adolescenza è stata tutto sommato un periodo tranquillo, è l’età di mezzo a “tradire” il genio di Evans. Prima la morte improvvisa e tragica a soli 25 anni di LaFaro. Un incidente stradale. È il 1961, il contraccolpo per Evans è terribile. L’uso di droghe che da qualche anno stava facendo diventa ora più pesante. Non suona per mesi. Si isola.

Il secondo colpo, definitivo, è quello della morte del fratello. Suicida dopo che i medici gli avevano diagnosticato la schizofrenia. L’aumento devastante di droghe lo uccide nel 1980. A 51 anni.

Il jazz non è un “cosa” ma un “come”. Se fosse un “cosa” sarebbe statico e non crescerebbe mai. Il “come” è che la musica proviene dall’attimo, è spontanea, esiste nel momento in cui è creata. E chiunque faccia musica secondo quel metodo mi trasmette un elemento che rende la sua musica jazz.

(Qui, su Facebook, il video dell’intervista.)

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