Riascoltiamo uno dei gruppi punk più geniali: i Black Flag

Riascoltiamo uno dei gruppi punk più geniali: i Black Flag

Tra i gruppi punk hardcore più grandi di sempre ci sono i Black Flag. Una band che ha saputo farsi carico di tutti i temi del punk (dall’isolamento all’alienazione, dalla paranoia al sarcasmo), “frullandoli” in chiave sperimentale.

I Black Flag sono principalmente Greg Ginn, il chitarrista (a volte anche bassista), fondatore e unico componente rimasto sempre al suo posto. Il gruppo viene fondato in California, e il nome della band è già una dichiarazione di intenti. La bandiera nera anarchica. Il logo lo disegna Raymond Ginn, fratello di Greg. Quest’ultimo ha raccontato così la scelta:

Ero agli inizi del mio pensiero politico, a 14 anni ero un anarchico e la bandiera nera era il simbolo dell’anarchia, rappresentata come quattro pistoni sembra acquisti una maggiore potenza visiva che non nella normale rappresentazione di bandiera.

Prima di essere i Black Flag erano i Panic, nati nel 1976, a Hermosa Beach. Insieme a Keith Morris, alla voce. Cambieranno nome perché Panic ce l’avevano in comune con tantissime altre band della east coast.

Vengono apprezzati subito da una piccola casa discografica, ma per problemi economici non può pubblicare il singolo. E allora Ginn ci pensa da solo, fondando la sua etichetta, la SST Records. Che diventerà presto un punto di riferimento di tutta la scena punk rock.

È la filosofia del “do it yourself” del punk. Stessa cosa che farà Ian MacKay, leader prima dei Minor Threat poi dei Fugazi, che fonderà la “Dischord”.

La nascita dei Black Flag

Il primo EP, Nervous Breakdown, viene autoprodotto. Vengono stampate 2mila copie, per una spesa di mille dollari. È il 1978.

Neanche è cominciata la carriera dei Black Flag che i primi componenti lasciano il gruppo. È il caso di Brian Migdol che pensava di diventare subito una celebrità. Ma la filosofia del gruppo era chiara: suonare per la sola necessità di farlo e non per la fama.

Il gruppo si fa conoscere nel giro, attraverso la auto-promozione. Consegna i volantini con le date dei live e disegna sui muri della città il logo, per renderlo—si direbbe oggi—virale. I concerti sono esplosivi. Spesso interrotti dall’intervento delle forze dell’ordine che devono sedare risse del pubblico scatenato.

Continuano i cambi di formazione. Uno dei più importanti avviene durante un concerto a New York, agli inizi degli anni ’80. Il gruppo era alla ricerca di una voce. A un certo punto sale sul palco un fan. Si chiama Henry Garfield. Prende in mano il microfono e canta. Agli altri del gruppo piace talmente tanto il suo stile che lo assumono. Cambierà il nome in Henry Rollins.

Damaged, il loro capolavoro

Il loro primo disco in studio, ne pubblicheranno più di una decina, è un capolavoro. Damaged. Stimato dalla critica, rappresenta la prima fase dei Black Flag. Quella punk hardcore. Canzoni taglienti, velocissime. I testi raccontano la rabbia giovanile degli anni ottanta. Rolling Stone l’ha inserito nella lista dei 500 migliori album di sempre.

Così Francesco Nunziata su Ondarock racconta l’album:

Trovi il silenzio della tua stanza, il tramonto che decodifica scenari impercettibili e tutto quell’andirivieni di ricordi che si danno appuntamento in fondo all’anima, come una congrega di emarginati che non hanno perso la speranza di risollevarsi, un giorno. Damaged è tutto questo, ma non solo. È anche un pugno nello stomaco per chi crede che il “punk” sia solo casino e imperizia tecnica.

Il disco viene distribuito da una piccola etichetta di proprietà della più grande MCA Records. Ne vengono stampate 25mila copie, ma dai piani alti bloccano tutto perché secondo loro l’album diffonderebbe messaggi negativi. Il presidente della casa discografica dice: “Come genitore, credo che questo sia un album contro i genitori”. La stessa frase verrà presa ironicamente dalla band e stampata sulla copertina dello stesso album, autoprodotto con la SST.

I grandi album e quelli sperimentali

Lo stile di Damaged caratterizza anche quello del 1984, My War. Le prime tracce mostrano una continuità, mentre la seconda metà ha un ritmo più dilatato. Le canzoni toccano anche i sei minuti di lunghezza. Le sonorità di questi brani ricordano quelle dei Melvins, un incrocio tra il punk e il metal.

Family Man, che vede l’ingresso della bassista Kira Roessler, è del 1984. È tra i dischi più sperimentali della band. Rollins invece di cantare recita. Le sonorità, stavolta, ricordano quelle degli Husker Du.

Nello stesso anno esce anche Slip It In. Un lavoro, rispetto ai precedenti, più pesante e in un certo senso progressive. Si sente l’influenza di band come i Black Sabbath. Le canzoni sono lunghe. E l’album rappresenta una nuova fase per i Black Flag.

La fine dei Black Flag

Il gruppo si scioglie, per volere di Greg, dopo innumerevoli sostituzioni, nel 1986. Soltanto l’anno prima vengono pubblicati altri due album, Loose Nut e In My Head. Oltre a uno split e vari EP. La discografia dei Black Flag è molto eterogenea nel formato, e un tesoro da scoprire per i fan.

Greg lascia la band per dedicarsi a un nuovo progetto, con i Gone. Ma soprattutto per gestire a tempo pieno la SST Records che è diventata a tutti gli effetti un punto di riferimento per la scena. Anche Henry Rollins prenderà la sua strada, ricca di successi. La reunion ufficiale è del gennaio 2013. Per la gioia dei fan, ma il più era stato fatto trent’anni prima.

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