"La musica ti fa arrendere": quando Dalla e Fellini dialogavano alla radio

Io sono convinto che alla fine della vita, se ci fosse concesso di dire qualche cosa, se ci chiedessero ‘Lei, caro amico, cosa può dire, lei che adesso, a 104 anni ha deciso di salutarci?’ Ecco, io son convinto che, se uno fosse completamente sincero, direbbe… una canzonetta. Come ‘senso’ di tutta la vita.

È per confidenze come questa—e sono davvero tante—che vale la pena riascoltare tutta la conversazione tra Federico Fellini e Lucio Dalla, messa in onda un pomeriggio di ottobre del 1990 su Rai Stereo Due. Una conversazione a ruota libera davanti al microfono, in cui Fellini e Dalla parlano di musica. Lucio ammira Federico perché lo considera un orchestratore di immagini, un “musicista visivo”. Federico ammira Lucio perché sa dominare la potenza evocativa della musica senza lasciarsene impaurire. Entrambi mostrano un’enorme passione per il loro mestiere.

Federico Fellini non era l’unico regista italiano che ammirasse Lucio Dalla. Ma se l’invidioso Pupi Avati aveva perfino pensato di buttarlo giù dalla Sagrada Familia perché, un po’ più giovane di lui, in poco tempo imparava a suonare il clarinetto molto meglio di lui, Fellini invece gli voleva bene incondizionatamente. Come a “un amico fantastico… conosciuto alle elementari”.

Ancor più fantastico, per quanto ci riguarda, è il repertorio di frasi lunari, da saggio “fanciullino” e visionario, con cui Fellini—in questo dialogo parla soprattutto lui—racconta a Dalla il suo rapporto con la musica. Gli racconta, ad esempio, la prima volta che l’ha visto dal vivo.

La prima volta che t’ho visto, t’ho visto in una visione un po’ infernale, un po’ come la discoteca nel mio ultimo film, “La voce della luna”. Al Teatro Tenda. Sono entrato e—gli organi ‘acustici’ del mio organismo sono forse un po’ fragili—e in mezzo ad un gran fumo, t’ho visto in fondo a un palco. Una platea urlante, stridente, mandavano strida come i pipistrelli, decibel quasi irraggiungibili…

E laggiù c’eri tu, dietro una tastiera con il tuo cuffiotto in testa. E sembravi anche un’immagine salgariana, un corsaro, un pirata, un Sandokan, tanto più che i clangori che partivano dalla tua tastiera potevano sembrare delle bordate, delle cannonate. Ho visto che controllavi la situazione, eri tu che scatenavi quest’entusiasmo, questa marea di urla anche un po’ isteriche, ma gioiose sempre”.

La forza “viscerale” della musica secondo Federico Fellini

Per arginare la furia mitologante di Fellini, Dalla, emozionato dal ricordo, avverte che si trattava di un semplice concerto suo, a cui il regista aveva assistito dal retropalco, su una sedia. Ma Fellini rimonta: anche grandi personaggi della storia avrebbero dovuto assistere a un concerto di Dalla. Anche Vittorio Emanuele II, anche Garibaldi. Perché Lucio sa scatenare la forza evocativa viscerale della musica, la sua “dimensione magmatica”. Fellini ha un rapporto molto particolare con la musica.

La musica è una cosa misteriosa per me. Ne rimango affascinato e impaurito. Tant’è che sono ormai diventate leggenda nei ristoranti le mie reazioni quando vedo arrivare verso di me suonatori ambulanti. Come se invece della chitarra o della fisarmonica avessero un mitra o un cannoncino. La musica sin da ragazzino mi restituisce a una condizione animalesca, quasi canina. Mi metterei a ululare di malinconia. Me ne devo difendere, a meno che non lavoro, ecco. Il lavoro diventa per me un grande scafandro, una protezione da ogni cosa. Sennò la musica mi aggredisce.

Perché?

Probabilmente è perché ti restituisce il peso credo, la miserabilità della tua situazione. Con questo ricatto continuo di alludere a qualche cosa di più perfetto e armonioso, qualcosa dalla quale sembra che tu—ti dice la musica—debba essere per sempre escluso. Insomma, è ricattatoria.

Sembra una descrizione perfetta delle struggenti melodie che Nino Rota ha scritto per i suoi film. Come la colonna sonora per Amarcord.

“Sono un cane a suonare”, “la mia maestra di pianoforte era bellissima”: le confidenze di Dalla e Fellini

Melodie che Lucio sostiene di adorare, e di conoscere a memoria. Al punto che, rivela, per una sua canzone, Anna Bellanna, ha rubato proprio dal tema di Amarcord. Non tutto: quanto bastava per non andare “in galera”.

Lucio ammette, da parte sua, che ha sempre avuto così tanto desiderio di fare musica da non concedersi mai tempo e pazienza necessari per imparare davvero a suonare uno strumento: perciò si ritiene “un cane micidiale” a suonare. Anche Fellini aveva provato a imparare un po’ di pianoforte. Ma…

Ho pensato che una maestra, e molto avvenente, avrebbe potuto costituire una maggior attrazione e spingermi a una maggior regolarità. La maestra c’era, ed era avvenentissima, proprio una bellissima, era di Ferrara, una bellissima signora. Non abbiamo quasi suonato niente, quasi mai. Però siamo andati a pranzo, a cena, qualche passeggiatina [ridono]… Avevo già passato la cinquantina. Anche la ferrarese. Ma a me piacciono le tardone, a te no? [ridono].

Fellini sostiene che ci vorrebbe un bravo psicologo per sondare il suo strano rapporto con la musica.

Mi porto appresso 4, 5 motivi, quelli che ho sentito da ragazzino. Che sono sempre gli stessi: la marcetta dei gladiatori… la Titina… Devono essere stati dei motivi ‘traumatizzanti’… Il solito mistero: perché quattro note… debbano strangolarti di emozione, prenderti proprio alla gola? A cos’è che allude? Di che cosa parlano? Perché la musica ha questa immediatezza, ti fa arrendere, ti consegni a lei completamente?

Fellini pretende una risposta seria, filosofica, da Lucio.

Fare musica per Lucio Dalla: “drizzare la gobba ai gobbi”

Dalla crede che la musica faccia riemergere i rimpianti, le frustrazioni del passato, ma siccome Fellini vuole anche una risposta consolatoria, Dalla lo (e si) consola: la musica bella è di per se stessa un risarcimento per quei rimpianti che fa riemergere. Dice:

La musica è drizzare la gobba ai gobbi.

I paragoni di Fellini sono impegnativi. I musicisti per lui sono come astronauti, palombari, varcano una “porta occulta”, penetrano in una “stanza segreta” che nella vita di tutti i giorni preferiamo tenere chiusa. Sono come “argonauti”. Dalla, da contaminatore, da dilettante quale si ritiene, è più realistico, più vicino alla musica.

Faccio la musica, e mi piace immaginare che esca a un semaforo, da un’altra macchina, nella zella, proprio nel marciume della vita quotidiana. Non so una nota di musica, questo è uno scandalo incredibile, eppure vengo attivato dal pensiero che la mia canzone, in questo momento, la stanno ascoltando a Crotone, oppure che due ragazzi fanno l’amore, a Messina o in Alto Adige, con la mia canzone. Questo mi esalta e mi porta a produrre il meglio per loro.

Su una cosa i due amici sono perfettamente d’accordo: da adulti i due artisti hanno avuto il privilegio di continuare a fare quello che piaceva loro fare da bambini. Il privilegio—diciamo pure il grande talento—di poter “continuare a giocare”.

Immagini di copertina: 1 e 2