Il documentario che racconta gli ultimi anni di David Bowie

Il documentario che racconta gli ultimi anni di David Bowie

Personaggio “ispiratore” come pochi altri, David Bowie, in un’intervista del 1997, predicava a uso degli aspiranti artisti:

Ricorda sempre che il motivo per cui hai iniziato il tuo lavoro è stato il sentimento di un “qualcosa” dentro di te che, se avessi saputo esprimere in qualche maniera, ti avrebbe portato a una migliore conoscenza di te stesso e del modo di convivere col resto della società.

Questa citazione apre il documentario “David Bowie: the last five years”, disponibile su HBO dallo scorso 8 gennaio, data di nascita di Bowie. Il regista è Francis Whately, che ha scelto di concentrarsi sulla produzione degli ultimi 5 anni dell’artista inglese. Forma un dittico particolare, se accostato a un altro bellissimo docu-film musicale del 2013, sempre di Whately, intitolato “David Bowie: five years”. Quest’ultimo è dedicato a 5 anni “chiave” della carriera di Bowie e lo puoi vedere su YouTube sottotitolato in italiano.

Gli ultimi cinque anni di David Bowie

Ripercorrere gli ultimi cinque anni del “Duca Bianco” significherebbe concentrarsi specialmente sulla genesi degli ultimi dischi, The next day (2013) e Blackstar (2016). E sul musical Lazarus (2015), ispirato al film “L’uomo che cadde sulla Terra” (ti abbiamo già parlato di quando Bowie si “divertiva” al cinema).

In realtà, guardando il documentario, che dura 90′, ci si trova a scivolare piacevolmente avanti e indietro nel tempo. Tra filmati mai visti prima e interviste a cantanti (Ava Cherry), membri della band di supporto, compositori (Maria Schneider), produttori (Tony Visconti). The last five years è un consistente fan-service che ogni ammiratore di “Duca Bianco” amerà. A un certo punto lo si vede perfino felice per aver vinto, col suo chitarrista, un pupazzetto, giocando alla macchina con la pinza acchiappa-peluche.

Il ritorno dopo anni di silenzio

Ciò che si sostiene fra le righe, nel documentario, è che il periodo “senile” di Bowie sia anche quello in cui il cantante si è mostrato più autentico. Il capitolo iniziale del film ti porta al 2003, quando Bowie, a 57 anni, intraprende il tour promozionale di “Reality”, lungo e pesante (con set di due ore e mezzo).

Bowie sembra l’uomo più sereno del mondo, secondo la band. “Mi diverto a cantare le mie canzoni, mi piacciono”, sostiene lui. Ma qualcosa si rompe. A Praga si sente male sul palco. E il seguente concerto all’Hurricane Festival del 25 giugno 2004, dopo il quale Bowie ha un malore fortunatamente non letale (blocco circolatorio), è l’ultima sua esibizione pubblica. Non ci sarà più un altro tour.

Seguono vari anni di “ritiro” dalla vita pubblica. Nel 2011 l’artista torna in studio per registrare l’album “The next day”. Richiama improvvisamente i membri della sua band e impone loro, se accettano di collaborare, il riserbo assoluto sulle registrazioni. Il film mostra, ed è un aspetto molto interessante, come sono stati costruiti i brani e il loro suono, attraverso le parole dei musicisti stessi e del produttore.

In “The next day”, David sembra riflettere sul suo passato. E sulla fama. Emblematica in questo senso la canzone The stars (are out tonight). Nel video, una modella interpreta il giovane Bowie che canta, mentre due celebrities tormentano una coppia di persone qualunque (interpretate però da due persone famose: Bowie stesso e Tilda Swinton).

Come nota uno degli intervistati, ogni cosa che Bowie ha fatto è in qualche modo autobiografica. Secondo Tony Visconti, la ricerca di fama è stata per Bowie la ricerca di “risorse” che gli permettessero di realizzare le sue idee. Non gli interessava la fama per sé.

Bowie e il jazz

Bowie ha sempre amato il jazz, si scopre in The last five years. Secondo Visconti, lo si nota “sotto la superficie” di molte sue canzoni. In “Blackstar”, l’ultimo disco, vede la collaborazione di una jazzista molto importante, Maria Schneider. Da questa partnership nasce un brano dissonante e allo stesso tempo delicato, evanescente: Sue (or in a season of crime). Il pezzo è musica piuttosto radicale per un artista pop come Bowie.

Ma, del resto, la traiettoria del nostro non è mai stata lineare. Basta pensare alla collaborazione con Brian Eno. E alle conseguenti sperimentazioni ambient in Low, in Heroes. “Quando inizi a sperimentare col paesaggio sonoro”, sostiene nel film il chitarrista Carlos Alomar, “molte altre cose inattese vengono alla luce”. A Bowie il pezzo piacque tanto che la big band del sassofonista Donny McCaslin divenne la backup band dell’intero album.

Il film termina con lo stralcio di un’altra intervista. In cui gli si chiede per cosa vorrebbe essere ricordato:

Mi piacerebbe che la gente pensasse che ho sempre portato tagli di capelli davvero grandiosi.

Immagini: Copertina|