Chi era Enzo Jannacci, il musicista che ha sfidato ogni convenzione

Chi era Enzo Jannacci, il musicista che ha sfidato ogni convenzione

La forza di Jannacci è nel gioco delle pause, nel suo non saper cantare, nella misura magistrale dei gesti, nel volto sempre attonito e inespressivo. Il risultato è un atto d’amore per la condizione umana, la più bassa, e nell’irrefrenabile comicità che non uccide mai la pietà.

Nel 1963, in un articolo pubblicato su Sipario, Umberto Eco racconta così un giovane Enzo Jannacci. Nonostante suonasse ancora nel circuito dei locali milanesi, Eco era già riuscito a scorgerne l’originalità.

“Milanese, nervoso, isterico, come quella J del cognome, bizzarra, segaligna”, come ha scritto più di recente il giornalista Massimo Del Papa su Lettera ’43. Jannacci, per riassumere, è stato soprattutto due cose: “medico e artista”. Al cimitero monumentale di Milano, sulla sua lapide è scritto semplicemente questo.

La nuova ondata musicale degli urlatori

Il ramo paterno della famiglia di Vincenzo è di origine pugliese. Il nonno si era trasferito a Milano prima dello scoppio della Grande Guerra. Per capire Jannacci è utile ricordare il periodo storico in cui si muove. Il suo esordio discografico è alla fine degli anni ’50, sono gli anni del boom economico. Un momento che gli italiani vivono con fermento, ricco di cambiamenti nello stile di vita e anche nei gusti estetici.

Il mondo si fa più piccolo, più unito, e c’è quella tranquillità di applaudire “il nuovo” senza paura. Enzo rientra in quella nuovissima schiera di musicisti che di colpo scalza la generazione precedente. Gino Latilla, uno degli esponenti di questa generazione superata, ricorda: “La nostra stagione era terminata, non restava che farci da parte”.

La strada era stata aperta da Modugno, subito dopo arrivano Mina e Celentano. Insieme alla scuola genovese che seguirà di lì a breve, c’è anche quella di Milano, “tra rigurgiti dialettali e spinte internazionaliste”, come ha detto il musicologo Paolo Prato. Guidata dai rocker Clem Sacco, Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci.

Anche grazie alla “scuola milanese”, quella che veniva generalmente definita musica leggera, intesa come svago e passatempo, deve essere ripensata. I pezzi di Gaber o Jannacci hanno qualcosa in più.

Enzo Jannacci, medico e musicista

Enzo studia al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Ottiene il diploma in armonia, composizione e direzione d’orchestra. Conseguito con il maestro Gian Luigi Centemeri. I suoi gusti però spaziano dalla musica classica al rock. Passando anche per il jazz. Accompagna al piano alcuni musicisti nei locali di Milano. Conosce Celentano, ed entra tra i suoi Rock Boys. Scrive i primi pezzi. Parallelamente studia medicina.

Nel 1958, inizia la collaborazione con Gaber. Insieme firmano alcuni brani entrati nel patrimonio della musica leggera italiana, come “Una fetta di limone”. Dopo essersi sciolti—Gaber intraprende (poco prima di Enzo) una carriera solista—si rimettono insieme all’inizio degli anni ’80. Al funerale di Giorgio, Enzo intervistato dai giornalisti dirà soltanto di aver “perso un fratello”.

Enzo, dopo una breve parentesi nei Ribelli (gruppo nel quale milita anche Demetrio Stratos) scrive una canzone per Gaber che nel 1961 canta al Festival di Sanremo. Benzina e cerini. Il pezzo viene però escluso dalla finale. Il successo si manifesta in altre forme. Scrive due canzoni per Carosello. Una di questa ha molta fortuna grazie al simpatico sketch, disegnato da Bruno Bozzetto, di Pildo e Poldo.

Suona jazz con Franco Cerri ma anche con mostri sacri internazionali. Come Stan Getz e Chet Baker. Accompagna al pianoforte Sergio Endrigo. Ma l’incontro che gli sarà decisivo è quello con Dario Fo. Lo conosce al Derby, insieme a Cochi e Renato. Con Fo scriveranno pezzi indimenticabili.

Tra il pubblico di questi primi spettacoli di Enzo c’è anche Eco, come abbiamo visto sopra. Secondo il critico, Jannacci già adesso ha un posto tra i grandi. Vale la pena riprendere la citazione di inizio articolo.

Jannacci, e che studi medicina non conta, non è colto e non è ideologo. Non gli interessano i grandi problemi, non ha progetti estetici, e se gli chiedete qualcosa, lui vi risponde che è tutto un caso, e che lui vuole tornare a studiare e a laurearsi. Il suo mondo è limitatissimo. Sfida ogni convenzione sonora con una maestria della trascuratezza che è fuor d’ogni dubbio altissima tecnica quando non è arte.

L’esordio televisivo e il successo nazionale

Nel 1964 pubblica “La Milano di Enzo Jannacci”, il suo primo album in studio. Lì si può ascoltare El portava i scarp del tennis. Un capolavoro che gli apre le porte della tv. Mike Bongiorno lo invita a cantare al suo programma.

Scrive alcuni brani tra cui Veronica e Sfiorisci bel fiore. Questa seconda canzone sarà interpretata da molti artisti, tra cui Francesco De GregoriUna curiosità: l’armonia di La mia morosa la va alla fonte verrà ripresa da Fabrizio de André per Via del campo.

Nel 1968, pubblica quelli che saranno i suoi due più grandi successi commerciali. Vengo anch’io no tu no e Ho visto un re. Entrambi scritti con Dario Fo. La carriera televisiva svanisce presto però, e così si concentra sulla specializzazione medica. Le apparizioni diventano più rade ma la vena creativa non svanisce.

Negli anni ’70 lavora con Cochi e Renato scrivendo per loro E la vita, la vita. Nel ’77 viene scelta da Baudo come sigla per un suo programma. A proposito di sigle, da ricordare anche “Quelli che…”. Per oltre un decennio accompagnerà gli appassionati di calcio la domenica.

In questi anni si dedica sempre più alla sua professione di medico. La musica però non l’abbandona. Negli anni ’80 torna sulle scene e il ritorno è un periodo ricco di soddisfazioni. Pubblica Ci vuole orecchio, l’album più venduto dai tempi di Vengo anch’io.

Enzo Jannacci e il cinema

Ascoltando una canzone di Jannacci ci si rende subito conto della potenza della prosa. Come fossero “piccoli film, microstorie in una lingua povera”, come le ha definite Paolo Prato. Ad esempio Vincenzina e la fabbrica, uno dei ritratti femminili più riusciti della musica italiana. O La fotografia, uno dei suoi ultimi. Un fatto di cronaca terribile.

Questi bozzetti di vita umile, vera, attirano anche l’attenzione di Cesare Zavattini. Maestro del neorealismo italiano. Lo sceneggiatore vuole incontrarlo, anche se poi non ne sarà farà nulla. Ma il ricordo di questo incontro Enzo lo conserva per tutta la vita.

Tra le parti da attore, da segnalare i lavori con Ferreri, Monicelli e Lizzani. Per quest’ultimo, ne La vita agra, trasposizione cinematografica dell’opera di Bianciardi, Enzo recita sé stesso. Alla chitarra canta “L’ombrello di suo fratello“. Accanto a lui c’è Ugo Tognazzi. Suo grande amico.

Che cos’ha avuto Jannacci di così unico rispetto agli altri, altrettanto validi, colleghi musicisti? Perché lo si ama in questo modo viscerale? È il figlio Paolo a rispondere idealmente a queste domande. Nella biografia del 2011Aspettando al semaforo“, ha scritto:

Perché in mezzo a questo lago di nulla, Enzo trova nella barca una lanterna e anche se lui vede solo nebbia la agita senza sosta, verso chi la può scorgere: è la fioca luce della speranza che nasce dall’umiltà e dalla fede.

Per approfondire: oltre ai brani di Enzo Jannacci il modo migliore per avvicinarsi alla sua opera; consigliamo la lettura di “Aspettando al semaforo. L’unica biografia di Enzo Jannacci che racconti qualcosa di vero” scritta dal figlio Paolo nel 2011. Interessante anche il libro “Peccato l’argomento. Biografia a più voci di Enzo Jannacci“, a cura di Sandro Paté. La prefazione è di Paolo Villaggio.

L’immagine di copertina è tratta dal film “La vita agra” di Carlo Lizzani, 1964