Cosa succede quando un filosofo e un jazzista parlano di musica

Cosa succede quando un filosofo e un jazzista parlano di musica

Il rapporto fra arte e filosofia è da sempre molto stretto e affascinante: riuscire a individuare quali sono i concetti più profondi e causali che innervano i grandi artisti e la necessità di espressione è sempre stata una sfida per i filosofi. Quando si tratta di artisti istrionici come i musicisti jazz, poi, il cui talento si manifesta soprattutto nell’improvvisazione, la sfida si fa ancora più affascinante.

Nel 1997 il filosofo francese Jacques Derrida—celebre per il suo contributo alla filosofia analitica e alla decostruzione del linguaggiointervistò Ornette Coleman, uno dei jazzisti più famosi di tutti i tempi, in occasione di una serie di concerti che l’artista americano stava tenendo a Parigi.
Per diverso tempo le trascrizioni originali dell’intervista, pubblicata sulla rivista Les Inrockuptibles sono state praticamente introvabili, ma qualche anno fa il testo è stato recuperato, e lo scambio di idee fra i due rappresenta ancora oggi un documento di inestimabile valore.

Nell’intervista ad esempio si possono trovare tutti gli spunti che aiutano a capire il linguaggio musicale atipico proposto dal jazz: Coleman, incalzato da Derrida, spiega come uno dei fini di questo genere sia la reinterpretazione della comunicazione: “Cerco di esprimere un concetto secondo cui una cosa può essere tradotta in un’altra. Credo che il suono abbia una relazione assai democratica con l’informazione, perché non c’è bisogno dell’alfabeto per capire la musica. Sto cercando di realizzare l’idea secondo cui il suono si rinnova ogni volta che viene espresso.”

E per fare questo, il jazz è perfetto, perché spezza molti dei canoni musicali a cui il pubblico è abituato. “Il musicista jazz è probabilmente l’unica persona per la quale la figura del compositore non è qualcosa di interessante, nel senso che preferisce ‘distruggere’ quanto il compositore scrive o suona”, spiega Coleman a Derrida.

Proseguendo nella discussione, inoltre, i due affrontano anche la democraticità di questo tipo di approccio. Secondo Coleman il tipo di tessitura emotiva e tecnica che lega i vari musicisti durante l’esecuzione di un brano è del tutto paritaria: “Supponiamo di essere nel momento in cui si suona e tu intuisci qualcosa che potrebbe essere sviluppato. A quel punto dovresti dirmi ‘proviamoci’. La musica non ha leader, per quanto mi riguarda”.

Ma l’intervista non si limita esclusivamente a scandagliare analiticamente la forma d’arte che Coleman perseguiva: via via che le domande si incasellano, fra i due crescono l’intesa e il contraddittorio intellettuale, e i temi toccati spaziano dalle problematiche razziali e politiche del loro tempo, fino alle riflessioni sullo sviluppo della tecnologia.

Riscoprire questo documento, a 20 anni dalla sua realizzazione, è quindi ancora oggi un’esperienza intellettuale intensa e attuale, che ogni amante della filosofia e della musica dovrebbe conoscere.

Immagini: Copertina