La fotografia più famosa del jazz compie sessant'anni

La fotografia più famosa del jazz compie sessant'anni

È la foto più famosa del jazz. A great day in Harlem, conosciuta più semplicemente come Harlem 1958. In un solo scatto, Art Kane riunì 57 grandi musicisti jazz.

Per un servizio di Esquire, Robert Benton, allora editor della rivista, chiese a un giovane giornalista freelance, Arthur Kanofsky, di scattare una foto per accompagnare un articolo sull’età dell’oro del jazz. Per il numero di gennaio dell’anno successivo. Nessuno avrebbe previsto il risultato.

Kane decise per uno scatto di gruppo. Dando l’appuntamento—quasi un sacrilegio per i jazzisti da night club—alle dieci di mattina del 12 agosto 1958 ad Harlem. Tra la Fifth Avenue e la Madison, sulla 126a. Davanti a uno di quei palazzi newyorchesi tipici, con la scalinata all’entrata. Nonostante l’orario, parteciparono quasi tutti…

Chi c’è e chi manca in “A great day in Harlem”

Cominciamo da chi quel giorno c’era. 57 musicisti, si diceva. Pianisti, sassofonisti, bassisti, batteristi, trombettisti, cantanti, direttori d’orchestra. Giganti o semplicemente grandissimi. C’è Count Basie, seduto tra i ragazzini sul marciapiede, forse stanco di aspettare. Dizzy Gillespie che fa la linguaccia a Roy Eldridge. Gerry Mulligan, Gene Krupa, riconoscibili perché tra i pochi bianchi. Tutti eleganti, con la giacca e la cravatta di rito, come si faceva una volta nel jazz. E poi ci sono “gli stilosi”: Thelonious Monk, Lester Young, Charles Mingus.

E le donne? Poche a dir la verità. Tre. La cantante Maxine Sullivan e le due pianiste Mary Lou Williams e Marian McPartland.

Nella foto, tra quelli che mancano, impossibile non citarne qualcuno. Duke Ellington, Louis Armstrong, Miles Davis e John Coltrane. Parker era morto da 3 anni.

A rendere la fotografia ancora più bella, ci sono i ragazzi in fila lungo il marciapiede. Tra lo scocciato e la posa da duri. La redazione del sito ufficiale dello scatto ha ricevuto negli anni le lettere di chi affermava di essere uno dei ragazzi. Ancora non sono stati identificati con certezza, e questo rende lo scatto ancora più magico.

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Su harlem.org puoi zoomare sulla foto e identificare i musicisti, lo strumento suonato e il genere.

L’età dell’oro del jazz

Oggi dei protagonisti di quella foto ne rimangono soltanto due. Sonny Rollins (nella foto con gli occhiali da sole, comme d’habitude), che ha 88 anni. E Mr. Benny Golson, di 89.

Quell’età dell’oro del jazz è tramontata. Musicisti così non torneranno più e oggi la foto è diventata oggetto di studio e nostalgia. Rappresenta un momento preciso della storia e lo eterna.

Era la fine degli anni Cinquanta, era il declino delle grandi orchestre e l’alba dell’estro del singolo. A metà degli anni ’40 era nato il be-bop (che in dieci anni si dividerà in hard e post-bop). Il genere di Dizzy, di Bird, di Monk.

Di riflesso, negli anni cinquanta, nasce invece il cool jazz. I cui esponenti, Davis, Shorty Rogers e Gil Evans, propongono un tipo di jazz più calmo, non “freddo” però come lascia intendere il termine. Lo spiega Lennie Tristano, il pianista di Charlie Christian, Lester Young, Charlie Parker:

[Il cool jazz] era rilassato, era privo di spettacolarità, era serio e impegnato, questo sì, ma non era certo freddo.

Ha scritto Stefano Salis in un articolo per il Sole24, dal titolo emblematico, Clic, e fummo tutti sotto le stelle del jazz:

[…] Il jazz è al suo massimo; già a marzo muore Lester Young, il primo della foto ad andare via. […] In aprile Miles entra in studio e ne esce con Kind of Blue. Forse da lì inizia il lento, inesorabile declino del jazz—ne possiamo discutere—ma certo quella foto in una mattina tersa d’agosto lo celebrava al suo massimo.

La frantumazione del jazz

Negli anni ’60, il jazz comincia a frantumarsi sempre di più. Dividendosi in infiniti generi e sottogeneri. Se da una parte si arricchirà di sonorità nuove, dall’altra, quel dialogo col pubblico, iniziato negli anni ’20, perderà qualcosa in incisività e solidità, finendo, in alcuni casi, per trasformarsi in un soliloquio.

Kane sapeva di aver compiuto un “miracolo” in quella foto, tanto da definirla “la più grande foto a tema musicale mai fatta”. Conclude Salis:

[…] Coglie l’essenza dell’essere jazz. Tre generazioni di musicisti, il momento della loro musica, la sua radice nera più profonda che conquista l’America bianca e colta. E noi jazzofili in Europa avremmo ammirato per decenni quella foto, facendo collezione di ascolti: il jazz è una musica che venera chi la suona e ogni appassionato riconosce i suoi eroi.

Per approfondire

Puoi guardare il documentario del 1994, intitolato proprio “A Great Day in Harlem” che venne anche nominato agli Oscar. La foto è anche citata nel film The Terminal di Steven Spielberg, in cui il protagonista, impersonato da Tom Hanks, è alla ricerca dell’autografo di Benny Golson, per completare la raccolta dei jazzisti della foto. Ti consigliamo il libro fotografico, pubblicato da Wall of Sound, di Art Kane con una prefazione di Quincy Jones.

Immagine di copertina