La genesi di

La genesi di "Riders on the Storm" raccontata dal tastierista dei Doors

Tra le canzoni più belle e rappresentative del rock c’è sicuramente “Riders on the Storm“, il capolavoro dei Doors. Registrata nel gennaio 1971 e pubblicata lo stesso anno in L.A. Woman, il sesto e ultimo album della band, il brano diventò un classico della musica.

“Riders on the Storm” è una canzone immortale per due motivi: il suo testo e la musica. La canzone rappresenta la simbiosi perfetta della band, in cui i suoni di Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore si accostano magistralmente alle parole di Jim Morrison.

E proprio il tastierista della band, Ray Manzarek, scomparso nel maggio del 2013, racconta la genesi di questo pezzo, in un video estrapolato dal documentario The Doors, Mr. Mojo Risin’-The Story of L.A. Woman.

Tutto comincia nello studio Doors Workshop il dicembre 1970 quando i musicisti si trovano a improvvisare un vecchio classico americano intitolato Ghost Riders in the Sky. La band improvvisa e piano piano il pezzo, sia nella musica che nel testo, si discosta completamente dall’originale.

Ray trova la linea di basso con la sua tastiera, ma Jerry Scheff, il turnista che doveva eseguirlo allo strumento, ha bisogno di tempo per imparare a suonarlo in scioltezza. Il pezzo che Ray ha in testa è un blues e con le sue conoscenze tecniche lo arricchisce di bellissimi cromatismi jazz.

La scale discendente che segue l’attacco imita le gocce di pioggia: per accentuare ancora di più l’atmosfera nebulosa vengono aggiunti suoni di veri tuoni e temporali.

Il testo che Jim inizia a cantare, ricorda Ray, rievoca la figura del serial killer Billy Cook, un chiodo fisso per il poeta americano. Ma come precisa il tastierista, il testo ha una potenza espressiva talmente forte che supera il riferimento storico e si sublima.

Struggente il riferimento all’amata Pam (“Girl you gotta love your man / Take him by the hand / Make him understand / The world on you depends / Our Life will never End) che tocca ancora di più se si pensa che lo stesso anno Jim sarebbe morto.

Dopo l’assolo di tastiera, bello e dispersivo, un fill di batteria segna “il ritorno in carreggiata”, marcato dall’assolo chitarristico finale e dal canto di Jim che chiude il pezzo impercettibilmente, come si ascoltasse il suo spirito immortale.

Immagine di copertina via Flickr