Alla ricerca della canzone perfetta:

Alla ricerca della canzone perfetta: "Good Vibrations" dei Beach Boys

Vorrei avere una moneta da 5 cents per ogni canna che si è fumato cercando di capire come sono arrivato al sound di ‘Be my baby’.

Chi parla è il tremendo Phil Spector. Chi cercava di capire era Brian Wilson. A metà degli anni ’60, gli ascoltatori ebbero l’impressione che i Beach Boys si stessero trasformando da boy band di (finti) surfisti che pomiciavano nei parcheggi, a laboratorio artistico di arazzi sonori da 2-3 minuti. Una ragione del cambiamento—oltre alla “sfida” coi Beatles— fu l’infatuazione di Wilson, autore/produttore del gruppo, per il Wall of Sound di Spector, modello per Pet Sounds e per la hit Good Vibrations.

Quando uscì (1963), Be my baby diventò la canzone preferita di Wilson, per sempre. Il fine ideale, irraggiungibile, di ogni suo sforzo. Ma non c’era solo quella canzone a infervorarlo. Dell’incredibile versione del doowop So young prodotta da Spector e cantata sempre dalle Ronettes in una colla straziante di riverberi, i Beach Boys fecero anche una cover. Il rapimento estetico era per il sound.

Il metodo Spector, che prevedeva camera d’eco per il riverbero, reparti ingrossati di turnisti, raddoppi delle parti, strumenti da orchestra sinfonica, tastiere, un mare di tamburelli, castagnette e campanelli messi in mano, all’occasione, pure a segretarie e fattorini durante infinite sessioni di registrazione, produceva ciò che lo stesso Spector definiva:

Un approccio wagneriano al rock ‘n’ roll.

E ancora, diceva: erano “piccole sinfonie per ragazzini”—le urla sconcertanti in questa versione live di You’ve lost that loving feeling, prodotta da lui, indicano che aveva ragione.

Nella possibilità di usare lo studio “come uno strumento”—da allora si dice così—Brian Wilson intravedeva la possibilità di costruirsi il proprio mondo sonoro adulto, fatto e finito. Di andare in cerca della canzone perfetta. Secondo molti, Good Vibrations (video sopra), che originariamente doveva essere inclusa in Pet Sounds ma uscì come singolo a fine 1966, lo è.

Good Vibrations, una “sinfonia tascabile”

Good Vibrations è una canzone di tre minuti e mezzo realizzata in 12 sessioni di registrazione, avvenute in quattro studi differenti, per mesi di lavoro da febbraio a settembre 1966, con un vasto gruppo di affezionati turnisti losangelini: la leggendaria Wrecking Crew, che aveva suonato anche in Pet Sounds. Alla fine delle sessioni c’erano 90 ore di materiale registrato. La canzone è ricca di intrecci di armonie vocali. Gli strumenti che suonano sono più di dodici, compreso un electro-theremin. Finì per essere la canzone più costosa di sempre all’epoca della sua uscita. Se Be my baby è l’archetipo del Wall of Sound di Spector, Good Vibrations ne è l’esito estremo, l’esempio più barocco.

Nel video qui sopra pubblicato da Polyphonic, che spiega la canzone, ci si chiede: è possibile che un brano sia allo stesso tempo venerato e sottovalutato? Good Vibrations, infatti, non è stata “canonizzata” come Bohemian Rhapsody o A day in the life, nonostante sia considerata un capolavoro.

Forse perché è così elaborata da mancare di spontaneità. O perché non ha un “ritornello killer” (ma una “strofa killer” sì, proprio come A day in the life, che deve la sua forma sonora definitiva a Good Vibrations). Comunque, come si disse allora, Good Vibrations è una “sinfonia tascabile”. Ha una struttura inaudita per una canzone (dell’epoca). C’è un’invenzione ogni dieci secondi. Per queste ragioni, è stata molto influente. Vediamo da vicino come è fatta. Qui sotto invece alcune riprese delle registrazioni montate assieme (dal documentario Doin’ it again)

Com’è fatta “Good Vibrations”

Il testo, sentimentale, è stato scritto in pochissimo tempo da Mike Love. È ispirato a un ricordo di infanzia di Wilson: di quando la madre gli diceva che, se i cani abbaiano ad alcune persone e non ad altre, è perché sanno riconoscere le buone e le cattive “vibrazioni” che le persone emettono. Le sezioni di Good Vibrations sono sei.

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Le minuzie sono importanti: il pezzo comincia con un’appoggiatura della voce, e una frazione di secondo dopo entra l’organo in battere. Ciò accentua la mobilità della melodia in contrasto con gli accordi fissi. La strofa è un giro breve in mi bemolle minore. Dura 20 secondi. Il ritornello, nella relativa maggiore della strofa, è una frase che si ripete tre volte in progressione ascendente, salendo di tono fino alla dominante di mi bemolle minore: a cui dunque si ritorna, con una nuova strofa, e un altro ritornello.

La cosa più bella della strofa è la linea di basso. Che sull’acuto, in progressione discendente, suona praticamente una contromelodia con le note fondamentali collegandosi poi al walking bass del ritornello. Nel video sotto, la bassista della Wrecking Crew Carol Kaye, che partecipò alle registrazioni, lo suona e ricorda che nessuno usava queste linee di basso all’epoca in canzoni pop. Con tutta questa “novità” il pezzo resta comunque di una chiarezza classica. Non stupisce che i King’s Singers ne abbiano fatta una versione a cappella.

Una canzone “modulare”

Good Vibrations è una canzone modulare, fatta di segmenti musicali provenienti da diversi nastri poi congiunti. Lo stile frammentario è stato paragonato al cut-up di Burroughs. Il pezzo cresce su se stesso. Ci sono due “digressioni”. La prima quasi un bridge. Dopo mezzo minuto il pezzo rallenta e prende il largo con la seconda digressione, molto delicata, con hammond e maracas, sul testo “gotta keep those lovin’ good vibrations”. Sembra che la canzone si spenga. Invece improvvisamente, con un ronzare di violoncelli ostinato e in crescendo, c’è la ripresa del ritornello i cui accordi stavolta sono in progressione discendente. Poi la coda.

Sono passati tre minuti e mezzo. Fine di un capolavoro.

Se sei un appassionato di musica, ti consigliamo di vedere il biopic su Brian Wilson, Love&Mercy. Il trailer è qui sopra. 

Immagini: Copertina