Grace Slick e i Jefferson Airplane, un mito della Summer of Love

Grace Slick e i Jefferson Airplane, un mito della Summer of Love

Jefferson Airplane di Grace Slick, “la” band della Summer of love, sono stati uno dei più grandi gruppi della storia del rock. E forse quello a cui si deve più di ogni altro, più ancora dei Grateful Dead, il “mito” della psichedelia californiana e del Sound di San Francisco.

Erano, è stato scritto, “le anime più belle e spericolate che in quel periodo giravano per la Bay Area di San Francisco”: Marty Balin, i chitarristi Jorma Kaukonen e Paul Kantner, Jack Casady al basso e Spencer Dryden alla batteria. Musicisti solidi, i Jefferson Airplane— è ancora oggi incerto il significato del nome—erano guidati dalla meravigliosa voce contralto di Grace Slick, una delle grandi donne del rock insieme a Joni Mitchell, Janis Joplin, o Carole King.

Una voce, un carattere dissacratorio e un volto che finirono presto per incarnare all’epoca, tra sensualità e sovversione, anche l’immaginario erotico psichedelico. Grace Slick: una che nell’aprile 1970, invitata a una festa alla Casa Bianca perché la figlia del presidente era stata sua compagna di college, provò a far scivolare dell’LSD nel tè di Richard Nixon, per poi essere bloccata da un addetto alla sicurezza.

I Jefferson Airplane, un mito della Summer of love

Band impegnata, estremamente creativa, gli Airplane ci hanno lasciato almeno quattro album fondamentali in soli tre anni, dal 1967 al 1969. Parliamo di Surrealistic Pillow, After Bathing at Baxter’s, Crown of creation, Volunteers,

Tutti i loro migliori pezzi mostrano ancora i segni della grande voglia di rivoluzione che c’era: come Volunteers, contro la guerra nel Vietnam. Come Wooden ships, incisa nello stesso momento anche da Crosby, Stills & Nash. E soprattutto due classici di Grace Slick, Somebody to love—sotto, nel live a Woodstock del 1969—e White Rabbit.

Difatti, se nessuna band come i Jefferson Airplane ha incarnato lo “spirito dei tempi” in quel frangente della seconda metà degli anni ’60, è vero anche che nessuna canzone ha identificato il legame tra acidi, pacifismo e volontà di emancipazione come White Rabbit, con il suo grido conclusivo.

Feed your head!

“White Rabbit”, l’inno della controcultura firmato Grace Slick

Coverizzata decine di volte—anche da Patti Smith, meravigliosamente. Apparsa in serie tv e film, tra cui, appropriatamente, Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam (Hunter S. Thompson era un grande fan del gruppo). White Rabbit uscì nell’estate 1967. E parve un invito a darsi all’LSD, che nasconde però anche altri livelli di significato—lo stesso grido conclusivo, ad esempio, sottolinea l’importanza dell’educazione—rivolto a un’intera generazione.

Il white rabbit del titolo naturalmente è il Bianconiglio. Una metafora dell’allargamento della coscienza. Quale poteva esserlo anche, ad esempio, la bicicletta bianca di un gruppo ben noto agli appassionati di psichedelia, i Tomorrow.

Slick scrisse la canzone su un pianoforte sgangherato. Annotando alcuni versi ispirati ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Al termine di un viaggio acido. Durante il quale non aveva ascoltato altro, per un giorno intero, che Sketches of Spain di Miles Davis. Dopodiché aveva presentato il pezzo alla sua prima band, The Great Society. La prima grezza versione di White Rabbit, anziché un anthem dalla durata consona a un singolo di successo come il pezzo degli Airplane, è un trip in cui—molto più che quella del crescendo del Bolero di Ravel—si sente davvero l’influenza del jazz di Miles Davis. Dura sei minuti e i primi quattro sono pura jam.

Qui sotto, puoi ascoltare il pezzo in tutta la sua forza. In una versione solo voce capace di dare i brividi.

Da Grace Wing a Grace Slick

Grace Wing, che ha dichiarato di avere origini norvegesi, era nata a Chicago nel 1939. A vent’anni, trasferitasi nella Bay Area e sposata con uno studente di cinema, Jerry Slick, decise, dopo aver assistito a un concerto dei Jefferson Airplane, appena fondati da Marty Balin, di fondare a sua volta un gruppo col marito e il cognato. I Great Society. Il gruppo si sciolse presto. Tempo qualche mese, Grace era diventata la nuova cantante dei Jefferson Airplane. A cui portò in regalo Somebody to love e White Rabbit.

Seguirono numerose esperienze. La conoscenza di Frank Zappa—con cui Grace Slick scrisse Would you like a snack, stravaganza avant-garde “dedicata” al ciclo mestruale, censurata e riapparsa solo nella ristampa in CD di Crown of creation—e di Joni Mitchell. Degli Who e dei Doors. Di Ravi Shankar. La partecipazione al Monterey Pop Festival. A Woodstock. Al primo Festival dell’Isola di Wight.

Il video stupendo qui sopra è il più noto frammento—i Jefferson Airplane si esibiscono su un tetto a Manhattan, tutti si affacciano—del girato per un film fantasma di Jean-Luc Godard del 1968—rock’n’roll e rivoluzione all’epoca erano le parole d’ordine anche per il regista francese—che avrebbe dovuto intitolarsi One American Movie. E oggi, dopo un nuovo editing, si chiama One Parallel Movie.

“Somebody to love”: una vita per il rock

Dopo un primo album come Surrealistic Pillow, che non rinnegava le radici rock-blues e i pezzi con strofe e ritornelli riconoscibili, e un secondo album che, invece, scavalcava e “rinnegava” la forma canzone con jam acid-rock, i Jefferson Airplane erano già un gruppo leggendario.

Nel 1971, complice anche l’abbandono di Marty Balin, la nascita di una figlia dalla relazione tra Slick e Kantner, e un tremendo incidente d’auto occorso a Grace Slick, iniziò il declino del gruppo. Un altro paio di album non all’altezza dei precedenti, poi il gruppo si sfasciò. L’aeroplano si trasformò in astronave per un po’. Poi, scioglimenti e reunion fino a oggi. Grace Slick, però, fino al ritiro dalle scene avvenuto nel 1990, è autrice di rilievo anche in proprio.

Oltre a bellissime “ospitate”, come quella per If I could remember my name di David Crosby, ha realizzato quattro album molto belli accreditati solo a lei. Circondandosi di grandi musicisti (anche la London Symphony Orchestra). Qui ricordiamo solo la lunga Theme from the movie Manhole, dal primo album intitolato appunto Manhole.

L’idiosincratica e divertente autobiografia di Grace Slick si intitola, prevedibilmente, Somebody to love?. Qui un’altra introduzione ai Jefferson Airplane

Immagine di Copertina da Billboard, pag. 2, 7 gennaio 1967