L’Inno hurrita a Nikkal: ascolta la canzone più antica del mondo

L’Inno hurrita a Nikkal: ascolta la canzone più antica del mondo

La musica sembra esistere da sempre. Non possiamo sapere con certezza qual è stato il primo canto composto. Forse non lo sapremo mai. Quello che conosciamo però è il componimento più antico di cui siamo a conoscenza: l’Inno hurrita a Nikkal.

Un brano musicale che risale a 3400 anni fa. E che rappresenta un inno alla dea Nikkal-wa-Ib, la divinità protettrice dei frutteti venerata in tutta la regione della Cananea. Il brano è stato rinvenuto inscritto su delle tavole incise nella città siriana di Ugarit, all’inizio degli anni Cinquanta, da un archeologo francese. Insieme alle istruzioni per suonare questa melodia, poi, nelle tavole è contenuta anche una testimonianza storica che ricostruisce alcune caratteristiche della vita dell’epoca in Medio Oriente.

La storia dell’inno a Nikkal

Le tavole con gli inni che vennero rinvenuti durante gli scavi archeologici nel Palazzo reale di Ugarit—all’inizio degli anni Cinquanta—erano 36. Ma soltanto la tavoletta H6 risultò completa, e in grado di trasmettere una melodia che fosse smontabile.

Il testo fu analizzato a lungo. Fino a che non venne decifrato integralmente. Nel 1975 pubblicato. E agli esperti fu subito chiaro che il brano era stato composto e pensato per essere suonato con uno strumento a corde. Probabilmente una lira.

Su questo argomento si è dibattuto per lungo tempo. Perché pone un problema di storia della musica. Secondo alcuni la scala diatonica a sette note era un sistema in uso soltanto dopo l’avvento degli antichi greci. Mentre secondo il ricercatore Richard Fink questa tavoletta dimostra che la scala diatonica era già in uso 3400 anni fa. Come scrisse in un saggio sull’inno a Nikkal, del 1988.

Il testo della tavoletta

Il testo dell’inno contenuto nella tavoletta H6 è molto complicato. Da un lato perché l’idioma hurrita non è ancora del tutto ricostruito, dall’altro perché alcune piccole porzioni di testo sono state erose e gli spazi possono solo essere interpretati. Come se non bastasse, poi, il linguaggio con cui è scritto il testo sembra essere una forma dialettale dell’area geografica in cui fu ritrovata, e differisce in diversi aspetti dalla lingua hurrita che i ricercatori conoscono.

Nonostante tutte queste difficoltà, fin dalle prime analisi è stato chiaro che il testo rappresenta un invito alle offerte per la dea Nikkal. Protettrice dei vigneti e moglie del dio della luna.

Il testo è composto da quattro righe principali, ripetute sul retro. Con la particolarità che le sette sillabe finali di ciascuna delle prime tre righe sul lato posteriore della tavoletta sono ripetute all’inizio della riga successiva. Anche questo fattore è stato oggetto di discussione storica.

Per alcuni questa procedura era mutuata da una tecnica degli scribi babilonesi. Ovvero quella di ripetere il finale di riga nei testi più lunghi, per fornire continuità nel passaggio da una parte all’altra. Per altri ricercatori, invece, questo metodo serviva a indicare nel testo la presenza di ritornelli in coro.

Interpretazioni

Nel corso del tempo sono state molte le interpretazioni di questo brano. Il fascino intorno al componimento ha sedotto tantissimi musicisti. Tra le tante, la versione più apprezzata e reputata rigorosa resta quella del compositore ed esecutore di musica antica Michael Levy, che puoi ascoltare qua sotto.

Immagini: Copertina