La vita e la musica di Jacques Brel, il cantante della tenerezza

La vita e la musica di Jacques Brel, il cantante della tenerezza

Non sono un poeta. Scrivo canzoni. La poesia non c’entra niente con le canzoni. Una canzone dev’essere diretta: è scritta perché sia cantata. La poesia è qualcosa di più: va esaminata sotto la superficie. Degustata in pace. È come cavalcare un toro e navigare lungo il Reno. Non c’è confronto.

Jacques Brel ritagliava per la canzone popolare uno spazio autonomo. A differenza nostra, che ormai da un po’ tendiamo oltremodo a nobilitare con la patente letteraria i grandi della canzone—come Fabrizio De André in Italia, o Bob Dylan nel mondo—Brel voleva quasi difendere la canzone da un’idea istituzionale di arte.

Avrebbe affermato, in un’intervista che si può ascoltare in una bella puntata di Wikiradio condotta da Enrico De Angelis (successiva a quella da cui abbiamo tratto la citazione iniziale), che la canzone è un cosa “piccola”:

Tra una canzone di Brassens, con tutto che una canzone è piccola cosa, tutti sanno che è piccola cosa […] e una brutta tela del XIX secolo, è evidente che l’arte è dalla parte di Georges Brassens, e non del pittore, il quale applica una disciplina riconosciuta. Per me, l’arte non so cosa sia. Ci sono degli artisti. L’artista è un malato, se vuoi. Ma è un malato che ha una caratteristica molto singolare: è malato solo per gli altri.

Jacques Brel—considerato uno dei tre “fondamentali” della canzone francese: con Georges Brassens e Léo Ferré—ci ha lasciato tante grandi “piccole cose”. Canzoni dominate da un impeto, da un senso del crescendo, inconfondibili (imitato talvolta da Giorgio Gaber). E da una continua considerazione del sentimento della tenerezza. Almeno dal primo grande successo, Quand on n’a que l’amour.

Testo, arrangiamento e interpretazione (anche corporea) convergono a creare effetti spesso ambigui. Talvolta il testo è gaio, ma la musica lo smentisce. Altre volte un testo mestissimo, anche grazie a una certa interpretazione vocale, sembra ironizzare su se stesso. Come nel finale della più famosa canzone di Brel, Ne me quitte pas. In cui l’amante, pur di non essere lasciato, si dice pronto, in una spirale di annichilimento, a farsi “ombra della tua ombra”, “ombra della tua mano”, infine “ombra del tuo cane“.

Credo che l’amore vada verso la sconfitta, non saprei dirle il perché. […] C’è una forma di “non ragione” alla base delle passioni. […] Viene fatto credere da generazioni che l’amore può durare in eterno […] Credo che in realtà l’amore sia molto più bello se non dura a lungo. Non è sulla distanza che si valuta un fiore, un fiore non si valuta a chilometri […]. Non si dice, “la rosa è stupida perché non dura tutta la vita”.

Vita spericolata di Jacques Brel: gli inizi

Jacques Brel, di origini borghesi agiate, nasce l’8 aprile 1929 vicino Bruxelles. Legato alla madre, ha un rapporto conflittuale con il padre, industriale del cartone che, quando il figlio ha vent’anni e ha mollato gli studi, lo infila in azienda. Ma quel figlio, per altro già sposato nel 1951, si scopre insofferente a una vita regolata da registri e datari. Sospinto da un bisogno di esprimersi che già da adolescente lo portava a recitare e cantare negli ambienti studenteschi, nel 1953 Brel mette in atto la sua ribellione borghese. Si trasferisce a Parigi. Canta senza sosta nei caffè, nei cabaret, anche più recite a notte. Fuma tantissimo, mangia male e a volte dorme dove capita. La famiglia, del resto, gli ha negato il sostegno economico.

Inizialmente non viene notato, oppure la sua esuberanza innervosisce il pubblico. Secondo Enrico de Angelis, Brel sconta una specie di condizione di esule. “Per i valloni era fiammingo, per i fiamminghi era francofono, per i francesi era belga, e per tutto il mondo era francese”. Delle sue origini composite approfitterà lo stesso Brel in una delle sue canzoni più belle, Marieke, cantata per metà in fiammingo.

Gli inizi, dunque, sono avari di soddisfazioni. Ma il belga è ostinato nell’inseguimento delle sue aspirazioni. E, come dichiarerà in seguito, in toni sempre più pontificali, per lui, a parte sognare e amare, non c’è molto altro da fare nella vita.

Il talento non esiste. Il talento è desiderare di fare qualcosa […] Credo che desiderare di realizzare un sogno sia “il talento”. Tutto il resto è sudore, traspirazione e disciplina. Ne sono sicuro.

Il successo

Nel 1954 Juliette Greco lo nota e canta una sua canzone, “Le diable (Ça va)“. Brel ottiene grande successo nel 1957 grazie a “Quand on n’a que l’amour”. Sostituisce Marlene Dietrich all’Olympia di Parigi nel 1961. È in questa occasione, secondo molti, che il cantante “sfonda”. Inizia il “valzer a mille tempi” di Jacques Brel, accompagnato da fedeli musicisti come François Rauber e il pianista Gérard Jouannest.

Successo planetario, consacrato da canzoni straordinarie come Amsterdam. Tournée ovunque nel mondo. Ma Brel è fedele agli istinti originari della sua ribellione giovanile. La vita “adulta”, l’imborghesimento, la stasi, l’autoconsolatorio senso di soddisfazione, sono per lui più o meno la stessa cosa: un polo negativo da cui allontanarsi precipitosamente.

La stupidità è pigrizia. È quando vivi e dici a te stesso, “questo mi basta, vivo, sono a posto”. Quando non ti dai un calcio nel sedere ogni mattina, dicendo: “non mi basta”. “Non so, non vedo, non faccio abbastanza”. La stupidità è la pigrizia. Una sorta di materia untuosa intorno al cuore.

Nel 1966 smette di esibirsi in pubblico. Ha 37 anni. D’altronde, cantare non gli era mai piaciuto quanto lo scrivere canzoni. “Per la pauraha dichiarato, vomitavo prima di ogni concerto. E quando avevo tre concerti al giorno, vomitavo tre volte al giorno”. Subito dopo i concerti d’addio alle scene, registra una delle sue canzoni più belle, Mon enfance, che contiene la celebre immagine del Far West “svanito”.

Non c’è più il Far West. Non ci sono che i cortili delle fabbriche, dei fuochi rossi, dei poliziotti e la pensione. Avrei voluto avere un vero Far West, ma non è stato possibile. […] Ora so che non ci sono i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Non ci sono gli indiani. Ci sono persone che un istante fanno gli indiani, l’attimo dopo si trasformano in Buffalo Bill.

Gli ultimi anni

Brel si dedica alla recitazione, e alle nuove passioni del volo aereo e della navigazione. Nel 1974, scoperta la malattia, si ritira del tutto dallo showbusiness e da Parigi. Durante un viaggio intorno al mondo, si stabilisce ad Atuona, nella Polinesia francese. Lì si era stabilito anche Paul Gauguin. Nel 1977 registra il suo ultimo, inatteso e bellissimo disco, “Les Marquises“, che vende 700.000 copie nel giorno di uscita.

Il 9 ottobre 1978 muore di cancro ai polmoni, a 49 anni. È sepolto ad Autona.

Le cover delle canzoni di Jacques Brel

Sono così tante, che è stata dedicata loro una pagina Wikipedia. Ci sono artisti d’ogni genere, più e meno famosi, da Battiato ai Beirut, dai King’s Singers a David Bowie. A proposito: la cover di Amsterdam ci sembra una delle (poche) cose brutte fatte da Bowie. In compenso, la versione inglese cantata da Scott Walker è splendida. Non sprechiamo parole inutili per commentare la stravagante bellezza di Nina Simone che canta Ne me quitte pas.

Immagini: Copertina|