La storia del blues vista con gli occhi di Martin Scorsese

La storia del blues vista con gli occhi di Martin Scorsese

Il blues è un genere musicale che colloca le sue radici in America tra la cultura africana. Non è stata definita una data precisa d’inizio del blues, ma tutto risale alla seconda metà dell’800 e i primi del ‘900.
Definito la musica del diavolo, il blues nasce da un’esigenza di fuga: il malessere, la fatica nelle piantagioni di cotone, il cibo e il denaro che mancavano, portavano i neri a comporre delle canzoni per sfuggire alla miseria della vita, sia pratica che morale.
Spesso, nelle canzoni blues si parla di donne, donne che maltrattano gli uomini e li fanno sentire molto blue, tristi, ma la realtà è che quei componimenti che i lavoratori neri improvvisavano tra i campi di cotone, erano uno sfogo e una ribellione nei confronti dei padroni (paragonati alle donne) che li sottopagavano.

Nel 2003 il regista Martin Scorsese ha prodotto una serie di sette documentari intitolata The Blues, ognuno girato da registi diversi, che racconta la storia di questo favoloso genere musicale e le sue radici.
Il primo documentario girato s’intitola Dal Mali al Mississipi, ed è l’unico diretto da Martin Scorsese. Attraverso un viaggio dall’America all’Africa e gli occhi del bluesman moderno Corey Harris, si ripercorre la storia del blues.

Uno dei primi a documentare il blues fu John Lomax che tra il 1933 e il 1941 girò tutta l’America con suo figlio Alan per preservare il passato musicale blues e ci riuscì. Quelle registrazioni hanno un grande valore storico e morale e se oggi conosciamo molto su questo genere musicale, la sua cultura, lo dobbiamo proprio a loro due.

Dal documentario emerge la differenza tra il blues americano e quello africano. Il comune denominatore che emerge è la malinconia sviluppata nei dubbi esistenziali di ogni uomo: da dove vengo? Cosa sarà di me?
Questo blues esprime la sofferenza di quegli africani volati negli Stati Uniti a cercare fortuna e poi separati sul posto per non poter comunicare nella loro lingua originale.

Gli artisti che hanno fatto la storia del blues citati da Scorsese

Lead Belly

Nome d’arte di Huddie William Ledbetter, scelse il suo nome d’arte, che vuol dire “pancia di piombo” (lead significa piombo, billy significa pancia), data la presenza di un proiettile nella sua pancia che non fu mai estratto. Fu un virtuoso della chitarra a 12 corde e nella sua vita saltellò di lavoro in lavoro: da ferroviere a raccoglitore di cotone sino a musicista. Approcciò alla musica in tenera età: suonava già intorno all’età di 5 anni. Tra i suoi brani più conosciuti Black Betty, rivisitata da Tom Jones nel 2002.

John Lee Hooker

È una delle icone del blues americano del delta del Mississipi. Cominciò la sua attività musicale negli anni ’40 suonando con il suo padrino. È famoso per il suo talking blues e il suo genere vicino al boogie woogie. Hooker si ricorda anche per le sue composizioni monoaccordo: era capace di suonare sempre un solo stesso accordo all’infinito senza annoiare. Nell’arco della sua carriera ha pubblicato ben 133 album. Tra i suoi pezzi più conosciuti da menzionare Boogie Chillen.

Sam Carr

Altro esponente del delta del Mississipi è Sam Carr, figlio di Robert Nighthawk, altro bluesman di successo, e componente dei Jelly Roll Kings di cui fu batterista. Con il suo strumento ha contribuito a dare ritmica alle composizione blues. La band è stata in attività dal 1962 sino a qualche anno fa.
Tra i pezzi più noti c’è I didn’t know.

Muddy Waters

Esponente del country blues, Muddy Waters ipnotizzava con la sua voce dal retrogusto malinconico, tipico dei neri del Mississipi. Nel documentario di Scorsese si racconta che quando Waters trovò il suo primo disco nella scatola per le lettere, si mise in tiro e andò da un fotografo a farsi immortalare con il suo album. A quel punto capì che poteva lasciare le piantagioni di cotone e tentare davvero il successo musicale.
Una delle canzoni più famose incise da Waters con Lomax è Down on Stovall’s Farm. Qui una sua interpretazione.

Son House

“Esiste un solo tipo di blues e si ottiene quando un uomo e una donna si amano, un uomo e una donna innamorati. Sono stato sposato cinque volte con il mio stupido egoismo e ho una certa esperienza di quello che significa blues”. Questo diceva Son House, bluesman esponente del genere nero. Anche lui tra il 1941 e il 1942 fu immortalato da Alan Lomax per la Library of Congress.
Smise di suonare per 16 anni perché tutti i musicisti con cui collaborava, come Robert Johnson, morirono l’uno dopo l’altro e pensò che il prossimo sarebbe stato lui, ma arrivò chi lo fece rimettere in gioco: Dick Waterman che lo ricercò per anni e anni. Nel periodo dello stacco House si dedicò alla vita da operaio.
Il suo stile musicale aggressivo lo si può scovare chiaramente in questa registrazione di Death better blues.

Robert Johnson

Era un ribelle. Girava sempre ben vestito, con soldi in tasca e una bella macchina. Basterebbe questo a descrivere Robert Johnson, ma sarebbe riduttivo e troppo superficiale definire con quest’immagine la sua musica, il suo talento. Nella sua breve carriera (morì all’età di 27 anni), riuscì ad influenzare numerosi artisti che lo successero come Muddy Waters, Rolling Stones, Jimi Hendrix, Eric Clepton, Led Zeppelin.
Tra i suoi più grandi successi c’è Sweet Home Chicago scritta nel 1939 e poi ripresa dai Blues Brothers nel 1990.