Il video in cui i R.E.M. raccontano il loro capolavoro

Il video in cui i R.E.M. raccontano il loro capolavoro "Losing my religion"

La casa discografica decise che sarebbe stato il primo singolo… noi dicemmo ok, ottima idea, è una canzone di ben 5 minuti, non ha un ritornello, il mandolino è lo strumento principale. È perfetta per i R.E.M., perché trasgredisce tutte le regole: e a noi questo piace.

È Mike Mills che parla, dal video che vedi qui sotto, in cui una delle canzoni più struggenti degli anni ’90, “Losing my religion“, è raccontata dai suoi autori, i R.E.M. Uno dei pochi gruppi della storia del rock che in trent’anni di carriera, dal rock alternativo degli esordi—il mondo della nuova psichedelia americana, degli Hüsker Dü, dei Replacements—al pop raffinato degli ultimi anni, ha saputo fermarsi in tempo, per lasciare solo un bel ricordo di sé.

Losing my religion, dall’album Out of time (1991), è uno dei classici dei R.E.M. Come Man on the moon o le ballate NightswimmingEverybody hurts. La canzone non ha nulla a che fare con la fede nel divino. Michael Stipe ha adattato un modo di dire statunitense a una vicenda d’amore non corrisposto. Come racconta lui stesso:

“Lost my religion” è un vecchio detto del sud. Significa che qualcosa ha messo alla prova la tua fede a un punto tale che potresti ‘perderla’. Ma la canzone non ha a che fare con la religione, è una canzone d’amore non ricambiato.

Mi piaceva l’idea di scrivere un brano sulla continua alternanza fra tendere verso (l’oggetto amato) e ritrarsi (dell’innamorato). E ciò che trovo più appassionante in questa situazione è che non posso davvero sapere se la persona verso cui tendo se ne accorge. Se sa perlomeno che esisto. 

Losing my religion: un bellissimo testo, e un mandolino

Stipe è certo che il suo testo “triste, ma sentito, sincero” ha trovato la sua strada grazie a una delle musiche più belle che la band gli abbia mai regalato. È stato Peter Buck a ideare la musica, poi lavorata ulteriormente da Mike Mills, mastermind musicale della band. Ricorda quest’ultimo:

Peter la scrisse al mandolino. Un giorno la portò alle prove, ci fece vedere come funzionava il pezzo. La bellezza della melodia di Peter era tale che dovetti escogitare qualcosa che la ancorasse, che gli desse un fondo abbastanza solido: avrebbe dovuto avere un po’ di melodia dentro, senza essere musicalmente troppo “stipato”. Doveva essere molto semplice, di profilo basso.

Michael Stipe ricorda invece la difficoltà di presentare agli altri il testo di Losing my religion, così intimo, per la prima volta.

Per me è sempre stato difficile presentare agli altri un testo per la prima volta. Finivo per cacciare tutti fuori dallo studio. Ricordo che ero arrabbiato col tecnico del suono, perché non faceva attenzione. Non sono una persona cattiva, ma in quei momenti posso diventarlo. Perché se hai un’idea, sei più vulnerabile che mai quando la comunichi per la prima volta.

Volevo cantarla tutta in una volta. Così non sarebbe stata percepita come fasulla, o pop. Doveva solo apparire sincera. Raggiungere questa sincerità in un live non è un problema. Ma farlo nel contesto artificiale dello studio di registrazione, con un tecnico mezzo addormentato perché a cena ha esagerato con la grigliata, o che ne so… ero davvero infuriato, e inoltre avevo caldo per l’agitazione, perciò mi tolsi i vestiti. A dire il vero registrai il pezzo praticamente nudo, me lo ricordo bene.

Losing my religion: un video epocale

Ricordo l’audacia di quel video, paragonato a quel che passava nella tv musicale all’epoca.

Il videoclip in effetti, ideato da Michael Stipe insieme al regista indiano Tarsem Singh, è uno straordinario mappazzone postmoderno, ‘melodrammatico e sognante‘, sul tema del sacro. Fu nominato video dell’anno agli MTV Europe Music Awards.

L’incipit senza musica cita Sacrificio, l’ultimo film di Tarkovskij. Poi un bicchiere di latte cade e si rompe, inizia il brano e con esso una sequenza di scene caravaggesche, iconografia cristiana—San Sebastiano colpito dalle frecce, l’incredulità di San Tommaso, divinità indù, spesso girate nello stile di Bollywood. Il tutto a formare un abbozzo di trama che, a detta del regista, è ispirato a un racconto di Gabriel Garcia Marquez, “Un signore molto vecchio con certe ali enormi”, in cui si raccontano le reazioni contrastanti degli abitanti di un villaggio di fronte a un evento apparentemente incredibile: la “caduta” di un angelo.

Il video però non avrebbe funzionato, se Michael Stipe non si fosse messo a ballare in modo assurdo.

Io ballo come Sinead O’Connor. C’è una sua canzone, Emperor’s New Clothes: nel video lei fa questi movimenti pazzi… li ho imitati. E ricordai David Byrne, in un pezzo di anni prima [il pezzo è Once in a lifetime], che faceva movimenti affascinanti, folli… e insomma, ho cercato di mettere insieme le due cose. Non c’era nulla di premeditato. Mi mettevo nelle pose di Bollywood… ma non funzionava proprio. Tarsem andò in bagno a vomitare per mezz’ora, poi ci sedemmo per un tè e mi disse ‘non funziona’. Io dissi ‘sì, non funziona: fammi ballare, lasciami provare a danzare, fammi fare a modo mio’.

Funzionò.

Immagine: Copertina