Luciano Pavarotti, il tenore che ha saputo avvicinare il grande pubblico alla musica lirica

Luciano Pavarotti, il tenore che ha saputo avvicinare il grande pubblico alla musica lirica

Luciano Pavarotti, prima e meglio di chiunque altro, è riuscito nella nobile impresa di diffondere la bellezza, la passione e la conoscenza dell’Opera lirica in tutta Italia (e non solo), mantenendo intatta la classe e la raffinatezza del “bel canto”.

Uno dei più grandi tenori che la prestigiosa tradizione italiana ricordi è stato anche, allo stesso tempo, uomo di profonda umiltà prodigandosi in eventi di beneficenza: e questo rende la sua storia esemplare, un racconto insieme di talento, lavoro e umanità.

E lungo queste tre coordinate si può ripercorrere la sua vita, dando un quadro generale, seppur breve, della complessa personalità di Pavarotti. Daniel Hicks, sul New York Times, scrisse di lui un aforisma perfetto e fortunato: “Quando Pavarotti nacque, Dio gli baciò le corde vocali”. Qualcun altro l’ha definito invece “il più grande tenore italiano dopo Caruso”. 

Luciano nasce a Modena il 12 ottobre 1935, la passione per il canto è soprattutto merito del padre, fornaio, che si dilettava in maniera amatoriale. Luciano non si iscrive però al conservatorio, preferisce studiare per insegnare educazione fisica, ma intanto segue gli studi di canto con il tenore Arrigo Pola e il musicista e compositore Ettore Campogalliani con il quale si perfeziona successivamente. Sono loro due gli unici maestri che Pavarotti riconosce, anche quando sarà famoso.

Con le prime esibizioni, accompagnato dal padre, inizia ad aver un riscontro notevole. Nel 1961, dopo aver vinto il concorso internazionale Achille Peri, Luciano viene arruolato per La bohème di Puccini. Interpreta Rodolfo, un ruolo che entra presto nel suo repertorio, reinterpretandolo più volte.

Alla fine dell’anno, Pavarotti è già un nome di un certo prestigio nel panorama italiano: tempo due anni e grazie soprattutto all’interpretazione del poeta pucciniano viene presentato anche al pubblico inglese, alla Royal Opera House di Londra. Il salto verso il successo arriva quando gli viene chiesto di sostituire Giuseppe Di Stefano per il Sunday Night at the Palladium: Pavarotti debutta così in diretta televisiva davanti a 15 milioni di telespettatori.

Nel 1965, arriva un’altra consacrazione italiana con il debutto al Teatro alla Scala di Milano: a volere Pavarotti è il direttore d’orchestra Herbert von Karajan in persona.

Ma cosa rende unica la voce di Pavarotti? Nonostante avesse dei limiti teorici dovuti al mancato studio in conservatorio, era dotato di una voce naturalmente potente e tenorile (anche di un’estensione all’acuto notevolissima). Il suo modo di cantare era relativamente libero e personale. Si esercitava ogni giorno facendo vocalizzi. Diceva a se stesso che non bisognava mai sentirsi troppo bravi o arrivati per smettere di esercitarsi. Anche quando diventa un cantante affermato e riconosciuto ripete quotidianamente gli esercizi che gli aveva dato il primo maestro. “La mia”, diceva Luciano: “è una voce chiara, latina, solare, all’italiana”.

Negli anni settanta e ottanta l’ascesa di Pavarotti è travolgente, si esibisce nei teatri più prestigiosi del mondo, debutta all’Arena di Verona (con il Ballo in maschera di Verdi), alla Fenice di Venezia e alla Carnegie Hall di New York. Accanto alla carriera da attore, Pavarotti cura anche la regia di alcune opere, come La Favorita per il prestigioso teatro veneziano, nel 1988.

Nel 1991, ad Hyde Park, davanti a un pubblico da record di 330mila persone (al concerto assiste anche Lady D), e in diretta televisiva in Europa e negli Stati Uniti, Pavarotti dà vita a uno spettacolo emozionante: un’esibizione magnifica che spinge più di 200 artisti a chiedere che gli venisse assegnato il titolo di Lord.

Proprio all’inizio degli anni Novanta, in occasione del campionato del mondo di calcio, Luciano mette insieme il trio dei “Tre tenori”: con lui ci sono José Carreras e Plàcido Domingo. A un concerto alle Terme di Caracalla insieme a una doppia orchestra di 180 elementi oltre alle arie liriche più note, i tre eseguono anche pezzi di musica leggera e tradizionale: come La vie en rose e ‘O sole mio.

È nella parte finale della sua carriera che Pavarotti sveste i panni del cantante lirico per indossare quelli di un tenore più pop, scelta che alcuni critici non accettano di buon grado (qualcuno parla di “pietra tombale”). La scelta viene dettata soprattutto per scopi benefici, al “Pavarotti and Friends”, canta con musicisti del panorama rock e pop, come Elton John, Bono, Lou ReedLucio Dalla, Deep Purple e Brian May. Per Pavarotti si tratta di un mettersi in gioco coraggioso, anche perché la sua tecnica canora deve adattarsi al ritmo, per lui inusuale, della musica leggera. L’approccio vocale è molto diverso e per poche strofe, Luciano trascorre mesi a fare prove su prove.

Nella vita ho avuto tutto, davvero tutto”, ripeteva spesso Pavarotti: “Se mi venisse tolto tutto con Dio siamo pari e patta”. Il grande tenore italiano si spegne il 6 settembre 2007. Ai suoi funerali nel Duomo della sua città, Modena, si sono raccolte 50mila persone, oltre a numerosi colleghi e artisti di ogni genere. All’uscita della salma dalla chiesa gli hanno reso omaggio le Frecce tricolori. Un asteroide, nella fascia tra Marte e Giove, porta oggi il suo nome.

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