Tutti i volti di Milly, una donna straordinaria dello spettacolo italiano

Tutti i volti di Milly, una donna straordinaria dello spettacolo italiano

Per farsi un’idea del carattere di Milly—straordinaria cantante e attrice italiana quasi dimenticata—all’inizio della sua lunga, strana e intensa carriera, lanciamoci in fuga tra i fantasmi della Belle Époque. A Napoli, tra i tavolini del Salone Margherita—il locale di varietà ispirato al Moulin Rouge—nel 1925. È la sera di Carnevale, e un pubblico composito, fracassone, non fa che lanciarsi stelle filanti. La giovane soubrette debuttante sul palco, benché abituata a “calcare le scene” di locali decisamente peggiori, strilla inviperita “Adesso Carnevale lo faccio io!”, ed esce di scena.

Questa soubrette—Milly, nome d’arte di Carolina Mignone—dalla vita complicata, misteriosa, ma non infausta, diventerà un’amatissima cantante dalla voce unica, e una grande attrice a teatro e al cinema. Grazie soprattutto alla sua sbalorditiva determinazione.

Milly: gli inizi difficili di una donna indipendente

Nacque nel 1905 ad Alessandria da un giovane borghese e una “figlia del popolo”. Cinque anni dopo, il padre, lasciando moglie e tre figli, fuggiva in Argentina, principalmente per scansare i debiti. Per farlo lavorare, infatti, il suocero, ex-operaio alla Borsalino, gli aveva intestato una piccola casa di produzione di cappelli. Ma aveva anche avuto l’idea non proprio felice di chiamarla esattamente come la più famosa industria di cappelli in feltro: la “vera” Borsalino li fece fallire.

Milly entrò in brefotrofio dalle suore con fratellino e sorellina. Ne venne espulsa a 13 anni perché nessuno provvedeva più alle rette. Tornò ad Alessandria con la madre, che nel frattempo aveva iniziato a lavorare come soubrette. La famiglia visse per qualche anno in autentica povertà.

A sedici anni, ha ricordato lei, un “vecchio porcaccione” impresario la convinse a debuttare nello stesso teatro di Torino in cui lavorava come cassiera. Entra nell’industria dell’intrattenimento come soubrette. Nel 1923 è ballerina di fila nel teatro di rivista—genere satirico diverso dal varietà. Fonda un trio di avanspettacolo col fratello Totò e la sorella Mitì: girano l’Italia fino al ’25. La madre ora fa quasi da manager, smistando la posta di Milly che ovviamente ha molti spasimanti.

Lettere d’amore con Cesare Pavese e passeggiate col Principe Umberto

Fra questi c’è Cesare Pavese, studente universitario, che nel 1927 le scrive una lettera da innamorato resa nota solo dopo la sua morte:

Io la conosco, signorina, la conosco, ripeto, ma così, di sfuggita, l’ho seguita, l’ho osservata a lungo, talvolta, ma senza mai osare avvicinarla. Conosco le sue linee esteriori, qualche istante della sua vita e soprattutto quel po’ di anima che da un viso si può rivelare a un osservatore attento. Ma è poco, signorina, al confronto dell’immensità di ciò che vorrei conoscere in lei. Io non sono che un comunissimo studente di 19 anni e lei è lontana, tanto lontana.

Milly non rispose perché neanche lesse la lettera. Probabilmente, come dichiarerà in seguito, se l’avesse fatto non le avrebbe dato alcuna importanza. Concreta invece l’amicizia, che alcuni dissero di copertura, fra Milly e il Principe Umberto di Savoia, durata fino al fidanzamento di lui con Maria José, che lo costrinse a tagliare i ponti.

Una celebrità anticonvenzionale del teatro leggero

Negli anni ’30 Milly è ormai una celebrità del teatro leggero. La sua bellezza è minuta, intelligente, e il suo carisma—sorretto da un repertorio di canzoni ironiche che scherniscono le illusioni amorose delle brave ragazze e i pensieri fissi dei maschi sul rapporto tra i sessi: “Mutandine di chiffon”, “Donne e giornali”, “Era nata a Novi”—è ritenuta anticonvenzionale.

Dopo alcune esperienze nel cinema dei “telefoni bianchi”, dal 1935 Milly si esibisce a Parigi, dove ammalia il pubblico cantando di palpiti del cuore e violini tzigani. Anche lì è vista come un modello di emancipazione, di donna indipendente.

Improvvisamente Milly “scompare”. Scritturata a New York, resterà quindici anni negli USA, ottenuta la cittadinanza americana. Frequenta i locali dove si esibisce Duke Ellington, vive i residui dell’età del jazz, diventa amica-amante dell’aviatrice Louisa Carpenter-Du Pont.

Torna in Italia a guerra finita, nel 1948, per ragioni misteriose. Il varietà, la musica-champagne, appartengono a un’Italia che ormai non esiste più.

La “seconda” Milly: l’Opera da tre soldi

Alla metà degli anni ’50 Milly riemerge. Scritturata per L’opera da tre soldi di Bertold Brecht, con le musiche di Kurt Weill, allestita al Piccolo Teatro di Milano per la regia di Giorgio Strehler: è lei la prima Jenny delle Spelonche italiana. Milly è un’artista di carattere, che sa insieme recitare e cantare. La voce è diventata scura e pastosa (ha 50 anni): la prima, il 10 febbraio 1956—c’è anche Brecht ad ascoltarla—è un trionfo.

La “seconda” Milly è pronta a diventare la maggiore interprete del cabaret “colto” in Italia. Del 1962 è Milanin Milanòn, spettacolo di poesia e musica popolare milanese a cui partecipa anche Enzo Jannacci. Iniziano le “ospitate” televisive. Sarà presenza fissa a Studio Uno nel 1965: l’ha voluta il regista Antonello Falqui, lo stesso della serie tv dedicata a Fracchia con Paolo Villaggio.

Milly, la signora del cabaret colto

Nelle apparizioni televisive Milly è spesso una gran signora demodé. Entra in scena vestita di nero, canta con voce quasi sprezzante una o due “canzoni di una volta” come Ma l’amore no, e se ne va. La sua persona è legata soprattutto alle canzoni anni ’20, ’30, ’40. E soprattutto a un’immagine di donna padrona di sé. Autonoma in campo sentimentale. Ma invecchiata, amareggiata. Un’immagine non sempre gratificante, ma gestita da Milly con grande senso dell’umorismo.

Anche i cantautori contemporanei ricevono il “trattamento” Milly: Bruno Lauzi (“A Calais”), Luigi Tenco, Fabrizio De André, Piero Ciampi (Autunno a Milano). Nonché i classici “songs” di Kurt Weill che lei conosce molto bene.

Continua a lavorare a teatro con Strehler. Al cinema, dagli anni ’60 lavora per registi come Patroni Griffi, Mario Bava—il più “classico” dei registi gotici italiani—Pietro Germi. L’eccezionale performance in Il Conformista di Bernardo Bertolucci è la più rilevante di questa donna eccezionale che continuerà a lavorare instancabilmente fino alla morte, avvenuta a Nepi, nel 1980.

Abbiamo tratto molte informazioni dal libro dedicato a Milly di Eduardo Paola e Giovanna Castellano. L’attore Gennaro Cannavacciuolo ha dedicato a Milly un recital molto bello. 

Immagine: Copertina