Se la musica ci fa venire i brividi è perché abbiamo un

Se la musica ci fa venire i brividi è perché abbiamo un "cervello speciale"

Quando ascoltiamo un Notturno di Chopin è difficile trattenere l’emozione. Composizioni che sono state definite “un riflesso esistenziale, un diario intimo che attraversa tutta la sua vita”: costruite apposta per commuoverci. O anche un Preludio di Debussy.

I brividi, la pelle d’oca, il battito del cuore che accelera, non sono ovviamente soltanto reazioni alla musica classica, ma possono riguardare tutti generi: da un assolo di Jimi Hendrix, uno standard jazz, o una canzone dei Pink Floyd. In fondo, la cosa bella della musica è che il nostro corpo reagisce in maniera spontanea e incontrollata, e a volte, non lo fa.

Queste reazioni sono sempre state associate, dai ricercatori ma anche dal buon senso, a una spiccata sensibilità. A volte a farci venire la pelle d’oca, proprio come nell’episodio della madeleine di Proust, è l’associare, inconsciamente, un intervallo musicale a un determinato ricordo.

Secondo questo studente di Oxford, però, se ci vengono i brividi, il groppo in gola e altre reazioni fisiche, vuol dire anche che abbiamo uno “cervello speciale“.

Per realizzare questo studio, Matthew Sachs ha scansionato attraverso la fMRI il cervello di 20 partecipanti, la metà dei quali ha ammesso di provare forti sentimenti ascoltando la musica; l’altra metà no.

Tra questi partecipanti all’esperimento, c’era Alissa Der Sarkissian, un’amica di Sachs e ricercatrice all’USC che ha spiegato quali sono le sue reazioni durante l’ascolto di Nude dei Radiohead: “Il mio respiro prende il tempo della canzone, il mio cuore batte più lento e mi sento, in un certo senso, più consapevole del brano”.

Quello che ha scoperto Sachs, dopo la scansione dei 20 cervelli, è che ci sarebbero strutture cerebrali diverse tra quelli che provano e non provano queste emozioni. Lo studio ha suggerito che i soggetti come Alissa tendono ad avere un volume significativamente più denso di quelle fibre, collegate alla corteccia uditiva, che elaborano le emozioni, facendo comunicare in modo più efficiente le due aree.

Sachs, a Neuroscience News, ha affermato che “l’idea che più fibre aumentino l’efficienza tra due regioni significa che la comunicazione sia più profonda”. Il campo della ricerca di Sachs è ancora troppo ristretto per parlare di studio definitivo, ma sta attirando l’interesse di altri ricercatori all’università della California.

Lo studio ha il pregio di incoraggiare altri scienziati a saperne di più sulle funzioni fisiologiche dietro l’ascolto, quelle reazioni che possono contribuire a sviluppare un trattamento efficace per le malattie psicologiche (come ad esempio il disturbo maniacale o depressivo), che generano l’impossibilità di sperimentare il piacere delle cose quotidiane, tra cui la musica.

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