Da Mozart a Stockhausen, alcuni tra i brani più strani di musica classica

Da Mozart a Stockhausen, alcuni tra i brani più strani di musica classica

Qual è il brano di musica classica più strambo che esista? Anche il repertorio della musica classica, un mondo meno “composto” di quanto si tende a credere, è pieno di pezzi strambi, weird, assurdi, provocatori. Non intendiamo solo musica divertente e paragonabile a un motto di spirito, come potrebbe essere il Rondò a Capriccio di Beethoven, sul cui autografo una mano anonima scrisse “La collera per il soldo perduto sfogata in un Capriccio”.

Intendiamo pezzi—stupendi, bellini, talvolta anche brutti—in cui sia predominante una certa stramberia, che però, piuttosto che fine a se stessa, indica che i musicisti a volte hanno provato a vedere fin dove può spingersi i confini dell’espressione musicale in modi decisamente originali.

Ne abbiamo scelti sei, elencati qui sotto. Facci sapere se abbiamo dimenticato qualcosa di importante.

La canzone mononota di Ligeti

Tempo fa il critico musicale americano Alex Ross si chiedeva “perché odiamo la musica classica moderna?”. Perché, cioè, un pubblico che si berrebbe una mostra all’anno su modernisti come Duchamp e espressionisti astratti come Pollock, tolleri con fatica, se la deve ascoltare in sala da concerto, musica “classica” composta nel Novecento, benché, ascoltando la stessa musica dentro un film, anziché uscire infuriato dal cinema troverebbe che ci sta proprio bene. È il caso di 2001 Odissea nello spazio con le musiche di György Ligeti. O di Shutter Island di Scorsese con musiche di Cage, Feldman, Scelsi e ancora Ligeti.

La risposta alla domanda è difficile. E non è affatto scontato che la risposta del critico—la musica classica per la maggior parte di noi sarebbe una consolante “spa” per animi affaticati—sia quella giusta. Intanto, a proposito di Ligeti, ascoltiamo il primo numero della raccolta “Musica ricercata”. In cui, come Raymond Queneau in Esercizi di stile, il compositore si dà dei limiti precisi. Potrà utilizzare in ogni pezzo solo un dato numero di note—o meglio un dato numero di classi di altezze: per “nota do” si intende “tutti i do a tutte le altezze”.

Nel primo brano di “Musica ricercata” sentiamo solo “la” e “re”. Anche se quest’ultima nota compare, come una conclusione umoristica, solo nel finale come cadenza. Insomma, è un brano “mononota” in costante accelerando. Un esercizio sul ritmo. Sul timbro. Sulla dinamica. Il gioco di “Musica ricercata” finirà con un brano in stile “severo” in cui si usano tutti i 12 semitoni della scala cromatica.

Mozart e la glassarmonica

L’ultimo anno della vita di Mozart è l’anno del Flauto Magico, della Clemenza di Tito, del Concerto per clarinetto, di due grandi quintetti, dei frammenti del Requiem. Ma anche, come scrisse Massimo Mila, l’anno di “una miriade di pezzettini strani, dovuti alle ordinazioni più effimere e stravaganti“, e di musiche brevi dalle “forme irregolari”. Mozart, del resto, era sempre alla ricerca di fonti di reddito, e la storia stessa del “misterioso” Requiem lo dimostra.

Ecco perciò una miriade di festaiole danze orchestrali per far ballare i borghesi nelle occasioni mondane. Ecco una composizione per organo meccanico da inserire in un orologio. Ecco—lavoro senz’altro piacevole fra tanti odiosi—l’indescrivibile mottetto Ave verum corpus, “donato” a un amico musicista che aveva trovato un alloggio alla moglie incinta di Mozart nel centro termale di Baden.

Uno dei più strani e uno dei più belli fra i pezzi d’occasione del 1791, è lo spettrale Adagio e Rondò per glassarmonica, flauto oboe, viola e violoncello. Uno stuolo di bicchieri da vino pieni d’acqua sfiorati al bordo da dita inumidite: questa è la glassarmonica, la cui versione “moderna” fu inventata da Benjamin Franklin, che dispose orizzontalmente e concentricamente i bicchieri, già “accordati” in modo da non dover essere riempiti d’acqua.

Lo strumento era molto di moda all’epoca: il suono era considerato “etereo”, soprannaturale, e ne era appassionato Anton Mesmer, il medico tedesco da cui il “magnetismo animale” prese il nome. Mozart scrisse il brano per un’occasione che un tempo si sarebbe detta di avanspettacolo: L’esibizione di Marianne Kirchgessner, una ventenne virtuosa di glassarmonica, cieca dall’età di tre anni a causa del vaiolo.

4 minuti e trentatré secondi di silenzio di John Cage

Torniamo alla domanda di Alex Ross di cui si diceva prima. Perché odiamo la musica classica moderna? Bisognerebbe rispondere anzitutto, prendendo in prestito il titolo di un programma divulgativo di Luciano Berio per la Rai, che “c’è musica e musica”. Certa musica “gestuale” di John Cage, che fece scuola, somiglia a un happening. A un esperimento confinato nell’epoca in cui è stato ideato, e oggi non ci fa esattamente impazzire. È “concettuale” e ironica. Prendiamo Water Music: una radio accesa, dei fischietti da immergere in acqua, e qualche nota.

Oppure il celeberrimo 4’33” (del 1952), una cosa che obbliga l’ascoltatore a dirigere l’attenzione sui rumori e i gesti che lui stesso fa mentre ascolta un brano musicale. In 4’33” infatti c’è un pianista si siede sullo sgabello e poi, magari fissando la tastiera, non fa nulla. E resta in silenzio per quattro minuti e trentatré secondi. Ne esiste anche una versione orchestrale. Fedelissima all’originale.

Un brano per organo che terminerà fra 620 anni e un quartetto per archi ed elicotteri

Parecchi anni dopo, nel 1985, Cage ancora indagava ironicamente la natura della performance. Con un brano noto come As SLow aSPossible (ASLSP). Il titolo ricorda le indicazioni di agogica fantastiche e opinabili di Schumann (“più rapidamente possibile/più veloce/ancora più veloce” nel primo tempo della seconda sonata per pianoforte). Ma in questo brano naturalmente conta solo la provocazione.

Le istruzioni John Cage sono state seguite alla lettera quando nel 2001, in una cattedrale tedesca, hanno iniziato l’esecuzione della versione per organo. Più o meno un cambio di nota ogni sette anni. Si prevede che intorno al 2640 l’esecuzione sarà terminata.

Una cosa abbastanza assurda, ma comunque meno dell’esperimento di Stockhausen, il Quartetto per archi e elicotteri. Un brano difficile soprattutto sotto l’aspetto logistico.

Il “contrappunto bestiale alla mente” di Adriano Banchieri

L’iperattivo Adriano Banchieri è stato un genio musicale del tardo Rinascimento. Utilizzò la forma del madrigale per esperimenti sul trattamento delle dissonanze e per la costruzione di “commedie a episodi”, contribuendo a suo modo allo sviluppo del linguaggio armonico e alle origini del melodramma. La sua opera più famosa, il “Festino nella sera del giovedì grasso avanti cena“, contiene il Contrappunto bestiale alla mente (alla mente vuol dire che il canone è improvvisato):

Un cane, un cucco [cuculo], un gatto, e un chiù [assiolo] per spasso, fan contraponto a mente sopra un basso.

Immagine: Copertina